venerdì, Luglio 30

Federico Orlando, il giornalista liberale diventato liberal I due Federico. E Indro

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Federico Orlando

Un giornalista che si è ‘fatto da solo’, caparbio, scontroso, schivo, come solo certi meridionali sanno esserlo. Figlio di un insegnate, si laurea in Giurisprudenza e va, da Sud, salendo dal suo Molise, alla conquista di Roma. Come l’altro Federico, qualche anno più grande e pure lui inizialmente giornalista, che ci va scendendo dal Nord, dalla sua Romagna. Lui collabora a ‘Il Messaggero’ prima, passa a Il Giornale d’Italia, infine approda a ‘Il Giornale’ di Indro Montanelli, ne conquista la fiducia e quello lo chiama a Milano, casa madre della testata, affidandogli il ruolo di Con-direttore. Cruciale e di grande responsabilità, visto che l’Indro dellacucinadel quotidiano non ha mai voluto occuparsi. Accorda a chi lo affianca in quel ruolo la massima libertà e fiducia, purché sia ricambiata da lealtà e capacità. E Federico dimostra di possederle entrambe, tanto da diventare, di Montanelli, il ‘primo ufficiale’ (anche se si diverte a definirsi ‘caporale d’onore’) che più a lungo resiste in quel ruolo.

La sua vocazione civile utilizza politica e giornalismo, giornalismo e politica. Dall’iniziale consonanza liberale malagodiana, via via opera facendo conoscere alla destra la possibilità di un’evoluzione. Dando, e facendo dare, fiducia a Mario Segni ed al suo tentativo di rinnovamento, che sfocia nei  referendum elettorali. Quando Silvio Berlusconi, nel 1994, è ‘obbligato’ a scegliere la politica, vuole anzitutto ‘normalizzare’ il proprio quotidiano. E nel mirino, in primissima fila c’è proprio lui, l’Orlando curioso (che è cosa curiosa, pensa il Cavaliere e rilanciano i suoi, che un dipendente ben accudito osi dissentire dal padrone). Lui già era stato costretto al supplizio di prendere parte come ‘supplente’ alle riunioni del lunedì di Arcore assieme agli altri Direttori di testata (Montanelli non vi partecipa mai, e lo delega). Le racconterà poi, nel ’95 in ‘Il sabato sera andavamo ad Arcore’. Non accetta di piegarsi, a maggior ragione non lo fa Montanelli, e se ne vanno, dando vita alla breve, coraggiosa, avventura de ‘La Voce’. Un ‘anno vissuto pericolosamente’, chiuso dai colpi esterni e dalle deficienze interne.

Ricomincia a scrivere per Il Messaggero’, accetta di essere eletto Deputato del suo Molise nelle liste prodiane, poi non lo ricandidano e torna al giornalismo a tempo pieno. Diventando anche, per molti anni e sino all’ultimo, Condirettore di ‘Europa’, quotidiano del Partito Democratico.

Di produttività e velocità prodigiosa
, quando nel suo giornale del momento la quantità di suoi pezzi esonda, oltre che con il suo nome firma con pseudonimi. O con il nome di qualche redattore. E poi scrive libri e pamphlet, interviene per difendere la libertà d’espressione e la libertà in generale. E la sua scrittura, quotidiana o più meditata che sia, via via si raffina, si libera di remore e contorcimenti politichesi, diventa finalmente di grande piacevolezza e nitore. Come Benjamin Button, invecchiando ringiovanisce. Nel 2002, con Beppe Giulietti e Sergio Lepri, fonda ‘Articolo 21’, Associazione che, richiamandosi al dettato costituzionale, lotta proprio per la libertà di comunicazione.

E con una vita ed una carriere così, si può dire che è stato ‘anche’ il braccio destro di Montanelli, non solo e soprattutto quello.

Ad Aprile scorso, un centinaio di giorni fa, per un ennesimo articolo finisce nel mirino de ‘Il giornalista del giorno’ sul Blog di Beppe Grillo. Certo dai Cinquestelle non troppo amato, lui che ama moltissimo la parola moderato, e definire tale la testata pro tempore, o qualche persona, è per lui quasi il massimo riconoscimento. Dopo di che nelle sue idee è tutt’altro chemoderato’: cortese nei modi, radicale nel difenderle. Con i radicali e Marco Pannella, in particolare per laicità e diritti civili, è stato consonante, ne ha da sempre affiancato alcune battaglie. E sempre più, con il passare del tempo, ritrovandovisi vicino. A luglio era tornato a scrivere (dopo due mesi di sofferenza, più per l’astinenza da scrittura che per il male), rivolgendosi a Marco dalle pagine di ‘Europa’ con una ‘lettera aperta’ in cui adombrava anche la propria malattia. Il 5 agosto, sempre su ‘Europa’, era apparso il suo ultimo articolo:  ‘L’Italia del discussionismo che non molla’. «Fa Bene Renzi a voler realizzare subito quello che dice, richiamando alla ripartizione delle responsabilità le élites culturali. Dal Risorgimento a oggi il nostro paese è stato afflitto da troppe distinzioni, che lo hanno lasciato ‘senza metà».

Sul fronte della salute proprio negli ultimi giorni aveva avuto notizie rasserenanti, e si apprestava a tornare nella sua amata Santa Marinella. Quando, di colpo, nelle prime ore di sabato 9 agosto, (non venerdì, come, errando, si è scritto), il cuore di questo ragazzo di ottantacinque anni (San Martino in Pensilis, Campobasso,13 ottobre 1928 – Roma 9 agosto 2014) non ha retto.

Ma solo il muscolo cardiaco, ché l’altro, metaforico e concretissimo, è stato e rimane integro.

 

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