giovedì, Luglio 29

Federazione Europea: sogno infranto o unica possibilità? Con Giorgio Anselmi (MFE) parliamo dello stato attuale del processo di integrazione nella UE

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Nato con in Manifesto di Ventotene nel 1941, in piena Seconda Guerra Mondiale, il progetto di una Federazione Europea cominciò a vedere la luce con il Trattato di Roma del 1957. Il processo di integrazione ha avuto una fase di crescita che, negli anni, ha portato il numero degli Stati membra dai sei originali (Francia, Repubblica Federale Tedesca, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo) a ventotto: nel 1985, con l’Accordo di Schengen, si introduceva il principio della libera circolazione di persone e merci prevedendo il graduale superamento dei controlli alle frontiere; nel 1992, con il Trattato di Maastricht, nasceva ufficialmente l’Unione Europea; tra il 1999 e il 2002 venne adottata la moneta unica, l’euro (attualmente da diciannove Stati).

In tempi più recenti, però, il processo di integrazione ha cominciato a subire delle battute d’arresto. Nel 2005, ad esempio, il progetto di Costituzione Europea allora in discussione fu bocciato dai referendum popolari in Francia e nei Paesi Bassi. Da allora, complica anche la crisi economica, la fiducia dei cittadini europei nel progetto della UE è andata sempre scemando portando alla ribalta movimenti populisti, spesso di matrice nazionalista, complottista e xenofoba: Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Austria ed Italia sono attualmente governate da formazioni politiche euro-scettiche; in molti altri Paesi, tra cui Francia, Germania e Paesi Bassi, questi gruppi politici sono in forte ascesa. Nel 2016, con un referendum, la Gran Bretagna ha scelto di separarsi dalla UE, nonostante il parere nettamente contrario della gran parte degli abitanti di Scozia, Irlanda del Nord e degli stessi londinesi.

Nato per superare quei Nazionalismi che, nel periodo compreso tra il 1914 e il 1945, trasformarono i Paesi europei da padroni del Mondo a satelliti di Stati Uniti o Unione Sovietica, il progetto di una Federazione Europea sembra perdere sempre maggior terreno nei confronti proprio di quelle ideologie: sempre più spesso, nei discorsi dei rampanti politici cosiddetti ‘sovranisti’, si sente parlare di difesa dei confini e delle identità.

In questo contesto, molte critiche vengono mosse alle Istituzioni UE, accusate di essere lontane dai cittadini, di favorire gli interessi delle classi privilegiate, quando non di essere uno strumento di fantasiose congiure internazionale. In molti casi, le ragioni della crisi del progetto europeo vengono individuate nelle differenze linguistiche (la UE ha ventiquattro lingue ufficiali), delle differenze di ordinamento (all’interno vi sono Repubbliche Parlamentari, Repubbliche Presidenziali, Repubbliche Federali, Monarchie Costituzionali) o, più in generale, culturali.

Per tentare di fare il punto sulla situazione attuale del progetto di una Federazione Europea e sullo stato di salute dell’Unione Europea, in questa fase di crisi, abbiamo parlato con Giorgio Anselmi, Presidente del Movimento Federalista Europeo (MFE), fondato nel 1943 da Altiero Spinelli, uno dei principali artefici del Manifesto di Ventotene.

 

Nell’ottica di un federalista, quali sono stati gli errori alla base dell’attuale situazione ‘critica’ dell’Unione Europea?

Nell’ottica di un federalista, direi che gli errori sono del tutto evidenti: il metodo adottato fino a questo momento, che ha degli indubbi vantaggi come la prosperità economica e la pace, funziona sul piano della cosiddetta ‘integrazione negativa’, ovvero nell’eliminare gli ostacoli alla circolazione di persone, merci, capitali e servizi, ma entra in crisi quando si passa sul piano della ‘integrazione positiva’ tra gli Stati e, soprattutto, tra i cittadini. Per fare questo occorre che ci sia un Governo legittimato democraticamente, attraverso il voto, ed un rapporto fiduciario con il Parlamento: nel momento in cui, soprattutto con l’unione monetaria, si è posto questo problema, l’Unione Europea è entrata in crisi, in particolare proprio l’euro-zona.

Gli errori sono stati dei federalisti, per tanto errori insiti nel ‘sogno’, oppure sono stati errori nell’attuazione del ‘sogno’ da parte di menti che non erano federaliste ma che si sono adattate a questo progetto?

Le scelte fatte fino ad ora non sono state quasi mai scelte federaliste, se non in rari casi: quando si sono fatte veramente scelte federaliste, però, queste si sono rivelate opportune. Si pensi alla Banca Centrale Europea, che è un’istituzione federalista e funziona egregiamente: basti pensare al fatto che oggi, nonostante il voto, in Italia il 65% non vorrebbe uscire dall’euro o che la Grecia abbia accettato tre piani di salvataggio ‘lacrime e sangue’ pur si rimanere nella moneta unica. La Banca Centrale Europea è un’autorità federale europea che fa una politica che, come dice Mario Draghi, non è né a favore della Francia, né a favore della Germania, ma guarda al di là dei singoli interessi nazionali. Per quanto riguarda le politiche estere o di sicurezza e di gestione dell’immigrazione, oggi siamo di fronte a semplici politiche intergovernative: le politiche intergovernative, però, non possono mai trovare largo consenso, perché naturalmente si crea una gerarchia tra gli Stati, e, soprattutto, non possono mai creare quella ‘integrazione positiva’ di cui noi, oggi, sentiamo necessità ed urgenza.

Da un punto di vista filosofico e giuridico, quali sono le criticità del progetto di una federazione che ci portiamo dietro e sulle quali oggi il ‘sogno’ sembra infrangersi? La rinuncia a fette di Sovranità politica,la  differenze tra ordinamenti, la mancanza di una Costituzione?

Si potrebbe dire che questa Europa è andata avanti con una serie di compromessi e ha messo assieme diversi metodi: in alcuni campi, come ad esempio quello monetario, si è usato il metodo federalista, in altri il metodo comunitario, in altri ancora, soprattutto dopo lo scoppio della crisi, quello intergovernativo. Oggi, il prevalere del metodo intergovernativo provoca degli insuccessi continui: ogni volta che c’è un vertice, come ad esempio l’ultimo sull’immigrazione, non si va al di là di vaghe dichiarazioni di intenti ma il giorno dopo si scopre che non si è deciso nulla perché non c’è nessun vero potere decisionale, dato che gli Stati esercitano il loro diritto di veto. Questa mescolanza di diversi metodi e di diverse ispirazioni, quindi, rende il processo di integrazione sempre più incomprensibile per i cittadini e, di conseguenza, crea mancanza di legittimità: i cittadini votano la Merkel o Conte, perché governino la Germania o l’Italia, non perché governino l’Europa, tanto più che ogni Governo ha la propria Costituzione e a quella fa riferimento.

Il processo di integrazione europea è in crisi perché non ha mai affrontato il nodo vero, che è quello della Sovranità condivisa tra gli Stati dell’Unione Europea secondo il principio di sussidiarietà: questo, oggi, è il vero dramma dell’Europa, ed è un dramma che può sfasciare l’Europa. Inoltre, oggi l’Europa subisce due pressioni. C’è la pressione esterna, di Putin e di Trump che sono nettamente contrari al processo di integrazione europea: Putin lo è da sempre e la nuova Amministrazione statunitense non ha fatto mistero di esserlo. Ci sono poi anche dei nemici interni, come i partiti euro-scettici che ben conosciamo, le forze nazionaliste e neo-nazionaliste o populiste; naturalmente, però, una parte della colpa ricade anche sui partiti europeisti che, non facendo l’Europa, generano fenomeni di questo tipo. Quando si votò per la Costituzione Europea, furono Francia ed Olanda a bocciare l’adozione del documento. Si trattava di una Costituzione che era un compromesso, ma che andava nella giusta direzione: oggi si incolpano i Paesi dell’Est, del Gruppo di Visegrád, però sono stati due dei Paesi fondatori che hanno bocciato il trattato costituzionale. Le forze populiste sono presenti anche nei Paesi fondatori: i problemi diventano sempre più gravi e gli Stati nazionali sono sempre più inadeguati a risolvere questi problemi; d’altra parte, se si rilegge il Manifesto di Ventotene, che è del 1941, che scritto che, se non si dovesse riuscire a fare una Federazione Europea, i cittadini continueranno ad avere come unico riferimento lo Stato nazionale e finiranno per tornare ai Nazionalismi… una visione profetica.

La crescita dei movimento nazionalisti e il richiamo sempre più frequente ai confini sembrano riportarci indietro di cento anni, alla situazione del 1918: è una percezione corretta o si tratta di una visione troppo allarmista?

È una percezione corretta. Esiste il rischio di una involuzione e di un ritorno ad un Nazionalismo, con la conseguente fine della Democrazia: si pensi ai vari Orbán, Kaczyński e a questi altri signori che prosperano anche nei Paesi occidentali. La Sovranità nazionale che viene rivendicata, d’altro canto, non può più esercitarsi perché, in caso di naufragio del progetto europeo, bisognerà appoggiarsi o agli Stati Uniti, da un lato, o alla Russia, dall’altro, o forse alla Cina: diventeremo di nuovo Stati satelliti. Questo è inevitabile perché oggi nessuno Stato europeo può pensare ad una difesa autonoma: è ridicolo. Lo stesso vale anche per quanto riguarda lo sviluppo economico: la Cina sta già surclassando gli Stati Uniti ed è evidente che nessuno Stato europeo può pensare di porsi obiettivi di quel tipo.

Le spinte centrifughe sono sempre più forti nella Unione Europea, come è dimostrato dall’uscita dell’Inghilterra: come si potrebbe contrastare questa tendenza?

Il paradosso inglese è molto significativo perché gli inglesi avevano spinto per un’Europa à la certe (erano fuori dal Trattato di Schengen, fuori dalla Carta dei Diritti Fondamentali, fuori dall’unione monetaria) e hanno finito per votare l’uscita dalla UE: nemmeno un’Europa à la carte, dove ognuno prende quello che vuole, o ‘a geometria variabile’, può funzionare. Secondo noi, invece, l’unica soluzione è l’Europa che, attraverso il principio di sussidiarietà, vada oltre l’unione monetaria e condivida anche la politica estera, la sicurezza, la Guardia Costiera e la Guardia di Frontiera, la gestione dell’immigrazione: se non saremo capaci di affrontare problemi di queste dimensioni, il ritorno al passato sarà inevitabile.

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