martedì, Settembre 21

Fecondazione eterologa, è l'ora dei costi field_506ffb1d3dbe2

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fecondazione

Questione di ore e poi almeno il tassello relativo al caos delle settimane scorse sul costo da applicare al trattamento per la fecondazione eterologa, dovrebbe trovare collocazione. Con la riunione degli assessori alla Sanità delle Regioni, prevista per il 24 settembre, da cui ci si aspetta una indicazione univoca. Un ticket nazionale che ponga fine alla giungla di tariffe nata all’indomani dello sblocco nel nostro Paese di questa forma di procreazione medicalmente assistita (Pma) da donatori di gameti esterni alla coppia.

Una vicenda a dir poco complessa quella che consente anche agli italiani il ricorso a questa tecnica. E che senza andare troppo indietro nel tempo, prende avvio dall’iniziativa dei tribunali di Catania, Milano e Firenze che, decisi a sollevare il dubbio di legittimità sulla legge n.40 del febbraio 2004 – in cui, normando la Pma, si vietava il ricorso all’eterologa – fanno appello alla Corte Costituzionale. La pronuncia della Consulta è storia recente, a giugno di quest’anno viene depositata una sentenza in cui si legge che è incostituzionale «il divieto al ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo, qualora sia stata diagnosticata una patologia che sia causa di sterilità o infertilità, assolute e irreversibili».

Da questo momento inizia l’attività delle singole Regioni che si muovono in ordine sparso, Toscana in testa. Il Governatore Enrico Rossi per primo delibera in materia, recependo le direttive europee e l’aggiornamento della legge 40. E bruciando sul tempo il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin, alle prese con un decreto legge che ad agosto doveva entrare nell’ordine del giorno del Consiglio dei Ministri, ma dove non c’è mai arrivato a causa di temi eticamente controversi, come la possibilità di selezionare i donatori in base alla compatibilità del colore della pelle e degli occhi della coppia ricevente. Temi che hanno convinto il Premier Matteo Renzi e il Ministro dell’Interno, Angelino Alfano, a rinviare a Camera e Senato qualunque decisione perché «non si fa un decreto sui temi etici. Si dibatte, ci si confronta, in Parlamento, in pubblico, entrando nel merito con associazioni ed esperti».

Anche in questo caso, però, in presenza di quello che sembrerebbe un vuoto legislativo, seppure bypassabile, arrivano prima le linee guida della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni. Cui segue il commento del Ministro Lorenzin: «Le Regioni fanno bene a lavorare insieme per trovare una linea comune, ma una legge è necessaria anche per l’inserimento dell’eterologa nei Lea (Livelli essenziali di assistenza n.d.r.) e in materia di ticket. Auspico che il lavoro parlamentare sia veloce». Ma, appunto, in attesa del lavoro parlamentare, nel documento approvato settimane fa dalla Conferenza delle Regioni, si appoggia la decisione di mantenere, per quanto possibile, omogeneità nel colore della pelle, dei capelli e del gruppo sanguigno tra donatori e coppia ricevente per agevolare l’inserimento del nuovo nato nell’ambiente familiare. E si stabiliscono altri paletti: l’età della donna ricevente non dovrà essere superiore a 43 anni; il donatore resterà anonimo, a meno che non intervenga una successiva legislazione; la coppia ricevente sarà consigliata ad appoggiarsi a una consulenza psicologica; l’età dei donatori – che dovranno sottoporsi a esami medici tra cui il test HIV, epatite B e C – sarà essere compresa tra i 20 e i 35 anni per le donne e tra i 18 e i 40 per gli uomini; ci sarà un limite massimo di dieci nati per donatore e, infine, gratuità o pagamento di un ticket per l’erogazione del trattamento.

Proprio sulla questione dei costi si dovrebbe capirne qualcosa di più dopo la riunione di mercoledì 24 tra gli assessori regionali alla Sanità, chiamati a decidere su una tariffa quanto più omogenea a livello nazionale, compresa tra 250 e 800 euro, con una media di 500. Ma nelle settimane scorse era stato il caos. Dalla gratuità o quasi di Umbria ed Emilia Romagna, ai 600 euro circa del Piemonte, i 500 della Toscana, i 1.800 del Lazio poi smentiti dal Presidente Nicola Zingaretti, allo stand-by di Marche, Veneto e Friuli, passando per la Liguria orientata verso un ticket in base al reddito fino alla Lombardia dove la richiesta sarebbe di 3000 euro, totalmente a carico degli aspiranti genitori. Naturale quindi, in questo caso, immaginare futuri scenari di turismo procreativo da una Regione all’altra. “Per forza di cose si dovrà arrivare a un ticket omogeneo” commenta Luigi Fedele, direttore della Clinica di Ostetricia e Ginecologia della Mangiagalli di Milano – Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico – e uno dei massimi ricercatori mondiali sullo studio dell’endometriosi, malattia cronica che è causa di infertilità femminile tra il 30 e il 40% delle donne europee. “Diversamente sarebbe la confusione totale, è impensabile che ogni Regione applichi costi diversi. Siamo in attesa di linee guida chiare e definitive dal Ministero. E non soltanto per l’aspetto finanziario, ma anche per altre questioni ugualmente importanti come il numero massimo di donazioni e l’anonimato dei donatori. Inoltre da noi in Italia dove non esiste una cultura della donazione fine a sé stessa, resta il dubbio su quante saranno in concreto le donatrici. Posto che non avranno un compenso economico e dovranno sottoporsi, a differenza degli uomini, a un intervento comunque invasivo e sotto sedazione. In Spagna, ad esempio, si ha la sensazione che le donatrici vengano retribuite in modi non del tutto trasparenti”, conclude Fedele.

Ma a proposito di estero, com’è la situazione oltreconfine? Iniziando proprio dalla Spagna, che per anni è stata la destinazione preferita dalle coppie italiane desiderose di un figlio, qui la legge consente la fecondazione assistita – omologa ed eterologa – a donne single, sposati e conviventi. Consentita l’eterologa sia per la donazione di spermatozoi che di ovociti anche in Grecia e Repubblica Ceca, mentre Austria, Germania e Svizzera prevedono soltanto la donazione di spermatozoi. In Francia, invece, possono accedere al trattamento le coppie sposate o conviventi da almeno due anni e con fecondazione eterologa nel caso in cui la Pma all’interno della coppia non abbia dato esiti positivi. Infine, nei paesi nordeuropei Svezia e Norvegia sono praticate sia l’omologa che l’eterologa a coppie conviventi in maniera stabile e sposate. La situazione è articolata anche per ciò che riguarda la copertura economica, come spiega la dottoressa Francoise Shenfield, specialista dell’Unità di Medicina Riproduttiva dell’University College Hospital di Londra e membro del Comitato Esecutivo dell’European Society of Human Reproduction and Embryology: “Tanto per fare qualche esempio, in Belgio le spese sono a carico delle assicurazioni, in Francia del servizio pubblico e in Gran Bretagna, invece, la maggior parte dei trattamenti è eseguito in strutture private. Quindi mi risulta difficile commentare quanto sta accadendo in Italia. Di sicuro però era tempo che finisse questa pratica discriminatoria nei confronti dei cittadini italiani, costretti a varcare le frontiere per avere accesso alla fecondazione eterologa”.

 

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