venerdì, Settembre 24

Come fecero i nazisti ad annientare il primo movimento dei diritti gay? Recentemente, il Governo tedesco ha approvato un disegno di legge che abolirà il 'Paragrafo 175'

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John Broich, docente presso la Western Reserve University dell’Ohio, nel suo articolo ‘How the Nazis destroyed the first gay rights movement spiega come i nazisti hanno saputo annientare, ai tempi della seconda guerra mondiale, il primo movimento dei diritti gay nato proprio in quel periodo.

Recentemente, il Governo tedesco ha approvato un disegno di legge che abolirà la legge anti-gay conosciuta come ‘Paragrafo 175’, approvata nel 1871.  La legge era già stata abrogata nel 1994, ma, nel 1929, un movimento dei diritti LGBTQ era già intervenuto in tal senso. Ciò è avvenuto prima che i nazisti prendessero il potere e cercassero di annientare tutti i gay e transgender d’Europa.

Negli anni ’20, la città di Berlino possedeva quasi cento bar e caffè frequentati da gay e lesbiche. A Vienna se ne potevano contare circa una dozzina. A Parigi, alcuni quartieri erano rinomati per le esposizioni, aperte soprattutto di notte, che accoglievano gay e trans. Anche a Firenze, città del Rinascimento italiano, esisteva un distretto gay, così come in molte altre città europee.

I gay, dunque, stavano iniziando ad entrare nell’immaginario collettivo e, persino, i film cominciavano a raffigurare personaggi gay simpatici, ma ogni qualvolta comparivano, sulla stampa o in scena, rappresentazioni offensive di persone appartenenti alla comunità LGBTQ, si organizzavano delle proteste per sensibilizzare l’opinione pubblica.

Questa nuova era di tolleranza è stata in parte promossa dai medici e dagli scienziati che hanno iniziato a guardare l’omosessualità e il ‘travestimento’ (una parola di quell’epoca dal quale deriva il termine transgender) come una caratteristica naturale appartenente a certi uomini. La storia di Lili Elbe rappresenta, ad esempio, il primo caso di cambiamento di sesso avvenuto in epoca moderna, reso famoso successivamente dal recente film intitolato ‘The Danish Girl’.

Nel 1919, nella città di Berlino è stato aperto l’Istituto per la Ricerca Sessuale dove è stata coniata la parola ‘transessuale’ e le persone potevano ricevere consulenze e altri servizi. Il primario dell’istituto, Magnus Hirschfeld, è stato anche consultato sul cambiamento sessuale di Lili Elbe. Connesso a questo istituto, vi era un’organizzazione chiamata ‘Scientific-Humanitarian Committee (Comitato Scientifico-Umanitario), il cui motto era ‘Justice through science’ (giustizia attraverso la scienza). Il gruppo di scienziati che vi lavorava promuoveva uguali diritti per tutti, affermando che le persone LGBT non erano aberrazioni della natura.

Questi sviluppi, però, non significavano la fine di secoli di intolleranza, ma rappresentavano sicuramente l’inizio di un cambiamento culturale, sociale e politico. La grande depressione avvenuta negli anni ’30 aveva causato il crollo dell’economia e, nel frattempo, cominciavano le prime lotte fra partiti di destra e di sinistra all’interno dei parlamenti europei.

I partiti fascisti offrivano ai cittadini d’Europa stabilità e la tolleranza verso le minoranze è stata destabilizzante perché questa ‘gente indesiderata’ minava, secondo loro, la sicurezza e minacciava la morale tradizionale. Il popolo gay e trans diventava, dunque, un bersaglio facile da colpire. Ad esempio, quando il leader nazista, Adolf Hitler, aveva bisogno di giustificare l’arresto e l’assassinio di ex alleati politici durante il 1934, dichiarava che loro erano gay. Inoltre, in quel periodo, la Gestapo aveva arrestato più di 8.500 uomini gay, probabilmente utilizzando un elenco di nomi e indirizzi sequestrati presso l’Istituto per la Ricerca Sessuale. Non solo il paragrafo 175 non era stato cancellato, come un comitato parlamentare aveva raccomandato di fare solo pochi anni prima, ma è stato modificato per essere più punitivo.

Intanto, la Gestapo si diffondeva in tutta Europa ed ampliava la caccia verso gli omosessuali. A Vienna, ogni uomo gay veniva interrogato dalla polizia. I più ‘fortunati’ andavano in prigione. I meno ‘fortunati’ venivano trasferiti a Buchenwald e Dachau.

Nella Francia conquistata, invece, la polizia dell’Alsazia collaborava con la Gestapo per far arrestare tutte le persone gay e inviarli nei campi di concentramento. L’Italia, con un regime fascista ossessionato dalla virilità, inviava altrettanti gay nei campi di concentramento definendoli ‘pericolosi per l’integrità della razza’.

Il numero totale di europei gay arrestati sotto il fascismo è impossibile da stabilire a causa della mancanza di dati affidabili. Durante questo periodo, molte persone LGBT, che abitavano in Europa, erano costretti a nascondere la loro sessualità per evitare sospetti, sposando, ad esempio, membri del sesso opposto. Nei campi di concentramento, gli uomini gay erano contrassegnati da un triangolo rosa e, spesso, erano vittime di abusi.

Molti di loro, infatti, sono stati violentati meccanicamente, sono stati castrati, i loro corpi utilizzati per esperimenti medici e assassinati per il puro piacere sadico delle guardie naziste e chi è sopravvissuto, è riuscito a farlo solo scambiando il triangolo rosa con uno rosso, che indicava l’appartenenza al partito comunista.

Cosa pensano gli storici oggi di ciò che è accaduto negli anni ’30? «La comunità LGBT presente negli Stati Uniti non ha affrontato adeguatamente il problema e sembra che ancora persista un atteggiamento xenofobo contro le minoranze» afferma Robert Beachy, docente dell’Underwood International College.

«Non esiste una piena tolleranza nei confronti delle persone gay. Il fatto che molti uomini gay avevano una vita più aperta nel 1933, non ha significato nulla date le persecuzioni naziste che hanno subito», sostiene Laurie Marhoefer, ricercatrice presso l’Università di Washington.

«Dobbiamo sempre stare allerta, ma è evidente che le generazioni più giovani oggi abbracciano e accolgono i loro amici e colleghi LGBT e si oppongono a qualsiasi azione punitiva. Questo atteggiamento propositivo non era presente nella Germania del 1930», conclude Geoffrey Giles, docente dell’Università della Florida.

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