venerdì, Luglio 23

Favole preistoriche sulla natura umana del presente e del futuro Neandertal, l'homo sapiens ed il futuro della natura umana

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Per via di una recente scoperta da parte di un’équipe italo-tedesca di indizi di pensiero artistico-astratto risalenti all’Iberia di 115,000-120,000 anni fa, è tornato a fare capolino il mito progressista del Neandertal buon selvaggio dall’enorme potenziale, malauguratamente vittima innocente di un’umanità crudele.

In realtà questo sarebbe la prima indicazione che i Neandertal avevano iniziato a sviluppare un loro senso artistico e non sono mancate critiche e contestazioni da altri addetti ai lavori in merito alle datazioni (I Neanderthal furono i primi artisti d’Europa, Focus) e non esiste alcuna certezza che le cose siano andate realmente così.

Gli esseri umani moderni (nostri predecessori) vivevano in Marocco già 315.000 anni fa (Nature), circa 200mila anni prima della datazione di queste pitture rupestri (64mila anni fa). Poiché questi stessi antenati riuscirono a spingersi fino nelle Americhe oltre 100mila anni prima di quanto si fosse stimato finora e decine di migliaia di anni prima del periodo in cui si credeva che l’umanità avesse cominciato a migrare dall’Africa (Nature), a colonizzare l’Australia tra i 65mila e gli 80mila anni fa, attraversando tratti di mare ben più estesi dello Stretto di Gibilterra e dimostrando, quindi, sorprendenti competenze nautiche (Nature) e poiché sappiamo che l’Homo Sapiens era presente anche in Israele e in India come minimo 100.000 anni fa, non è per nulla improbabile che si fosse stabilito anche in Spagna in quello stesso periodo, sfruttando fasi climatiche favorevoli.

Ciò nonostante gli scopritori e moltissimi commentatori hanno creato una sorta di consenso intorno alla tesi che i Neandertal erano superiori agli uomini moderni in termini di intelligenza e cultura e che il loro insuccesso evolutivo potrebbe essere stato dovuto ai più aggressivi e numerosi Homo Sapiens.

Un assunto del tutto ingiustificato. È la classica tendenza umana a trasformare prove circostanziali in dati di fatto generalizzabili.

L’errore è grave, in termini di rilevanza per la nostra quotidianità e prospettive future, perché rafforza la vena misantropica che ci martella in testa la convinzione che gli uomini continueranno a cercare nuove opportunità per massacrare i propri rivali, che non dobbiamo mai abbassare la guardia, che il nostro futuro è fosco.

Una premessa che la quotidianità stessa rivela essere manifestamente errata: gli esseri umani NON passano il tempo ad aggredire gli altri. Preferiscono badare agli affari propri o collaborare tra loro. Eppure l’attaccamento a pregiudizi e dogmi ‘scientifici‘ d’un tratto resetta le nostre menti e ci riconduce al disprezzo e paura nei confronti del prossimo, ossia a una mentalità anti-evolutiva, cinica, antisociale e, in ultimo, autodistruttiva.

L’ironia di tutto questo è che esistono evidenze empiriche archeologiche che mostrano come i neandertaliani fossero tutt’altro che assimilabili ai Cro-Magnon, solo più semplici, rozzi e di buon cuore. Erano al contrario aggressivi, competitivi e promiscui, forse a causa dell’alta concentrazione di androgeni, come il testosterone. Le loro configurazioni ormonali non hanno riscontri nell’essere umano moderno, sia sano che affetto da patologie. Erano geneticamente quasi indistinguibili da ‘noi’ (99,5%) ma con una scarsa differenziazione genetica tra di loro.

Praticavano il cannibalismo (cacciavano gli homo sapiens) e la necrofagia (anche dei loro parenti deceduti), con una particolare predilezione per il midollo e le cervella e senza mostrare alcun particolare riguardo o rispetto per le vittime della loro antropofagia, trattate alla stregua delle altre prede e di materiale osseo utile per rudimentale utensileria (Nature; Science; phys.org).

Date queste predisposizioni, che oggi valuteremmo come psicopatologiche, mettere sullo stesso piano i Neandertal e i Sapiens e addirittura affermare che sia lecito “andare fieri anche di quel che resta in noi dei nostri intelligenti antenati Neandertal” o che “se avessero avuto a disposizione altri 40mila anni di esistenza, sarebbero probabilmente riusciti ad arrivare sulla Luna” – come hanno fatto gli autori della scoperta nei comunicati stampa ed interviste – ha poco senso.

Anzi, è una corbelleria anti-scientifica.

Non sappiamo chi abbia realizzato quelle opere. Gli artisti potrebbero essere effettivamente stati neandertaliani, oppure denisoviani, oppure sapiens (National Geographic). I neandertal avrebbero anche potuto imitare opere già viste altrove e molto più raffinate. Se tali erano, avevano già avuto a disposizione 300mila anni per evolvere nella penisola iberica (Max-Planck-Gesellschaft): un lunghissimo intervallo di tempo caratterizzato da una monotona stagnazione creativa e una propensione all’utilitarismo estremo.

In cambio gli uomini anatomicamente moderni (Cro-Magnon) dimostrarono una rapidità di apprendimento e maturazione straordinaria.

Giunti in Europa, erano già capaci di tessere, dipingere e scolpire con stile, immaginazione e grazia. Realizzavano strumenti musicali (anche a percussione) e introdussero le prime, rudimentali, notazioni musicali. Condividevano le risorse con la comunità, tenevano in gran conto le donne – e non per la loro fertilità, dato che per i cacciatori-raccoglitori non è quasi mai un problema. Personalizzavano l’architettura delle loro abitazioni, dedicavano ricche sepolture ai propri morti.

Introdussero l’arte ceramica già almeno 25mila anni fa. Erano sofisticati e creativi innovatori, diversamente dai loro predecessori, i Neandertal che, come detto, nel corso di decine di migliaia di anni, introdussero relativamente poche nuove tecniche e tecnologie, quasi sempre solo come reazione alle pressioni climatiche.

Le armi da caccia e da pesca introdotte da questi nostri antenati erano di un’efficienza così ottimale da essere impiegate ancora relativamente di recente tra gli Inuit e gli aborigeni australiani. Non si era mai visto nulla del genere su questo pianeta. Non c’è nulla di antropocentrico nel sottolineare quel che ci rende unici, cioè un dato di fatto incontrovertibile, così come non sarebbe corretto accusare di bonobocentrismo chi rileva l’unicità degli scimpanzé bonobo o di neandertalocentrismo chi elogia – molto giustamente – la perizia con cui i Neandertal riuscirono ad adattarsi al loro contesto ambientale.

Nel 2003 Wesley Niewoehner, archeologo alla California State University di San Bernardino, intervistato dalla ‘BBC‘, spiegava che la ragione dell’estinzione dei Neandertal andava cercata nell’enigmatica persistenza dell’uso di un repertorio comportamentale che poneva l’accento sulla forza fisica piuttosto che sull’innovazione tecnologica. Da allora non è emerso nessun dato significativo al punto da modificare questo quadro interpretativo della loro parabola evolutiva.

Al contrario, la vicenda dei Neandertal ci pone di fronte ad un vero e proprio mistero. Ci troviamo a decifrare un essere umano così simile a noi, geneticamente quasi identico, con una massa cerebrale quasi pari alla nostra e però un comportamento così dissimile, incapace di autentiche innovazioni tecnologiche ed organizzative. In conclusione, per il momento non c’è ragione di supporre che anche senza un’influenza esterna i Neandertal avrebbero sviluppato comportamenti simili ai nostri, essendo umani perfettamente adattati al loro ambiente naturale, governati dall’istinto di sopravvivenza e privi dello stimolo a cambiare e costruire società complesse. Costringerli ad essere diversi da quello che erano, per compiacere le nostre bramosie egalitarie, è prima di tutto irrispettoso nei loro confronti.

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Sull'autore

Consulente di orientamento strategico e analista di tendenze

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