venerdì, Aprile 23

Farmaci: mercato libero o oligopolio? field_506ffb1d3dbe2

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Nell’economia italiana in crisi, uno dei pochi settori che rimangono strategici è quello farmaceutico. Il nostro Paese, infatti, indietro su molti altri fronti, è al secondo posto in Europa nella farmaceutica, dopo la Germania. Negli ultimi decenni abbiamo perso molti brand, acquistati da colossi stranieri, ma la manifattura resiste e, soprattutto, fa leva sull’export, con punte altissime, anche superiori al 90%. Il settore è considerato strategico perché ha dimostrato in questi anni di crisi di essere in controtendenza rispetto a uno scenario manifatturiero in contrazione. Secondo la descrizione del settore fornita dalla Relazione annuale 2013 della Banca d’Italia, «senza le imprese del farmaco la produttività totale del Paese diminuirebbe del 3%».

Le aziende che operano nel settore farmaceutico in Italia sono oggi 318, di cui 241 specializzate nella produzione di medicinali. Il 39% di queste imprese sono a capitale italiano, mentre il restante 61% sono a capitale estero. Secondo il report di Farmaindustria del 2012, «nel 2011 la produzione nazionale nel settore ha raggiunto il valore di 25,2 miliardi di euro, con una crescita complessiva dello 0,7%». Un trend positivo, che si è confermato anche nel 2013, e che è dovuto alla crescita dell’export del +9,6%. L’Italia, inoltre, è al primo posto in Europa nella produzione pro-capite, con un valore superiore del 20% alla media, a dimostrazione dell’importanza produttiva del nostro Paese. Ma nella classifica a livello mondiale l’Italia è scesa dal quinto al sesto posto a causa dell’arrivo sul mercato dei Paesi emergenti, che hanno una maggiore domanda e una maggiore crescita.

Un settore strategico, dunque, che ha la sua maggiore concentrazione al Nord, soprattutto in Lombardia, dove sono presenti più di 100 aziende farmaceutiche e oltre 30 centri di ricerca aziendali, con 30 mila addetti diretti e circa 16 mila nell’indotto. La regione si presenta come un distretto allargato che si piazza al primo posto nella ricerca per numero di occupati, circa il 50% degli addetti totali in Italia, e investimenti, il 33% del totale. Inoltre Milano è la prima provincia farmaceutica italiana per numero di addetti, la seconda per valore delle esportazioni e si colloca al primo posto per gli studi clinici.

Il settore farmaceutico si presenta, quindi, dinamico e vivo, ma forse non troppo concorrenziale. O almeno questo è quello che pensa Eurispes, che già due anni fa aveva denunciato la presenza di un imperialismo farmaceutico. La preoccupazione era nata in seguito al caso Avastin, un costoso farmaco per il quale l’Antitrust aveva sanzionato i colossi Roche e Novartis per aver fatto cartello e venderlo a prezzo maggiorato. Secondo il Rapporto Italia 2012, presentato da Eurispes, «la classifica delle prime dodici compagnie farmaceutiche stilata da Fortune 500, fa emergere chiaramente che esse sono tutte concentrate in pochi Paesi, con forte presenza statunitense, e connotate dalla “chilometricità” delle denominazioni, composta da diversi cognomi. Questi ultimi denotano una sorta di “nobiltà economica”, dal momento che derivano dal processo di fusione che continua a caratterizzare il settore farmaceutico, restringendo sempre di più il novero delle grandi aziende: è da qui che nasce la definizione di “Big Pharma”, a indicare una sorta di moloch, un sistema farmaceutico altamente concentrato e oligopolistico, che determina la condizione di salute o di malattia di milioni di persone».

Secondo Eurispes la salute del paziente viene in qualche modo sottoposta alle logiche di vendita e di mercato, tant’è che le aziende farmaceutiche hanno sviluppato negli anni un grande interesse per il settore del marketing, tralasciando talvolta gli investimenti per i laboratori di ricerca. Questa maggiore attenzione al profitto ha portato piano piano a dimenticare quelle malattie neglette o rare che sono maggiormente diffuse nei Paesi del Terzo Mondo. Come spiega il presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, «Il mancato accesso ai farmaci, anche a quelli essenziali, è spesso dovuto a una motivazione così semplice che non si riesce a estirpare: la povertà. Quest’ultima, come è intuibile, è legata a filo doppio con la malattia: i poveri si ammalano di più, sia perché impossibilitati a curarsi, sia perché solitamente vivono in condizioni socio-ambientali che facilitano la proliferazione di morbi e virus. Senza dimenticare poi le cosiddette malattie “neglette”, che hanno la sfortuna di essere state ormai debellate nelle aree più ricche del mondo globale e di concentrarsi quasi esclusivamente nelle aree sottosviluppate, in quei Paesi dotati di scarsa influenza politica ed economica, nelle zone prive di copertura mediatica. Sono malattie dimenticate perché non fanno notizia nell’Occidente e non godono di attenzione politica. In più, come ulteriore aggravante, non producono profitti, ma solitamente perdite: curare tali malattie costituirebbe un fardello economico per un’industria farmaceutica che considera la malattia come un mercato, al pari degli altri».

Non è di questo avviso Roberto Romagnoli, esperto del settore farmaceutico e docente all’Università di Bologna, che parte dalla convinzione che, nonostante le regole e le dinamiche di mercato, le aziende farmaceutiche agiscono prima di tutto nell’ottica dell’eticità e della trasparenza.

 

Dottor Romagnoli, l’Eurispes ha lanciato da tempo l’allarme di un imperialismo farmaceutico. E’ realmente così in Italia come altrove?

Le caratteristiche del mercato farmaceutico sono quelle che conosciamo tutti, sia dal punto di vista medico-farmacia che da quello della compravendita dei farmaci generici. È difficile esprimere una valutazioni sull’operato delle singole case farmaceutiche, ma credo che tutte in linea di massima seguano i parametri del rispetto dell’eticità, delle cure, delle terapie e del paziente. È difficile capire cosa c’è dietro alle dinamiche di mercato, anche perché da alcuni anni il sistema salute-benessere è stato molto modificato. Oggi ci troviamo di fronte a un paziente più critico e informato, il che comporta un’attenzione maggiore e possono venire fuori dei meccanismi che possono sembrare poco trasparenti. Quello che va evidenziato, però, è che il sistema sanitario e farmaceutico hanno messo sempre al centro la salute dei consumatori e hanno seguito percorsi abbastanza rigidi. Certo, una corretta educazione al consumo da parte del consumatore potrebbe portare a una maggiore qualità del servizio offerto. Credo che, comunque, ci sia sempre alla base delle scelte delle case farmaceutiche, l’eticità e il rispetto del paziente prima di tutto.

Non crede, quindi, che esista un oligopolio delle case farmaceutiche?

Io non credo che ci sia mai stata malafede nel loro operato. Ci troviamo semplicemente di fronte a un mercato molto diverso. Il nostro sistema sanitario dispensa il trattamento gratuito e garantisce terapie a costo zero, il che ha portato a livelli di domanda impressionanti. In molti facevano scorte di medicinali a casa, che spesso neanche riusciva ad utilizzare. Si era sviluppato un mercato immenso che ha iniziato a contrarsi quando è arrivata la crisi. Da questo momento sono cambiate, necessariamente, anche le strategie delle aziende del farmaco.

Partendo dall’ipotesi di una ripresa economica italiana, cosa potrebbe succedere al mercato farmaceutico?

Quello che può succedere, guardando i mercati esteri, è che ci troviamo prima o poi a vivere un mercato in cui il consumatore ha traslato il concetto di salute nel concetto di benessere. L’attenzione, infatti, si sta spostando da parte dei consumatori sui prodotti naturali e biologici, perché vanno incontro più al bisogno reale di stare bene che non a quello di curarsi. Le case farmaceutiche, tuttavia, manterranno il loro ruolo istituzionale nella cura della patologia.

Che effetti può avere questa direzione di mercato?

Il percorso che è stato intrapreso sta avendo risvolti positivi. La ricerca del benessere ha sviluppato, infatti, una maggiore attenzione da parte dei consumatori a contenuti. Quando il paziente si reca in farmacia, il farmacista si deve confrontare con un cliente informato. Il consumatore è più critico e più consapevole di quello che sta cercando. Bisogna cambiare il modo di pensare, non esiste più solo il farmaco etico, ma anche percorsi paralleli che possono restituire il concetto di salute e di benessere.

Il settore farmaceutico è considerato strategico per la nostra economia anche se abbiamo perso numerosi brand. È un bene comunque per la nostra economia?

I grandi brand del mercato farmaceutico si sviluppano in tutto il mondo. Le grandi aziende hanno molte strutture all’estero e lavorano con queste. L’industria farmaceutica ha molto valore in Italia e vanta  personale preparato e di altissimo livello. Le industrie farmaceutiche stanno riposizionandosi sul mercato, integrando i loro listini con altri prodotti che guardano maggiormente al mercato. Sempre di più sono infatti i brand che hanno una divisione che segue i prodotti di libera vendita. Un nuovo percorso che conseguenza del grande investimento fatto sul marketing, a mio avviso con grande ritardo.

Un altro punto evidenziato da Eurispes è l’abbandono, da parte delle case farmaceutiche, della cura delle malattie rare e neglette, perché non danno profitto. Che ne pensa?

Credo che sia una valutazione molto retorica. Non credo che le case farmaceutiche si dimentichino delle malattie rare perché non rientrano nei loro progetti di business. Anzi, mi sembra che siano alla continua ricerca delle soluzioni, anche se non tutte le case farmaceutiche hanno la giusta struttura per offrire delle valide soluzioni. Quasi nessuno ricorda che sono molte le case farmaceutiche che si dedicano ad aiutare i Paesi del Terzo Mondo. Alla gente piace ricordare che ci sono malattie rare che non sono state risolte, ma da qui a dire che le case farmaceutiche non le trattano perché non sono profittevoli mi sembra decisamente esagerato.

 

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