sabato, Ottobre 16

Famiglie, potere d'acquisto si riduce field_506ffb1d3dbe2

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potere dacquisto

Uno degli argomenti tanto cari agli euro scettici è che dal momento in cui in Italia è stato introdotto l’euro, il potere d’acquisto dei cittadini si è rimpicciolito drasticamente. I salari si sono ridotti, le aziende più piccole del Made in Italy hanno dovuto far fronte a una globalizzazione crescente e al drastico calo dell’export, mentre la delocalizzazione selvaggia ha mandato in fumo milioni di posti di lavoro.

Che il livello degli stipendi in Italia fosse tra i più bassi d’Europa e inaccettabile per la terza potenza economica d’Eurozona lo si sapeva. Ma gli ultimi dati forniti da Bankitalia nel suo Rapporto sui bilanci delle famiglie ci danno un quadro se possibile ancora più allarmante di quanto la crisi abbia eroso il potere d’acquisto delle famiglie di una classe media sempre meno benestante.

In due anni i bilanci e gli stipendi su cui hanno potuto fare affidamento i cittadini italiani si sono progressivamente deteriorati, con la classe politica che, impegnata a implementare misure draconiane di controllo della spesa e aumento delle tasse per rientrare nei parametri europei su debito e deficit pubblici, non ha potuto fare molto. «Tra il 2010 e il 2012 – si legge nel resoconto di Via Nazionale – il reddito familiare ha subito in media un calo di circa il 7,3% mentre la ricchezza media del 6,9%».

Metà delle famiglie italiane vive con meno di 2.000 euro al mese. circa 2.500 euro al mese. Secondo il Supplemento al Bollettino Statistico della Banca d’Italia, un’indagine effettuata nel primo semestre 2013 su un bacino di 8 mila famiglie e 22 mila persone, il 20% delle famiglie ha un reddito netto annuale inferiore a 14.457 euro (circa 1.200 euro al mese) mentre il 50% ha un reddito inferiore ai 24.590 euro (circa 2.000 euro al mese).

Nel frattempo è cresciuta anche la disuguaglianza sociale, con il 10% delle famiglie più ricche che possiede quasi la metà della ricchezza totale dei nuclei familiari italiani. Secondo il rapporto della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie nel 2012, infatti, «il 10% delle famiglie più ricche possiede il 46,6% dell’intera ricchezza netta delle famiglie italiane (era il 45,7% nel 2010)». L’aumento nella disuguaglianza della ricchezza – spiega Via Nazionale – «è in parte attribuibile al calo del valore delle abitazioni, che è stato maggiore per le famiglie meno agiate».

La Banca centrale tedesca non vuole più che a pagare per gli errori commessi da altri siano i propri cittadini. Per questo motivo, citando la controversa ipotesi esposta dal Fondo Monetario Internazionale per una sorta di prelievo forzoso una tantum sui conti correnti dei più benestanti, scrive che per salvarsi dal pericolo di un fallimento dei loro bilanci statali, i Paesi dovrebbero chiedere uno sforzo ai più ricchi prima ancora che ai contribuenti.

A riferirlo è l’agenzia di stampa internazionale ‘Reuters’. Bundesbank scrive che un prelievo coatto non è niente di insolito, in quanto «risponde al principio di responsabilità nazionale, secondo il quale i contribuenti sono responsabili per gli impegni presi dal proprio Governo». Il loro aiuto dovrebbe quindi venire richiesto prima di quello di tutti i contribuenti dell’area euro.

Allo stesso tempo l’istituto di Francoforte sottolinea la sua contrarietà all’implementazione di una eventuale patrimoniale in Germania, che sarebbe un brutto colpo per la crescita. Gli unici Paesi a rischio insolvenza, aggiunge la banca, sono quelli che non possiedono una Banca centrale propria, secondo l’istituto. Alla prossima conferenza stampa di Mario Draghi l’impressione è che per i giornalisti non mancherà l’occasione di porre domande stimolanti.

Nonostante i vantaggi che comporterebbe una simile imposta patrimoniale, la Bundesbank riconosce che una tassa una tantum di questo tipo comporta anche dei rischi. Per limitare l’impatto potenzialmente negativo sugli investimenti e per impedire una corsa agli sportelli i Governi devono agire con sagacia e per tempo. I rischi sostanziali infatti non mancano e implementare una misura impopolare non sarà facile.

Spetterebbe alle autorità chiarire che si tratterebbe misura una tantum per affrontare una grave crisi nazionale e impegnarsi affinché la tassa venga adottata rapidamente, per scongiurare il pericolo di un’evasione fiscale. Anche oggi sui mercati l’osservata speciale è stata l’Argentina, dopo che il peso ha perso quasi -20% nei confronti del dollaro la scorsa settimana. Moody’s ha avvertito che «la svalutazione del peso non basta, Buenos Aires deve ridurre il deficit di bilancio».

Nell’ambito di una fuga dalle valute dei mercati in via di sviluppo, le vendite hanno continuato a colpire nelle ultime ore la lira turca, il rand sudafricano, il real brasiliano, il rublo russo: tutte monete che oscillano sui minimi in diversi anni. Quanto al peso argentino, gli smobilizzi sono iniziati nel momento in cui la Banca centrale del paese ha ridotto il sostegno alla valuta.

«Anni di interventismo e di populismo economico sotto l’egida del Presidente Cristina Kirchner e di suo marito, che l’ha preceduta, hanno minato il clima di investimenti e alimentato una inflazione galoppante», ha commentato in una nota Patrick Chovanec, managing director presso Silvercrest Asset Management Group. «Questi problemi stanno hanno portato i capitali a lasciare il paese, e ci sono sempre più dubbi sulla capacità del paese di impedire che il peso collassi ulteriormente».

Intanto l’agenzia di rating Moody’s ha affermato che la svalutazione parziale del peso decisa dal Governo argentino venerdì per frenare la caduta delle riserve in dollari della banca centrale (che servono per ripagare i creditori dopo il default di una decina di anni fa), non rappresenta «una panacea» e non ridurrà la pressione se non «accompagnata da credibili e sostenuti sforzi per ridurre il deficit di bilancio» e l’inflazione. Moody’s mette in evidenza anche la mancanza di chiarezza su come il governo riuscirà a ristabilire la fiducia degli investitori, frenare la fuga dei capitali e tenere sotto controllo l’inflazione.

Mike Ingram del gruppo di brokeraggio BGC Partners sottolinea che gli investitori si sono finalmente resi conto dei problemi strutturali dei Paesi in via di Sviluppo. Gran parte delle Borse di questi Stati sono in rosso da inizio anno e i ribassi rischiano di farsi ancora più pesanti. Fa molta impressione, secondo l’analista, che le perdite abbiano interessato quasi tutti i mercati, senza eccezioni di sorta. D’altronde le questioni irrisolte sono numerose e riguardano un po’ tutti i mercati principali.

«Oltre al danno collaterale inflitto sui mercati azionari, i valori dei bond dell’area più virtuosa sono saliti, di pari passi con l’oro» che viene considerato da molti il bene rifugio per eccellenza. I prezzi del metallo prezioso sono aumentati di 20 dollari al barile. La volatilità è estrema e anche la Borsa di Milano ha subito sbalzi notevoli. «Sembra proprio che questo in atto sia il primo episodio di avversione al rischio che i mercati attraversano dalla scorsa estat.

I problemi in ambito valuario e le tensioni geopolitiche nei mercati emergenti sono tra le principali cause all’origine di questo che in inglese verrebbe chiamato ‘selloff’. Si va dall’instabilità politica in Egitto, alla corruzione in Russia, passando per la vulnerabilità del deficit indiano, per l’esposizione pericolosa del Brasile alle materie prime e persino per la perdita di affidabilità della banca centrale turca. L’Argentina, dove è in atto una maxi svalutazione del peso, è solo il pericolo numero uno di una lunga serie.

 

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