sabato, novembre 17

Fame in Africa: tra un clima che cambia e conflitti mai sopiti Un mix tra crisi socio-politiche, guerre civili e cambiamenti climatici stanno contribuendo ad aumentare il tasso di denutrizione e insicurezza alimentare nel continente nero

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In molte regioni dell’Africa esistono Paesi in cui situazioni socio-politiche instabili e una sempre più forte incidenza del cambiamento climatico sull’ambiente stanno portando nel continente un significativo incremento del tasso relativo alla denutrizione.

Ieri a Roma è stato presentato il report 2018 della FAO, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, intitolato ‘The state of food security and nutrition in the world’ (Lo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo). Secondo il report, per il terzo anno consecutivo, c’è stato un aumento della fame nel mondo. Il numero assoluto di persone sottonutrite, cioè coloro che soffrono di privazioni alimentari croniche, è aumentato a circa 821 milioni nel 2017, da circa 804 milioni nel 2016.  I dati più significativi sono da mettere in correlazione agli impatti che il cambiamento climatico, nelle sue svariate forme, ha avuto nel favorire la crisi alimentare in molte zone del pianeta e, paradossalmente, alla crescente obesità, conseguenza di una diffusa malnutrizione, che vede in sovrappeso  672 milioni di adulti (1 su 8) e 38,3 milioni di minori.

Tra tutte le aree del mondo prese in considerazione, il dato più significativo è quello dell’Africa che, con il 21%, rimane il continente con il più alto tasso di malnutrizione. Tradotto: 256 milioni di persone soffrono la fame nel continente nero. Inoltre, come riporta sempre il report FAO, l’Africa è la regione in cui shock climatici e crisi socio-politiche hanno avuto il maggiore impatto sull’insicurezza alimentare e la malnutrizione, colpendo 59 milioni di persone in 24 Paesi.

La variabilità climatica è una delle chiavi utili a spiegare l’aumento della fame nel mondo. Il numero di disastri legati al cambiamento climatico, tra cui il caldo estremo, la siccità, le inondazioni e le tempeste, è raddoppiato dall’inizio degli anni ’90: dal 1990 al 2016 si sono verificati, in media, 213 eventi climatici estremi ogni anno.  La siccità, in particolare, causa oltre l’80% del totale dei danni e delle perdite in agricoltura. Questi fenomeni, ovviamente, danneggiano la produttività agricola contribuendo a ridurre la disponibilità di cibo. Dei 27 Paesi con dove la malnutrizione è legata a condizioni di forte siccità, 19 di questi sono africani.

A causare la malnutrizione e l’insicurezza alimentare non vi sono solo le condizioni legate al cambiamento climatico, ma anche crisi socio-politiche e le guerre, che incidono oltremisura sull’aumento della fame nel mondo. Come riporta la relazione FAO 2017, vi sono livelli più elevati di insicurezza alimentare e denutrizione nei Paesi colpiti da conflitti (dove per conflitti si intende sia situazioni socio-politiche instabili sia guerre, civili e non) . Nel 2016, la media della prevalenza della denutrizione nei Paesi colpiti da conflitti era di quasi otto punti percentuali superiore rispetto ai Paesi non interessati da conflitti. Laddove i conflitti persistono anche per lunghi periodi, vengono minati mezzi di sussistenza e sistemi alimentari, creando una reazione a catena che si traduce in gravi crisi alimentari e nutrizionali prolungate. Anche in questo caso l’Africa appare come uno dei continenti in cui vi è una maggiore relazione tra conflitti e fame.

Vediamo, dunque, quali sono i principali Paesi africani in cui condizioni climatiche avverse e crisi socio-politche durature stanno contribuendo ad aumentare l’indice di denutrizione e di insicurezza alimentare.

Il Burundi rappresenta uno dei casi più eclatanti. Il Paese ha conosciuto una escalation di violenza da quando, nel 2015, il Presidente della Repubblica, Pierre Nkurunziza – esponente del CNDD-FDD in carica dal 2005 – è stato rieletto per il terzo mandato consecutivo, in contrasto con i principi espressi dalla Costituzione, che prevede un massimo di due incarichi continuativi. Da quelle elezioni sono seguiti atti di violenza e tensioni sempre crescenti, covate dai dissidenti del regime di Nkurunziza, il quale è stato accusato dalla Commissione d’Inchiesta dell’ONU di crimini contro l’umanità per aver represso nel sangue le manifestazioni di protesta contro lo status-quo.

Questa crisi, unitamente ad un fragile contesto di elevata povertà e diminuzione del potere d’acquisto causato da un’elevata crescita demografica, dal degrado ambientale e bassa resilienza a disastri naturali e altri shock causati dall’uomo, ha fatto sì che il Paese entrasse in crisi. Come se non bastasse, El Niño, nel 2016, ha devastato la situazione ambientale della regione, causando potenti inondazioni e lunghi periodi di siccità che hanno costretto circa 2,3 milioni di persone alla fame.

Le siccità portata da El Niño si è ripercossa anche sulla Repubblica Democratica del Congo, lasciando oltre 6 milioni di persone vessate da malnutrizione e insicurezza alimentare. Già nel 2014, un’analisi dei dati satellitari della NASA, mostrava che la foresta pluviale africana del Congo, la seconda più grande foresta pluviale tropicale del mondo, aveva subito un declino del verde su larga scala negli ultimi dieci anni. Poiché le scarse piogge hanno lasciato il fiume Congo al suo livello più basso in più di un secolo, la compagnia elettrica della Repubblica Democratica del Congo era stata costretta, nel marzo dello scorso anno, a dichiarare che avrebbe potuto ridurre la produzione idroelettrica. Con tutte le conseguenze derivanti per un Paese fortemente dipendente dall’energia idroelettrica.

A complicare il quadro vi è la delicata situazione politica, con il Presidente Joseph Kabila che, in seguito alle pressioni dalle Nazioni Unite, dell’UE e dei Paesi vicini, ha rinunciato alla candidatura alle prossime elezioni nazionali del 23 Dicembre – che da due anni vengono ormai rinviate – ed alle quali ha promosso come candidato il suo delfino Emmanuel Ramazani Shadary, mentre si sta assicurando di far politicamente fuori tutti i suoi avversari più pericolosi che riscuotono un ampio consenso tra la popolazione, come Jean-Pierre Bemba e  Moïse Katumbi.

In Camerun, l’impatto dell’insurrezione di Boko Haram è stato il risultato dello sfollamento di circa 238.000 camerunesi e di un afflusso di circa 90.000 rifugiati provenienti dalla Nigeria. Le incursioni transfrontaliere di Boko Haram, gli attentati suicidi e una maggiore insicurezza hanno amplificato la vulnerabilità della popolazione locale. Come riporta il rapporto ‘Monitoring food security in countries with conflict situations’, stilato da FAO e WFP (World Food Programme) nel gennaio 2018, l’insicurezza alimentare e la malnutrizione continuano a destare grande preoccupazione nella regione arida del Sahel, che è regolarmente colpita dalla siccità, dalla scarsità di cibo e dalle epidemie. I servizi idrici e igienico-sanitari sono i più deboli del Paese, con solo il 40% della popolazione che ha accesso all’acqua potabile.

Svolgiamo lo sguardo un po’ più ad est e andiamo in Somalia che è uno dei Paesi più poveri del mondo. La Somalia è perennemente in stato di guerra civile dal 1991. Una guerra che ha cambiato attori e motivazioni nel corso degli anni. ‘Ieri’ si combatteva tra clan capitanati da signori della guerra per il controllo del potere. Oggi, invece, il conflitto è di matrice religiosa e vede contrapporsi il Governo Federale di Transizione e l’organizzazione degli estremisti islamici Al-Shabab. Il conflitto duraturo ha creato un esodo di profughi che si riversa all’interno ed all’esterno del Paese.

Un grave periodo di siccità nel 2017, oltre alla scarsa pioggia, ha portato alla perdita del bestiame, al sovraffollamento urbano, alla diffusione di epidemie e alla distruzione dei mezzi di sostentamento: da tutto ciò è derivata un’emergenza umanitaria con circa 6 milioni di persone – su una popolazione che supera di poco i 12 milioni di abitanti- che necessitano di aiuti umanitari, di cui poco meno della metà che ha bisogno di assistenza alimentare.

Il Sud Sudan è lo Stato africano più giovane. È stato costituito nel 2011 a seguito di un referendum, ma è piombato in guerra due anni dopo. Il conflitto è sostanzialmente etnico e contrappone la fazione del Presidente Salva Kiir Mayardit – di etnia Dinka- e quella dell’ex vice-Presidente Riek Machar – appartenente al gruppo dei Neur. Le due etnie, di religione cristiana, che adesso si affrontano, avevano combattuto insieme per l’indipendenza contro i musulmani delle regioni del Nord. Oltre agli scontri interni, il Sud Sudan deve fare i conti con le potenze vicine, come l’Uganda, che bramano il petrolio di cui è ricco il suo territorio, oltre alla contesa aperta con il Sudan. Dall’inizio del conflitto, a metà dicembre 2013, circa 3,9 milioni di persone sono state costrette a lasciare le loro case a causa dell’instabilità: di questi circa 1,9 milioni sono sfollati e 2 milioni hanno cercato rifugio nei paesi limitrofi. Solo in Uganda arrivano ogni giorno circa 2 000 sudsudanesi.

Come riporta VOA News, secondo l’indice di vulnerabilità sui cambiamenti climatici del 2017, compilato dalla società di consulenza di rischio globale Verisk Maplecroft, il Sud Sudan è classificato tra i cinque Paesi più vulnerabili del mondo e sta vivendo alcuni dei cambiamenti di temperatura più acuti. Il tasso di deforestazione nel Sud Sudan è allarmante e, se continua, tra 60 anni non ci sarà più neanche un albero. Deforestazione che è aggravata da un aumento delle esportazioni illegali di legname e carbone da parte di compagnie straniere.

La malnutrizione rimane una grave emergenza sanitaria nel Sud Sudan. Grave insicurezza alimentare, conflitto diffuso, scarso accesso ai servizi sanitari, alti tassi di morbilità, diete estremamente povere e scarso igiene sono alcuni dei principali fattori che contribuiscono a una situazione di malnutrizione gravissima. A causa di tutto ciò, infatti, oltre 4.8 milioni di persone si trovano in condizioni di denutrizione.

 

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