sabato, Aprile 10

Falcone, il dovere della memoria

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Sul conto di Giovanni Falcone in queste ore si è detto e scritto di tutto; è ‘naturale’. In vita – e non poteva che essere così – doveva per forza essere oggetto di invidia e di ostilità, in base a una ferrea legge: «L’avere più ingegno del comune è sempre una grave colpa agli occhi dei mediocri». Oggi si sprecano, le lacrime di coccodrillo. Leonardo Sciascia le definisce «persone dedite all’eroismo che non costa nulla e che i milanesi, dopo le cinque giornate, denominarono ‘eroi della sesta’».

Come accade spesso, prima si viene ‘chiacchierati’; poi si viene  rimproverati di essere ‘chiacchierati’; alla fine, quando le chiacchiere stanno a zero, ecco che tutto si fa più facile: lo si è capito che tutto quel ‘chiacchiericcio’ ha ottenuto il risultato di isolarti. Se ti hanno isolato, puoi essere anche colpito. La reazione sarà sopportabile, basterà chinarsi un po’ e attendere che passi la piena…

Questo deve aver pensato Totò Riina, quando una sera convoca boss e sicari, per annunciare che il loro nemico, deve essere eliminato. Lì, a quella cena, si decide che all’altezza di Capaci un’apocalisse ucciderà quel «gran cornuto di Giovanni Falcone». Quello che per ragioni misteriose Riina ha voluto non fosse fatto a Roma, lo si farà in quel tratto di super-strada, tra l’aeroporto e Palermo.

Sì, davvero un ‘grande cornuto’, quel Falcone, agli occhi di Riina e dei suoi tagliagole.

Perché Falcone i mafiosi li capisce, li capisce bene. La sua formazione e la sua maturazione di magistrato lo mettono in condizione di comprendere bene quali trasformazioni segnano l’universo mafioso nella fase della ‘modernizzazione’, quella in cui i traffici illeciti legati al traffico della droga proiettati su scala internazionale hanno preso il posto dei ‘vecchi’ interessi rurali. Si fa le ossa come pretore in provincia di Siracusa, poi passa a Trapani e segue sul campo i boss del luogo, la generazione mafiosa di passaggio tra il ‘vecchio’ e il ‘nuovo’. Perfeziona la conoscenza del lessico mafioso, i segni, gli stili, impara a distinguere chi è il boss e chi è un ‘semplice’ carnefice. Capisce che il tradizionale lavoro di polizia, basato su delazioni, sussurri, intuizioni al massimo consente di arrivare ai livelli bassi o intermedi della mafia; ma occorre rompere il muro di omertà e trovare prove che portino a condanne che reggano fino alla Corte di Cassazione… La pista del denaro, che non puzza, forse, ma tracce ne lascia, a volerle e a saperle trovare.

Cosa Nostra lo vede come fumo negli occhi; non gli perdona di aver portato a compimento il maxiprocesso fino alla Cassazione, condanne definitive a tutti i boss della cupola. Non gli perdona di seguire la pista del denaro, che forse non puzza, ma tracce ne lascia, a volerle cercare e saperle trovare. Non gli perdona di aver compreso le trasformazioni dell’universo mafioso, i traffici di droga proiettati su scala internazionale, che prendono il posto dei vecchi interessi rurali.

Anche tanti avversari tra quanti, nelle istituzioni lo avrebbero dovuto sostenere, aiutare; e contribuiscono al suo isolamento. Quando Antonino Caponnetto lascia l’Ufficio istruzione di Palermo, sembra naturale che al suo posto sia nominato Falcone. Ma la maggioranza del Consiglio Superiore della Magistratura fa valere il criterio dell’anzianità e non della competenza, e nomina un altro magistrato con scarsissima esperienza di mafia. Il pool antimafia viene smantellato, Falcone si deve occupare di indagini su scippi, borseggi, assegni a vuoto.

Falcone è sempre più solo. Si candida ad alto commissario per la lotta antimafia. Bocciato. Si candida al CSM. I suoi stessi colleghi gli negano il voto. Il culmine quando alcuni leader del movimento della Rete lo accusano di tenere chiusi nei cassetti la verità sui delitti eccellenti. E’ costretto a una umiliante difesa al CSM. Accetta la proposta del ministro della Giustizia Claudio Martelli di dirigere gli Affari penali a Roma. Lo accusano di diserzione. Infine la procura nazionale antimafia: un organismo con il compito di coordinare le inchieste contro Cosa Nostra. Lui è il naturale candidato, il CSM lo boccia ancora una volta. E anche da ambienti insospettabili gli piove l’accusa di non essere più affidabile, si essere asservito a logiche governative.

Lo hanno ostracizzato da vivo, spesso, gli stessi che lo esaltano ora: e si capisce: era favorevole alla separazione delle carriere dei giudici dai pubblici ministeri; era per la responsabilità civile del magistrato; era favorevole all’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale. Come volete che fosse amato, un tipo così, nel suo ambiente?

Istruttiva la lettura di un brano del libro ‘I disarmati’ di Luca Rossi. Riporta una cruda ‘riflessione’ ad alta voce di Falcone: «…Il fatto è che il sedere di Falcone ha fatto comodo a tutti. Anche a quelli che volevano cavalcare la lotta antimafia. Per me, invece, meno si parla, meglio è. Ne ho i coglioni pieni di gente che giostra con il mio culo. La molla che comprime, la differenza: lo dicono loro, non io. Non siamo un’epopea, non siamo superuomini; e altri lo sono molto meno di me. Sciascia aveva perfettamente ragione: non mi riferisco agli esempi che faceva in concreto, ma più in generale. Questi personaggi, prima si lamentano perché ho fatto carriera; poi se mi presento per il posto di procuratore, cominciano a vedere chissà quali manovre. Gente che occupa i quattro quinti del suo tempo a discutere in corridoio. Se lavorassero, sarebbe molto meglio. Nel momento in cui non t’impegni, hai il tempo di criticare: guarda che cazzate fa quello, guarda quello lì che è passato al PCI, e via dicendo. Basta, questo non è serio. Lo so di essere estremamente impopolare, ma la verità è questa…».

Oggi Falcone è trattato alla stregua di un profeta; e in effetti, molte delle sue prese di posizione sono delle ‘profezie’. Ancora oggi inascoltate. Non smarrire la memoria di quello che diceva, pensava, scriveva… Per questo può essere utile questa piccola antologia di pensieri ‘falconiani’ che si tende a rimuovere:

«Si muore generalmente perché si è soli, o perché si è entrati in un gioco troppo grande…Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere».

«Una delle cose fondamentali da capire, se no non si comprende nulla, è che l’organizzazione non tollera vertici al di sopra di se stessa. Insomma: chi parla di ‘grande vecchio’ estraneo a Cosa Nostra e a essa superiore, in grado di condizionarne le scelte e di usarla, o è lontano mille miglia dalla comprensione del fenomeno; oppure per ragioni sue vuole pestare acqua nel mortaio. La mafia non tollera alcun tipo di subordinazione. Quanto ai rapporti con la politica, certo che ci sono; a volte anche organici. Ma sono questi ultimi a essere subordinati alla mafia, non il contrario».

«Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un Pubblico Ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa… E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di paragiudice…Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il PM sotto il controllo dell’Esecutivo».

«Se vogliamo realisticamente affrontare i problemi, evitando di rifugiarci nel comodo ossequio formale dei principi, dobbiamo riconoscere che il vero problema è quello del controllo e della responsabilità del PM per l’esercizio delle sue funzioni».

«Mi sembra giunto il momento di razionalizzare e coordinare l’attività del PM finora reso praticamente irresponsabile da una visione feticista della obbligatorietà dell’azione penale e dalla mancanza di efficaci controlli della sua attività».

E ora vi domandate come mai Falcone, che coltivava simili opinioni e idee, è stato ostracizzato da tanti suoi stessi colleghi, e abbia avuto tanti avversari e nemici?

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