mercoledì, Agosto 4

Fake news a parte, il problema è la democratizzazione dell’informazione

0
1 2 3


Come spesso si riscontra nella realtà di tutti i giorni in ogni vicenda esistono ampie zone di grigio che contengono lati positivi e negativi. Anche il così detto DDL Gambaro, presentato dalla senatrice Adele Gambaro (del quale abbiamo iniziato parlare ieri), non si esenta da questa dinamica. L’articolo 2 prevede che venga inserito nell’articolo 265 (3° comma) del codice penale il crimine di diffusione di odio razziale attraverso piattaforme informative online punibile con la reclusione non inferiore a due anni e multa fino ai 10000 euro. Bruno Saetta su ‘La Repubblica‘ considera questa misura eccessiva e la pena di reclusione deleteria. Pur non negando il fenomeno di diffusione dell’odio razziale, Saetta afferma che alcune campagne d’odio sono la conseguenza dei malesseri sociali a cui lo Stato non offre alcuna risposta. Per rafforzare questa tesi fa riferimento ad uno studio compiuto in Kenya nel 2013 dal Progetto UMATI. Lo studio dimostrerebbe che non sempre l’odio online si traduce in violenza reale. Paradossalmente l’articolo 2, comma 2 del DDL Gambaro ha il merito di introdurre azioni legali contro un reato fino ad ora non ben regolamentato dal codice penale italiano che si sta diffondendo tra i media italiani e le piattaforme online, spesso associata con gruppi eversivi di estrema destra.
Contrariamente a quanto sostenuto dal rapporto del progetto UMATI, il nesso tra l’incitamento all’odio razziale e l’atto criminale è molto forte. L’incitamento all’odio verso un gruppo etnico, religioso, politico, economico o sessuale ha giocato un ruolo fondamentale nelle più grandi tragedie dell’Africa moderna, tra cui ricordiamo il ruolo svolto da ‘Radio Mille Colline‘ prima e durante il genocidio del 1994 in Rwanda. Questo nesso ha spinto molti Paesi africani, tra i quali Kenya, Rwanda e Uganda, a introdurre severe punizioni verso giornalisti, blogger, testate giornalistiche, blog, radio e TV che diffondono odio sociale spesso basato da fake news.
Il comma 2 dell’articolo 2 del DDL Gambaro è l’unico atto sensato proposto che deve essere tradotto in realtà tramite modifica dell’articolo 265 (3° comma) del codice penale per combattere il dilagare in Italia di notizie con chiaro sfondo di odio sociale, spesso applicato per immigrazione e Islam. In Europa vi sono vari siti online che diffondono odio razziale gestiti da partiti e organizzazioni di estrema destra e anche da gruppi terroristici internazionali come quello ruandese Forze Democratiche di Liberazione del RwandaFDL che ha il suo quartiere generale politico a Parigi. Le FDLR furono formate dall’Esercito francese nel 2001 all’est del Congo, raggruppando le forze genocidarie sconfitte dall’attuale Presidente Paul Kagame e autrici dell’Olocausto Africano. E cosa dire delle tecniche di reclutamento del DAESH che avvengono attraverso siti di estremismo islamico tranquillamente consultabili in Occidente?

Il disegno di legge Gambaro risulta nel complesso molto superficiale in quanto non prende in considerazione chi sta dietro alle fake news e quali canali vengono utilizzati per diffonderle. Secondo analisi attuate da giornalisti americani, le fake news sono veicolate non da siti informativi alternativi riconosciuti, ma da siti ed autori anonimi, che attribuiscono alla notizia falsa inventate fonti autorevoli. La diffusione avviene tramite la pubblicazione della fake news su ‘siti civetta’ e replicati all’infinito da un esercito di ‘attivisti’ sociali del web, incapaci di riconoscere la veridicità della notizia causa inesperienza in materia.
Secondo le ricerche fatte le fake news sono state fino ad ora ‘permesse’ dai social network in quanto risultano più ad effetto e quindi capaci di attirare attenzione e pubblicità.

Gli studi in corso stanno scoprendo che le fake news spesso non sono spontanee ma rientrano in una strategia mediatiche prestabilita da una regia sconosciuta ed applicata secondo copioni prestabiliti con l’obiettivo di indirizzare l’opinione pubblica verso il sostegno o l’opposizione ad una determinata politica governativa. Di solito le fake news appartenenti ad un determinato argomento non sono spontanee. Sorgono e muoiono in precisi contesti storici e riproducono all’infinito la stessa disinformazione. In Europa (Italia compresa) le fake news sono spesse associate al reato di diffusione di odio etnico. Le vittime preferite: immigrati e mussulmani.
L’utilizzo di queste campagne di fake news si riscontra anche presso i media ufficiali, in quanto considerate notizie ad effetto e quindi più redditizie. Normalmente le campagne di fake news promosse dai media ufficiali sono tese a giustificare politiche governative impopolari, censure, sorveglianze di massa, violazione delle libertà personali, guerre. Tra le campagne fake news ‘ufficiali’, tra le più famose ricordiamo quella delle armi chimiche possedute dal defunto dittatore iracheno Saddam Hussein e le tattiche di violenza e scontro promosse durante le manifestazioni da gruppi italiani di estrema sinistra e anarchici. Le armi chimiche non sono mai state trovate in Iraq, e forti sono i sospetti di infiltrazione di agenti speciali italiani nelle manifestazioni con obiettivi di promuovere la violenza. Le due campagne attuate dai media ufficiali avevano lo scopo di giustificare l’atto di aggressione internazionale degli Stati Uniti contro l’Iraq e le misure repressive dell’opposizione giovanile italiana, considerata violenta.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->