martedì, Aprile 13

Fabiano Forti Bernini, re di quadri e di denari

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Il Bello. E’ il marchio di fabbrica dell’Italia, non a caso appellata il ‘Bel Paese’. Per alcuni, può assurgere a scuola di pensiero. Ad altri, disattenti e superficiali, può far partorire una ‘pecionata’, come il ‘verybello’ di Dario Franceschini, che strizza l’occhio ai turisti per l’Expo, ma lo fa con quel meticciato linguistico che è davvero ‘pocobello’.

Il Bello è quasi una religione, oltre che uno stile di vita. Viene introiettato a tal punto, in persone a ciò predisposte, da far parte del DNA.

Di somma abilità, poi, appare chi sa creare una simbiosi fra la bellezza -dell’arte, della cultura- e un universo apparentemente lontano quale è il mondo dell’alta finanza.

Un campione di tale eccezionale simbiosi l’ho trovato in Fabiano Forti Bernini, gentiluomo (di questi tempi, rara avis) che ho conosciuto, galeotto uno splendido libro d’arte riguardante il suo palazzo di famiglia a via del Corso, alla cui presentazione ero stata invitata, grazie al gentile ‘ponte’ di una meravigliosa, aristocratica amica.

Senonché, una sciagurata influenza mi ha messo knock-out per giorni e giorni ed alla presentazione del libro d’arte di Rosella Carloni ’Palazzo Bernini al Corso – dai Manfroni ai Bernini, storia del palazzo dal XVI al XX secolo e della raccolta di Gian Lorenzo Bernini’ (Campisano Editore) non sono potuta intervenire.

Poiché, però, secondo le migliori tradizioni, si chiude una porta e si apre un portone, il contatto con Fabiano Forti Bernini, nato intorno al libro, ha ampliato i suoi orizzonti perché ho pensato che un personaggio di gran caratura come lui meritava senz’altro ben più che un articolo, sia pure ampio e scritto con attenzione, sul libro di cui è stato mecenate.

Sarà per la fascinazione proiettata da alcune delle sue ascendenze da un così eccelso artista quale fu Gian Lorenzo Bernini, sarà perché di fronte ad un uomo così elegante, bello, carismatico, mi lascio catturare dal suo eloquio affabulante, fatto sta che la chiacchierata si spalanca in intervista (e il materiale raccolto è copioso, quasi da farci un libro…), con un intervistato che cortesemente risponde alle domande, dà delucidazioni, è di somma disponibilità, dedicandomi una quantità di tempo ‘mostruosa’.
Frutto di un sì gradevole incontro è un ritratto a tutto tondo di un uomo ‘speciale’, che ha il culto dell’understatement in una cittàsbracatacome Roma, dove chi conta zero o meno uno fa di tutto per apparire ciò che non è. Insomma, lui è un romano non de Roma.
Sì, nella mia linea di ascendenza, si mescola anche il sangue inglese, che mi arriva attraverso una nonna Cattaneo della Volta di Genova, figlia di Guendalina Boncompagni Ludovisi; a sua volta costei era figlia di Agnese Borghese, che, riprendendo questo disegno matrilineare, era la figlia di quella Guendalina Talbot sposa di Marcantonio Borghese, la quale, ammalatasi di scarlattina soccorrendo i poveri, portò nella tomba anche i due figli maschi e lasciò unica erede superstite Agnese stessa. Un’altra nonna mi ha portato sangue francese e napoletano perché era una Caracciolo Ginnetti, dei Principi di Avellino e di lì si risale alla parentela coi Duchi di Valmy”.

Un vero libro Gotha… La storia ha su di me un effetto ipnotico. L’incontro avviene negli uffici romani di Sella Patrimoni -Gruppo Banca Sella, in via Cassiodoro a Roma-, ove Fabiano Forti Bernini ha portato, insieme con suo fratello maggiore Alessandro e con suo padre Filippo (un uomo della finanza Doc non va mai in pensione…), l’incomparabile background di un’attività familiare sessantennale nel campo della finanza.
Ambiente accogliente ma senza sfarzi, in linea con la filosofia di famiglia. Bei pezzi di arte contemporanea che l’intervistato ama moderatamente. E’ l’arte antica che lo appassiona e di cui si circonda negli spazi privati.

 

Partiamo dalla parte professionale. Come nasce l’itinerario della famiglia Forti Bernini nel settore della finanza?
Mio nonno era un gentiluomo d’antico stampo, che amministrava le proprietà familiari. Fu mio padre Filippo a diventare agente di cambio negli anni ’50, prima a Roma, quando la Borsa era al Tempio di Adriano, in Piazza di Pietra; poi a Milano, dove basò gli uffici in via Santa Maria Segreta, nelle adiacenze della Borsa. Un’organizzazione complessa, dove lavoravano una cinquantina di addetti. Un mondo molto ristretto e low profile, quello degli agenti di cambio, 150 in tutt’Italia, di cui mio padre fu anche il Presidente dell’Ordine. Inoltre, la sua vasta esperienza lo portò anche a essere il rappresentante italiano presso la Federazione Internazionale delle Borse e a rappresentare la Borsa italiana nella Commissione della Comunità europea che si occupò dell’armonizzazione dei mercati. Entrambi noi figli abbiamo seguito le sue orme. Prima Alessandro, che mi precede di circa dieci anni; poi io, che ho percorso tutto l’iter di studi necessario, con la laurea in Economia e Commercio all’Università ‘La Sapienza’ di Roma e la tesi in Tecnica Bancaria, di cui fu relatore il professor Nazareno Ferri, incentrata proprio sulla riforma che portò, di lì a poco tempo, alla cancellazione della categoria degli agenti di cambio. Arrivai, dopo la laurea, a Milano giovanissimo, prima che entrasse in vigore la riforma che avevo approfondito nella mia tesi ed alla quale anche mio padre aveva dato un contributo ‘scientifico’. Feci in tempo a conseguire il tesserino di procuratore di Borsa, di vivere quella atmosfera incomprensibile a chi non l’abbia sperimentata dal di dentro: fatta di gesti e di una Borsa autentica, gridata, priva dell’atmosfera soft mediata dai Pc. Entro pochi mesi, se la riforma non fosse diventata subito realtà, sarei diventato agente di cambio.

E cosa avvenne?
Con la nuova legge diventammo tutti S.I.M., ovvero Società di Intermediazione Mobiliare ed anche SpA e le banche s’impadronirono di un segmento del mercato che fino ad allora avevano approcciato col tramite degli agenti di Borsa. Si parla di ‘apertura dei mercati’, ma ciò è avvenuto anche troppo, perché è lievitato il numero delle persone abilitate ad agire senza garanzie di professionalità. Forse, accanto alla riforma, sarebbe stato bene tarare controlli e severità per selezionare chi si confronta con la pubblica fede…Il nuovo sistema portava nella direzione di una partnership con una Banca: nel nostro caso ci alleammo con la Banca di Roma, presieduta da Cesare Geronzi, dando vita alla Roma S.I.M. SpA, con uffici di proprietà della Banca, a Milano, in piazza Edison, vicinissima a Piazza Affari. Il personale, 100 dipendenti, era fifty fifty e facemmo utili già a partire dal secondo anno di attività. Mio padre era vicepresidente di Roma S.I.M.; Alessandro assunse il ruolo di direttore generale. Io, che ero appena venticinquenne, ebbi la responsabilità della sala operativa, cuore pulsante dell’azienda; il che mi diede modo di sviluppare una forte maturità, maggiore di quella dei miei coetanei, visto che incombeva su di me la responsabilità nell’immediato degli acquisti e vendite dei pacchetti azionari. Era un’esperienza che avevo fatto, sia pur brevemente, ancora nel floor della Borsa vecchia maniera, dunque ero già corazzato al riguardo. L’esperienza non durò a lungo: se da un lato, la Banca ci riconobbe la capacità di macinare utili, nello stesso tempo ci trovammo a dover fronteggiare la bizantina burocrazia bancaria, quasi una palla al piede, e l’inesperienza del personale da loro attribuitoci.

Parliamo di Fabiano Forti Bernini in prima persona. Cosa voleva fare a 16 anni?
In realtà già mi sentivo proiettato verso l’attività familiare. Stavo frequentando il Liceo Scientifico, pur sentendo in me una predilezione per gli studi umanistici e non amando particolarmente la matematica. Forse, non avendo prospettive nell’impresa di famiglia, avrei potuto fare il giornalista o il diplomatico; oppure il politico, ma nel senso ‘alto’, quasi ‘missionario’ dell’impegno pubblico. D’altronde anche oggi, come allora, quando fui piuttosto precoce, seguo molto i temi di politica, economia e cultura. Mi rivedo riflesso in mio figlio Gian Lorenzo: per avere 12 anni, è informatissimo sulle cariche istituzionali e su tematiche tipiche della politica. Per me la scelta dell’Università fu semplice, giacché avevo dinanzi una strada già tracciata; anzi un’autostrada.

Quale fu la successiva evoluzione dell’attività di famiglia?
Consapevoli delle diversità genetiche fra noi professionisti e il mondo bancario, nel 1994 ci siamo ‘messi in proprio’, fondando la Fortinvestimenti S.I.M. SpA, con la mission di gestione patrimoniale per clientela privata di alto livello; io rimasi, però, altri quattro anni alla Roma S.I.M., fino al 1998, assommando, in totale, otto anni di permanenza lavorativa a Milano e incontrando lì anche mia moglie Carla. Dal mio punto di vista, Milano ha molti punti positivi ed è altrettanto accogliente di Roma. Quell’anno sono tornato a Roma, operando nell’azienda di famiglia: il percorso evolutivo che abbiamo seguito nel settore delle gestioni patrimoniali ci ha condotti ad un’allanza con Banca Patrimoni Sella, di cui è amministratore delegato Federico Sella, figlio di Maurizio, colui che per due mandati è stato presidente dell’Associazione Bancaria Italiana. Sotto il profilo strategico, ci pareva importante un accordo con una Banca di dimensioni medie, ma capillarmente diffusa, con un DNA molto simile al nostro; con un approccio misurato e fondato sull’understatement, elemento che, in questo lavoro, è un valore aggiunto. La riservatezza totale sta alla base del nostro lavoro. Non ho mai saputo chi fossero i clienti di mio padre, né lui i miei. In essi deve esserci la consapevolezza di avere come interlocutori professionisti che, neanche sotto tortura, rivelerebbero particolari sulla gestione patrimoniale della clientela. E’ questo il segreto per non perdere la fiducia intuitu personae che è alla base del nostro lavoro.

Un lavoro di estrema delicatezza, dunque…
Di assoluta delicatezza. Siamo molto selettivi con e per la nostra clientela, composta solo da amici o amici di amici. Nel nostro lavoro, si fa presto a cadere in qualche trappola, mossi dalla ‘cupidigia’: se in questo momento mi citofonasse uno sconosciuto, dicendomi di avere un milione di euro da investire, non mi sognerei mai di accettarlo come cliente. Potrebbe essere un malavitoso e, poi, nelle indagini che lo riguardano, il tuo nome può essere schizzato di fango, perché esce fuori che era cliente di Fabiano Forti Bernini… No, no: rinuncio a queste avventure alla cieca a cuor leggero, dormo più sereno.

Nella nostra conversazione è emerso un particolare interessante: lei si sente romano… ma fino a un certo punto…
Non tanto e non solo per questioni genealogiche; piuttosto perché io, romano di nascita e di formazione, amo moltissimo la misura, applicata nella vita quotidiana, dai tanti piemontesi e lombardi che fanno parte del mio universo professionale e amicale.

Girata la boa professionale, parliamo di lei. Lei è un uomo molto elegante, dal di dentro, ma anche con un abbigliamento di gran gusto… E’ un’armatura da lavoro, la sua?

Assolutamente no. Da sempre mi piace vestirmi con gusto e misura e sono stato a lungo cliente della sartoria Carbotti, l’ex tagliatore di Caraceni. Gli abiti su misura hanno un altro allure e tuttora ho un bravissimo sarto, bien agé, che mi viene a casa. Un tesoro prezioso, di questi tempi! Lo raccomando a pochi amici veri, centellinandolo, altrimenti s’inflaziona… Insegno sempre ai miei figli che un uomo apparentemente elegante dev’essere giudicato per quello che è un vero e proprio punto debole: le scarpe. Troppo spesso ad un abito ‘giusto’ si accompagnano scarpe incongrue. Una persona veramente di classe è elegante con semplicità e intelligenza, senza fronzoli. E mai dimenticare che ci vuole sempre l’ingrediente dell’umiltà: nella vita ti capita di incontrare personalità di grande spessore e accorgerti che la loro semplicità le pone al di sopra di tutto.

Lei è una personalità di spicco sul fronte dell’arte, del collezionismo, del mecenatismo. Naturalmente, son cose che si vivono grazie ad un brodo primordiale familiare che circonda da sempre. Ci racconti delle sue esperienze in questo settore.
Per me la cultura è sinonimo di passione infinita… ma è anche una questione di predisposizione personale: mio fratello e mia sorella, maggiori di me per età, sono vissuti e si sono formati nella stessa famiglia, ma nessuno dei due prova il mio identico sacro fuoco verso l’arte e l’antichità. Anche per me è stata un’illuminazione non adolescenziale, bensì risalente all’epoca in cui mi son trasferito a Milano. La mia futura moglie lavorava alla Casa d’Aste Christie’s e mi diceva “Vienimi a prendere, così vedi anche tanti pezzi preziosi”. Io facevo una certa resistenza, devo confessare che mi annoiavo. Ad un certo punto c’è stata una svolta è sono totalmente cambiato: ho provato un’attrazione per l’arte antica, studiando tanto, perché se non studi la passione serve a poco. Ho frequentato mostre, aste, convegni; certo, riconosco che ho un certo ‘occhio’ per riconoscere il vero dal falso e persino qualcosa che sfugge alla vista degli studiosi e questo è una marcia in più; l’occhio va affinato con lo studio e tutto questo ti predispone a riconoscere i capolavori. Sono stato amico di grandi critici come Sir Denis Mahon o Giuliano Briganti e con loro ho condiviso l’amore per il riconoscimento di opere ancora non scoperte; ho vincoli amicali con moltissimi storici dell’arte e direttori dei musei. Questa mia passione, insieme al sunnominato ‘occhio’ mi ha fatto comprare ‘bene’ quadri di grandi maestri che erano ancora sconosciuti o considerate scomparsi. Molto spesso accompagno grandi capolavori della mia collezione in mostre internazionali… Attualmente è esposto il ritratto del Cardinal Spada del Guercino, che appartiene alla mia collezione, nella mostra alla Galleria Nazionale di Arte antica di Palazzo Barberini intitolata: ‘Da Guercino a Caravaggio – Sir Denis Mahon e l’arte italiana del XVII secolo’, in programma fino al 15 febbraio. Il quadro che ho prestato è il bozzetto di quello che è esposto permanentemente alla Galleria Spada e, in mostra, son messi a confronto. Quello che mi appartiene, l’ho trovato a New York, ingiallito, sporco, senza restauri sin da quando uscì dal pennello del Guercino. Il mio ‘occhio’, in asta, non mi tradì: veniva dal patrimonio di una famiglia principesca polacca, scappata negli USA con i propri tesori dalla furia nazista. Precedentemente dovrebbe essere appartenuto ai Borghese.

Un vero mecenate!
Seguo spesso le opere in mostra -anche quelle che mi vengono dall’eredità Bernini- e ciò mi dà l’opportunità di conoscere tante personaggi straordinari, in grado di trasferirti conoscenze, entusiasmo, il senso della continuità della creazione artistica: direttori di Musei, curatori di mostre, storici dell’arte. Mi capita anche d’imbattermi nell’opacità dell’invidia. Quella è una vera e propria malattia.

Ci racconta qualche episodio su questa sua vita nel mondo dell’arte antica?
Nel 2006 ebbe luogo una mostra di Caravaggio a Roma in cui venne esposto all’ala Mazzoniana delle Stazione Termini un quadro del Merisi, ‘La chiamata dei Santi Pietro e Andrea’ riscoperto da Denis Mahon al Castello reale di Windsor. Mi chiesero di organizzare un pranzo ufficiale in onore di Michael di Kent, cugino della Regina Elisabetta II, dopo l’inaugurazione della mostra, il 22 novembre, al Circolo della Caccia. Un numero ristrettissimo di ospiti, 150, fra cui molti rappresentanti diplomatici ed i maggiori storici dell’arte del mondo. Per il Governo, non c’era l’allora Ministro per i Beni Culturali, Francesco Rutelli, intervenuto solo all’inaugurazione della Mostra.Il Cerimoniale presentò qualche momento complesso. Naturalmente, gli invitati avrebbero dovuto confermare la presenza… ma ci fu un disguido per l’Ambasciatore tedesco presso la Repubblica italiana che si presentò, senza aver confermato e, per di più, accompagnato dalla moglie. Non mi feci prendere dal panico e spostai un paio di storici dell’arte per farlo accomodare ad uno dei tavoli più importanti e più vicini all’illustre ospite inglese. Da ‘padrone di casa’ tenni il discorso di benvenuto, sia in italiano, sia in inglese; sorprendendo molti, Michael di Kent si alzò e replicò, cosa non scontata.

L’arte moderna: che ne pensa?
Seguo anche l’arte moderna e qualcosa mi son divertito ad acquistare. Ma in casa mia solo arte antica; il contemporaneo lo espongo qui negli uffici. Confesserò un mio pensiero, che mi sta particolarmente a cuore: amando nel contempo l’Arte e il mio Paese, sono irritato dall’autolesionismo di cui patisce; mi candiderei volentieri a mettere al servizio della comunità la mia esperienza quale Ministro della Cultura. Cen’è da fare: siamo l’ultimo Paese, fra quelli della UE, nella classifica delle risorse destinate ai Beni culturali e vi è un fenomeno di contrazione dei finanziamenti statali, passando dallo 0,37% del PIL del 2001 allo 0.11% dell’anno scorso. Ciò in un Paese che concentra il maggior numero al mondo di siti UNESCO (mi pare 49) e tante altre meraviglie non entrate nella lista UNESCO, ma comunque straordinarie. Ci vorrebbe quasi quasi un UNESCO solo per noi! E i Musei: non ce n’è nessuno italiano nella lista che comprende i più importanti al mondo. E non per mancanza di capolavori ospitati! Mi auguro che il concorso internazionale, lanciato recentemente dal Ministro Dario Franceschini, per il reclutamento di direttori per i maggiori Musei e Gallerie d’Arte italiani riesca a portare alla guida di questi luoghi d’arte straordinari le risorse umane più qualificate per rilanciarli e ridare loro smalto, attraverso una managerialità che, in molti casi, appare manchevole. Talaltra c’è anche da noi, ma ingabbiata dalle pastoie burocratiche.

Ovvero, siamo incapaci di mettere a frutto ciò che possediamo?
E’ lapalissiano. Lo Stato gestisce un numero mostruoso di Musei, ben 430 e per sostenerli ci vuole un approccio manageriale finora non applicato; va tenuto in prima linea l’aiuto dei privati, grazie anche a politiche di defiscalizzazione e il posizionamento delle persone giuste al posto giusto. Questa situazione così penosa, a mio avviso, nasce da una profonda e diffusa ignoranza, dalla carenza assoluta di sensibilità e dall’assenza di amor di Patria. Bisognerebbe, secondo me, cominciare cambiando il nome del Ministero preposto, in Ministero del Tesoro dei Beni Culturali! Un recente studio della Camera di Commercio di Monza ha analizzato il valore di alcuni dei più importanti monumenti e musei italiani, utilizzando una ventina di criteri, tra cui il numero di turisti, i soldi che ognuno di loro spende, la riconoscibilità del ‘bene’ su Internet, il numero e la qualità delle aziende coinvolte nell’indotto (ristoranti, alberghi, agenzie di guide turistiche eccetera) il valore del territorio in cui il bene risiede. Risultato? Il Colosseo vale 91 miliardi, i Musei Vaticani 90, il Duomo di Milano 82, la Fontana di Trevi 78, Pompei 20, gli Uffizi solo 12 miliardi. E la Tour Eiffel, tanto per fare un esempio a noi vicino, vale il quintuplo del Colosseo. Unendo il valore dei primi sette siti si raggiunge quota 400 mld di euro, mentre il valore di capitalizzazione della Borsa italiana a dicembre 2014 raggiungeva quota 467 mld di euro… I numeri parlano chiaro! Bisogna investire, in risorse materiali e in risorse umane e il nostro patrimonio diverrà un volano incommensurabile. Non dimentichiamo che, la rarefazione degli investimenti in cultura e formazione ci sta facendo allevare degli ignoranti. Gli analisti economici sanno bene, invece, che ogni 100 euro investiti in cultura danno un ritorno di 250 euro.

La sua passione per questi argomenti è davvero rimarchevole. Sogna di fare il Ministro dei Beni Culturali ma siamo il Paese che premia l’incompetenza. Ci sarebbe un’iniziativa che si sente di suggerire al Ministro dei Beni Culturali Franceschini?

Realizzare il mio sogno di creare un grande Museo Nazionale, ove concentrare i grandi tesori italiani. Ma la reazione scomposta alla proposta di Vittorio Sgarbi di esporre a Milano, durante l’Expo, i Bronzi di Riace, testimonia che l’Italia non è pronta a fare gioco di squadra e si arrocca in campanilismi sterili. Ciò ferisce a morte la nostra attrattività e la capacità di rendere la cultura fonte di utili per il nostro PIL. Chiunque, all’estero, avesse avuto i nostri tesori, ne avrebbe promosso un’immagine complessiva, non parcellizzata. Ma il divide et impera lusinga le vanità localistiche senza risolvere nulla.

 

Terminiamo l’incontro così, senza parlare del suo grande avo Gian Lorenzo Bernini. Mi riservo di tornare a trovare il nostro intervistato, per dare conto di quest’altra sfaccettatura della sua personalità e del suo impegno culturale.

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