domenica, Maggio 9

F-35, missili e sottomarini nucleari: la lista della spesa del Pentagono

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Nel nostro totale ed assoluto provincialismo, restiamo sgomenti davanti alle cifre del riarmo deciso dal Presidente Trump. Ma la potenza militare degli USA si fonda su un gigantesco complesso di industrie che, come i frigoriferi che producono ghiaccio dallo sportello anteriore, continuano a vomitare armi a un ritmo inimmaginabile per gli standard del vecchio continente. La ragione è semplice. Gli USA non solo detengono più di un’arma personale per ogni abitante, da 0 a 100 anni, ma hanno anche il primato delle esportazioni di armi in tutto il mondo.

E anche il mite agnellino Barak Obama non si sottrae a questo scenario: dall’inizio del suo primo mandato a ieri, le vendite di armi made in USA a paesi esteri sono aumentate in volume di fatturato di ben il 43 percento secondo l’autoreve Istituto SIPRI di Stoccolma. A incrementare maggiormente i budget per la difesa nell’anno scorso sono stati i paesi asiatici e quelli baltici, mentre Stati Uniti ed Europa hanno fatto segnare solo un leggero aumento. La Russia esce dallatop fivemondiale, che vede saldi al primo posto gli Stati Uniti (con 622 miliardi), seguiti da Cina (191,8 miliardi), Regno Unito (53,8 mld), India (50,6 mld) che dal sesto posto sale al quarto (scalzando la Russia) e dall’Arabia Saudita (48,6 mld). L’autorevole annuario mondiale delle armi, il Jane’s Fighting Ships di Londra cacola che  nei prossimi due anni l’India salirà al terzo posto, davanti alla Gran Bretagna diventando un mercato chiave per i venditori di armamenti. Nel 2016 il calo dei prezzi del petrolio ha influito sulla crescita dei budget militari degli Stati del Golfo, e la regioni ha perso la sua posizione in forte crescita che deteneva tra il 2012 e il 2014, tuttavia le spese di Kuwait e Qatar hanno continuato ad aumentare in misura rilevante.

Secondo questi dati, negli anni dal 2009 al 2016  il 40 percento di tutte le vendite di armi nel mondo originava dagli USA e rappresentava il doppio di quanto esporta in armi il secondo classificato, la Russia di Putin. Quasi la metà di queste esportazioni era diretta al Medio Oriente (leggi essenzialmente Israele e stati del Golfo persico filo-americani), ma armamenti sono stati venduti anche a stati non coinvolti in conflitti e che rinnovavano i propri arsenali. La produzione bellica nordmericana, ha spiegato un alto funzionario del SIPRI, ha beneficiato di grandi sviluppi nell’ammodernamento di sistemi d’arma, e molti paesi produttori di petrolio che non sono affatto minacciati oggi nella loro integrità hanno deciso di investire gli alti profitti della produzione petrolifera per rifarsi le proprie forze armate. C’è da notare che il traffico di armi è strettamente legato alla congiuntura economica e che, come si è detto, con le cicliche oscillazioni del prezzo del petrolio  paesi produttori regolano il loro bilancio della difesa in base ai profitti e alle perdite sul mercato del greggio. E infatti attualmente le loro spese sono in rialzo.

Pur con tutte queste considerazioni il complesso industrial-militare degli USA è un apparato in continua espansione. Basti pensare ai profitti enormi che si realizzano rivendendo a stati esteri sistemi di arma ancora attuali ma prossimi ad essere superati, in un dumping che se non fosse relativo a strumenti di morte sarebbe da prendere ad esempio. Senza valutare poi l’assistenza post-vendita, i servizi di manutenzione, ricambi, updating che coprono interi decenni e che sono un’ulteriore rendita in continua espansione. Se si calcola che un moderno cacciabombardiere per ogni ora di azione in volo richiede al suo ritorno alla base un’assistenza altamente specializzata per molte ore, allo scopo di controllare e resettare tutti  i suoi multiformi e complessi apparati di avionica, si vede quale manna sia vendere un prodotto del genere per chi lo fabbrica. In misura variabile ma sempre macroscopica, dipendente dal realismo degli Stati Maggiori, dalla situazione internazionale e dalla congiuntura economica interna, nessun presidente degli USA può quindi ignorare questa realtà. E certo non Trump, per il quale apparentemente basta una grosso bastone per far grande l’America. Per lui lo slogan America first sembra indicare che l’America vuole essere la prima a estrarre la pistola, come nei duelli al sole nel lontano (o vicino?) Far West.

Resta anche da vedere come si comporterà il Congresso nell’esame e approvazione del bilancio federale. I forti tagli annunciati da Trump hanno colpito duramente il Dipartimento di stato per gli affair esteri, limitandone indirettamente la capacità di svolgere un’azione diplomatic efficace. E soprattutto nella logica nefasta del profitto a tutti i costi, anche a costo della pelle dei cittadini e non solo i loro, l‘Ente per la protezione dell’ambiente si vede ridotto il proprio bilancio di un terzo circa e dovrà licenziare più di tremila dipendenti.  Programmi molto cari a tanti americani, per l’arte, per la radio pubblica Npr, per gli aiuti internazionali, vengono cancellati, come pure i fondi per la ricerca scientifica all’Nih (-5,8 miliardi, un quinto del budget) che fanno dell’America il leader mondiale degli studi di medicina e biologia. L’Agenzia per le energie, Advanced Research Projects Agency-Energy, si azzera. Ridotti o cancellati programmi per i poveri, case, lavoro, scuola, sanità, e ciò incide direttamente su quella fascia di elettorato che ha votato entusiasticamente per Trump.

Vale la pena di analizzare a grandi linee i progetti più importanti, ed onerosi, del riarmo USA.

Cominciamo dal caccia F-35 che prevede una spesa di 1500 miliardi di dollari in oltre mezzo secolo. Ogni velivolo costerà 100 milioni di dollari. Il programma è in corso da quasi sedici anni ed è fortemente in ritardo sui tempi. È un progetto molto ambizioso che mira a dotare di un solo tipo di caccia le tre armiAeronautica, Marina e Marines – ma soltanto quest’ultima arma è pronta a metterlo in linea per quest’anno. Dalla visione originale di un velivolo multifunzione si è sviluppato un aereo che soffre di scarsa autonomia ma costituisce, secondo gli esperti, una piattaforma elettronica volante in grado di coordinare intere operazioni militari in una determinata area.

La Marina conta di costruire un’altra dozzina dei cacciatorpediniere classe Arleigh Burke oltre la sessantina che già ha in servizio. Il programma finora è costato 114 miliardi di dollari, ogni unità costa quasi due miliardi, e tutta la classe andrà rimpiazzata dalla classe Zumvalt, che incontra vari problemi.

Poi c’è un velivolo altamente sperimentale, il V-22 Osprey, dotato di reattori orientabili per decollo e atterraggio verticale. Il progetto va avanti da 20 anni ma dopo aver speso quasi 60 miliardi di dollari, sembra aver superato tutti i problemi ed è già in uso dai Marines e dalle Forze Speciali. Ogni velivolo, nelle sue due versioni, costa 70 milioni per la complessità della struttura.

Per le portaerei c’è poi il Super Hornet nelle due versioni F/A-18 e E/F . Costa relativamente poco, ‘solo’ 65 milioni a pezzo, ed ha un armamento polivalente che ne fa un cacciabombardiere abbastanza completo.

La borsa della spesa si fa pesante in materia di sottomarini nucleari. La classe Virginia costa quasi tre miliardi a unità. La Marina ne vuole una trentina, da qui al 2020, per sostituire la quarantina di sottomarini classe Los Angeles che sono il nucleo di attacco attuale. Costo totale previsto per l’operazione, una novantina di miliardi.

Ma la maglia nera per i nuovi sistemi d’arma è la superportaerei che avrà il nome del presidente Gerald Ford (passato alla storia per essere il primo vice presidente diventato presidente che non sia stato riconfermato nelle successive elezioni presidenziali). Il progetto è faraonico, tanto da essere stato definito dal presidente della commissione del senato per le forze armate «il più spettacolare flop degli ultimi decenni». La prima unità ha già superato di due miliardi e mezzo il costo previsto e il costo finale sarà di sei miliardi fuori bilancio.

Per le forze di terra arriva finalmente, sull’onda delle gravi perdite subite nei conflitti iracheni, un nuovo veicolo da trasporto truppe in grado di resistere alle mine. Ne sono stati prodotti 27mila, il nome MRAP è l’acronimo di Mine Resistant Ambush Protected Vehicle: costa un milione di dollari al pezzo, ma ha risollevato il morale della fanteria anche se non è stato ancora testato in battaglia.

Ricordate gli spettacolari lanci di missili da sottomarini in immersione, capaci di colpire senza essere scoperti e di poter agire in tutte le acque del mondo? Il missile Trident II costerà come intero programma di sviluppo qualcosa di più di 53 miliardi di dollari, ogni ordigno verrà a costare 37 milioni.

Sempre in campo aeronautico il Pentagono ha speso quasi 70 miliardi per progettare costruire e mettere in linea quasi 200 caccia F-22 Raptor. Il programma originario venti anni fa ne prevedeva 648, che dovevano costare 140 milioni l’uno. Ma grazie alle continue revisioni del progetto il costo finale per unità è triplicato a 412 milioni. Nel 209 il Congresso aveva votato la sospensione del progetto, ma da allora il Raptor ha avuto una seconda chance in operazioni di bombardamento conto l’ISIS e come addestratore nelle basi europee.

E dulcis in fundo c’è un ultimo progetto che sta facendo fiasco. L’LCS doveva essere una nave di difesa costiera capace di contrastare flotte di attacco, respingere naviglio minore e pattugliare le coste. Costa 362 milioni a unità ma non ha mai funzionato a dovere, e lo stesso Pentagono ha riconosciuto che non è in grado di svolgere appieno le funzioni per cui era stata progettata e che è vulnerabile ad attacchi elettronici.

Tutte queste armi sembrano rispondere a una strategia militare di grandi conflitti. Quando armamenti analoghi sono stati usati in conflitti minori hanno rivelato una preoccupante vulnerabilità. Nella guerra delle Falkland una fregata della Marina Britannica fu affondata da un paio di missili low-cost, i francesi Exocet, portati sul bersaglio da aerei subsonici usati per addestramento dall’aeronautica argentina. La vulnerabilità di unità enormi come le portaerei richiede poi un complesso sistema di schieramento a protezione, e I kamikaze giapponesi nella seconda guerra mondiale hanno fornito un gran brutto esempio a che è disposto a sacrificare la propria vita pur di colpire il nemico (Torri gemelle docet). La guerra del Kippur fra Egitto e Israele segnò a suo tempo la fine delle forze corazzate, ormai inermi contro semplici missili terra-terra filoguidati. E l’episodio dell’elicottero dei Marines abbattuto a Mogadiscio e immortalato nel film Black Hawk Down dimostrò ancora una volta, come già nel conflitto del Vietnam, che tutti i velivoli a decollo verticale anche se irti di difese elettroniche si buttano già con un buon fucile da caccia, figuriamoci con un Kalashnikov.

Come tutte le favole anche la favola delle armi che dovrebbero spaventare i lupi cattivi ha una sua agra morale: un istituto di ricerche ecnomiche importante come la Brookings Institution ha calcolato di recente che per rimuovere il gap globale della povertà – che significa far si che in tutto il mondo nessuno viva più al disotto del limite convenzionale della fame – basterebbero 66 miliardi di dollari, giusto un poco più degli aumenti di Trump per il bilancio della difesa. Ma anche all’incirca quanto spendono ogni anno gli americani  per acquistare biglietti della lotteria.

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