mercoledì, Aprile 21

Expo: un messaggio che viene da lontano e andrà lontano

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Passata è la tempesta: odo augelli far festa”. E’ così che ci incanta celebrare la chiusura delle nobili porte dell’Expo 2015, con una canzone di settenari ed endecasillabi composta nel settembre del 1829 dall’ormai trentenne Giacomo Leopardi che se non è stato l’emblema fisico della bellezza, ha sicuramente espresso un’armonia abbracciante nei suoi versi, spesso odiati sui banchi scolastici ma più solertemente apprezzati negli anni della maturità. E che un turbine sia stata l’ultima Expo italiana, è fuori di ragionevoli dubbi. E’ troppo presto per darne un giudizio e non è interesse di chi scrive, né di chi legge condividere pareri troppo al di sopra delle motivazioni che hanno spinto alla realizzazione e alla gestione di un evento così possente. Ma gli oltre venti milioni di visitatori rappresentano un volume che deve far riflettere sulla capacità mediatica e attuativa di un evento che ha polarizzato la partecipazione di quasi 150 Nazioni e di un’organizzazione policroma.

 

Una pillola di storia

L’Italia non è nuova alle esposizioni mondiali, un avvenimento che affonda le imperiose radici addirittura al 1851, ai tempi di Victoria, Regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda che volle dare alla sua Inghilterra l’immagine della potenza industriale al di sopra di ogni altra terra del pianeta. L’esibizione fu organizzata da Alberto, principe consorte e i proventi furono utilizzati per finanziare la costruzione del South Kensington Museum, l’attuale Victoria and Albert Museum in Cromwell Road. Da allora le principali città mondiali si contendono la sede inseguendo l’esempio della austera City imperiale nella speranza di realizzarne preziosi incassi. Nel 1906 toccò per la prima volta a Milano tra la Piazza d’Armi e il Parco. Il maggior risalto fu dato alla nascente aviazione, che ancora nemmeno aveva una sua connotazione manifatturiera: le case più antiche non esistevano. Enrico e Giulio Macchi fondarono l’omonima ditta a Varese nel 1913; nel 1915 Domenico Santoni e Luigi Capè misero assieme le proprie forze per realizzare la SIAI-Marchetti a Sesto Calende e Gianni Caproni impiantò i suoi capannoni a Taliedo nel 1910. Quindi un tema assolutamente avveniristico. L’innovazione era rappresentata, oltre che dalle prime sperimentazioni di volo, anche sull’uso di gas per la propulsione di aeronavi e dirigibili. Nel 1911 sarà a Torino l’esposizione internazionale e pur festeggiando i cinquant’anni dell’unità d’Italia sarà l’inaugurazione del campo volo di Mirafiori e la gara d’aviazione Roma-Milano ad essere il piatto forte dell’evento, perché la città dei Savoia ha vissuto avidamente gli importanti influssi dei pionieri francesi che insegnarono l’arte del volo e la fattiva capacità di costruire aerei: tra tutti ricordiamo Léon Delagrange e Gabriel Voisin. Il resto della storia sposterebbe l’attenzione su altre attività stupefacenti e ci toglierebbe il gusto di fare qualche considerazione sul primo sito espositivo nostrano dell’ultimo millennio, la cui progettazione è iniziata sotto la firma di grandi nomi quali Daniel Libeskind e Norman Foster, ma anche di architetti italiani –Michele De Lucchi, Michele Molè e Susanna Tradati– e tantissimi giovani professionisti. Da parte nostra ci auguriamo che l’intero complesso possa sperare in un futuro dignitoso e dinamico ma soprattutto che esso stesso rappresenti una grande opportunità architettonica per il nostro Paese e non un dolororo spreco di tutte le risorse profuse.

 

Lo spirito dell’Expo

Da cultori delle scienze di avanguardia, marciando furiosamente nei percorsi delimitati dalle aree tematiche di quel milione di metri quadri del nord-ovest milanese, tra file umane fatte di chiasso e di selfie, increduli ci siamo soffermati a qualche osservazione… tra le stelle in un tema antico che a prima vista apparirebbe molto meno innovativo dei suoi illustri precedenti. Ma non è così. La nutrizione del pianeta e l’energia per la vita è una filiera di una estrema attualità in un mondo che da una parte sta conoscendo un’espansione demografica esponenziale ma che non riesce ad utilizzare razionalmente le proprie risorse con una distribuzione essenziale per ogni abitante della Terra. Il problema è principalmente politico, oltre che sociale. Nelle sue «Favole al Telefono» lo scrittore piemontese Gianni Rodari ha dato una definizione appassionata: “La lacrima di un bambino capriccioso pesa meno del vento, quella di un bambino affamato pesa più di tutta la Terra”. Difficile aggiungere altro.

Ma dalla semplicità del pane fatto di acqua, farina e tanto amore per le cose buone, è necessario un salto alle tecnologie e relative innovazioni che possono scardinare le barriere delle diseguaglianze territoriali, specie se correlato da ingegno e tanto buon senso. L’alimentazione rappresenta la montante del bisogno che assai sapientemente nel libro del 1954 «Motivation and Personality», lo psicologo statunitense Abraham Maslow definì primario nella gerarchia delle necessità. E che il cibo sia una reale e principale esigenza dell’uomo emerge fin dai primi stati infantili e accompagna qualsiasi essere vivente lungo tutto il percorso del ciclo di vita. Un consumo alimentare che nella storia dell’uomo ha avuto un’evoluzione e che ha permesso a ogni essere vivente di effettuare delle modifiche genetiche e -senza alcun dubbio- evolutive. Ma resta un’onta, tanto più grave quanto più affanna popolazioni di anziani e bambini, costituita dagli sprechi. La Commissione di Bruxelles ha pubblicato diversi documenti sull’argomento, inserendo lo sciupio alimentare fra i temi della road map per un’Europa efficiente e Strasburgo ha istituito per il 2014 l’Anno europeo contro lo spreco. La dimensione è tormentata: nel nostro civilissimo continente, ogni cittadino europeo sperpera in un anno 180 kg. di cibo, ovvero tutta la popolazione dei 27 membri dell’Unione butta 90 milioni di tonnellate di alimenti nello stesso arco temporale mentre si fa ben poco per alleggerire la pressione alimentare in quella regione di umanità che vive con due dollari al giorno (1,5 miliardi di persone) e ancor meno si considera che un individuo su sei del nostro pianeta sopravvive con una reddito di un solo dollaro al dì! I progetti di recupero messi in atto sono tanti e va detto che qualche esperimento sta certificando l’effettiva valenza delle iniziative ma i numeri sono così schiaccianti da non lasciare spazi ad ulteriori affermazioni. Inoltre, non ultimo, lo spreco innalza la quantità di rifiuti prodotti, con un conseguente aggravio sui costi di smaltimento e una importante perdita della qualità della vita. E allora, che c’entrano le stelle?

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