mercoledì, Aprile 21

Eventi naturali, in Italia non sappiamo gestire il rischio Colloquio con Alessandro De Felice, Chief Risk Officer di Prysmian e consigliere di Anra

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MALTEMPO: GENOVA DESERTA, SCATTA DIVIETO CIRCOLAZIONE

Dopo la paura e la rabbia, mentre a Genova i volontari sono ancora in strada per recuperare il recuperabile e fare ripartire le zone più colpite dall’alluvione, è arrivato il momento di ragionare a mente fredda su un disastro che sembrava evitabile. Soprattutto perché non è una novità che la Liguria sia una regione che per la sua conformazione è spesso soggetta ad alluvioni e nubifragi. Negli ultimi giorni si sono rincorse cifre sui danni e accuse tra politici e anche semplici cittadini, la stessa storia tutti gli anni.

Ma non è soltanto un problema della Liguria, è una questione che riguarda tutta Italia, se è vero, come sostiene il Ministero dell’Ambiente, che  il 9,8% della superficie del nostro Paese è ad alta criticità idrogeologicaIn questi tratti a rischio vivono 5,8 milioni di persone e sono stati costruiti 1,2 milioni di edifici. Inoltre, secondo uno studio pubblicato due anni fa da Cnr/Protezione Civile, dal 1960 al 2012 frane e alluvioni hanno causato 7.128 vittime, con danni che una ricerca Cresme/Ance quantifica in 61,5 miliardi di euro e l’Ordine dei Geologi in ben 3,5 miliardi di euro all’anno. Soldi che potrebbero essere investiti nella prevenzione, piuttosto che per tappare le falle di una nave che con cadenza regolare inizia a imbarcare acqua. In totale sono 6.633 i comuni situati in aree a rischio idrogeologico, cioè l’82% del totale secondo l’analisi di Legambiente e Protezione Civile.

Simili catastrofi, oltre a complicare la vita della comunità che colpiscono, vanno a bloccare il tessuto produttivo anche per lungo tempo, se una zona viene ferita con violenza, come conferma il Chief Risk Officer di Prysmian e consigliere di Anra (Associazione Nazionale dei Risk Manager e Responsabili Assicurazioni Aziendali) Alessando De Felice, un professionista che ha fatto della gestione del rischio il proprio mestiere. “Come risk manager ci occupiamo dell’aspetto economico, il nostro ruolo è difendere il patrimonio dell’azienda ma comunque ciò che facciamo ha riflessi anche sulla società perché se l’azienda va avanti a fare utili è meglio per tutti. Una situazione come quella di Genova ha impatti enormi sull’economia, basta pensare ad alluvioni che hanno colpito aree intensamente produttive, come quella di due anni fa nella provincia di Vicenza. Alcune aziende hanno interrotto per mesi la produzione, e questo in un momento di crisi economica avanzata, quando le ditte devono lavorare in tempi ridotti e puntare sull’esportazione, è una tragedia. L’alluvione rovina i macchinari e il magazzino, parte del capitale circolante dell’azienda va sott’acqua o comunque è inutilizzabile. L’impatto economico del post disastro rispetto all’investire sulla prevenzione non è nemmeno paragonabile”.

In effetti una parte dei contributi che le famiglie italiane versano alle Regioni o agli Enti locali sono tasse ambientali. Nel 2012, stando ai dati pubblicati dalla Cgia di Mestre, sono stati oltre 47 miliardi di euro, ma di questi soltanto 463 milioni sono stati in seguito destinati a interventi per mettere in sicurezza il territorio. Nemmeno l’1% del totale. Il segretario generale Giuseppe Bortolussi ha spiegato che «in più di 20 anni gli italiani hanno versato ben 847,3 miliardi di euro di tasse verdi: ebbene, solo 7,3 miliardi sono stati effettivamente destinati alla protezione dell’ambiente. Un’anomalia tutta italiana che qualcuno, soprattutto dopo l’ultima calamità accaduta a Genova, dovrebbe, almeno politicamente, darne conto». Sul proprio sito, la Cgia di Mestre ha anche fatto notare agli italiani come «tutta quella sequela di imposte spesso sconosciute che “sborsano” quando fanno il pieno all’autovettura e quando pagano la bolletta della luce o del gas/metano, il bollo dell’auto o l’assicurazione dell’auto, non vanno a sostenere le attività di salvaguardia ambientale per le quali sono state introdotte, bensì a finanziare altre voci di spesa».

Ma prepararsi al peggio e organizzarsi preventivamente per evitare di bloccare la produzione è così difficile per un’azienda? “Si tratta di fare analisi, di porsi anche domande banali, come: ho i macchinari e le merci a una certa altezza, ho un muro che protegge l’azienda dall’acqua?” racconta De Felice. “Di sicuro saranno da fare alcuni investimenti, ma costa più l’assicurazione rispetto a questi investimenti. E poi la copertura assicurativa può non essere concessa o comunque può costare molto e soprattutto un risarcimento assicurativo non rifonderà mai del mercato perso. È stato provato che investire nella prevenzione è più remunerativo che assicurarsi o porre pezze dopo. In caso di alluvioni l’analisi di sito, quindi dove è ubicata l’azienda, fa riferimento a delle serie storiche e si possono catalogare una certa gravità di fenomeni in un dato lasso di tempo come 50, 100 o anche 500 anni. Quindi ogni quanto può avvenire un’esondazione di un certo livello e questo dato viene aggiornato ogni 5-10 anni. Poi c’è la parte relativa al layout della fabbrica e lì servono delle analisi in base all’impianto di origine e ogni volta che modifica questo layout si aggiornano i dati. Su questo genere di rischi, come anche quello sismico, basta fare tutte le analisi una prima volta e poi ricontrollarle a distanza di anni”.

Non tutte le aziende sanno che è così semplice organizzare una difesa preventiva, ma è vero che, prosegue De Felice, se vuole l’industria è più efficace della pubblica amministrazione nel gestire il rischio. In Italia abbiamo tante piccole aziende che rappresentano la gran parte della nostra economia. Nelle medie e grandi aziende chi si è dotato di un sistema di gestione dei rischi segue più o meno politiche corrette, poi però ci sono tante piccole aziende che sono nella stessa situazione della pa. Se ci guardiamo intorno possiamo notare con facilità esempi positivi ed esempi negativi: esistono delle amministrazioni come molte in Trentino Alto Adige, nel Friuli Venezia Giulia o in Campania, mi viene in mente la provincia di Avellino, che hanno fatto studi approfonditi sul rischio idrogeologico. A Genova si sono incentrati sulla salvaguardia della popolazione ma non molto sul tessuto economico”.   

C’è poi il capitolo che riguarda i gruppi assicurativi, continua De Felice. “Il terremoto in Emilia Romagna è stato il terremoto più assicurato in tutta la storia italiana, quindi le compagnie hanno perso soldi. Ma in Italia, rispetto a ciò che succede in altri Paesi, il livello di assicurazione è molto più basso, molte aziende non hanno nessun tipo di copertura assicurativa soprattutto per ciò che riguarda l’interruzione di attività, che in casi come quello delle alluvioni è ciò che porta i maggiori danni economici. Quindi anche nel caso dell’Emilia Romagna l’impatto delle spese sui bilanci delle compagnie assicurative non è stato tremendo. Il mercato assicurativo ha avuto di sicuro un peggioramento del risultato, perché ha dovuto ricontrattare i termini di riassicurazione, ma non in maniera sostanziale. Un evento come quello di Genova invece va ad impattare di più sul retail, quindi i privati: si tratta per lo più di danni per auto o case, coperture di piccoli esercizi commerciali. Anche qui però non è una calamità che influenza in maniera significativa i conti delle assicurazioni”.

Proprio le compagnie assicurative, si augura Anra, dovrebbero collaborare più strettamente con lo Stato per aiutare la popolazione colpita a superare questi disastri. Ciò avviene già in altri Paesi, conclude De Felice. “In alcuni Stati esiste un obbligo di assicurazione per gli eventi catastrofali che può essere o solo per terremoto, o solo per alluvioni o entrambi. In Francia per esempio esiste un’assicurazione obbligatoria che si sostituisce all’intervento statale risarcitorio, lo stato interviene solo se il danno eccede il risarcimento della copertura assicurativa. In Italia se ne parla da anni, in maniera spesso molto polemica, definendolo come l’ennesimo regalo alle compagnie assicurative, mentre invece sarebbe un esempio per creare un fondo di indennizzo che lo Stato potrebbe strutturare come forma di copertura assicurativa. Serve a non gravare più sulla fiscalità, perché poi questi interventi straordinari dello Stato vanno a pesare sulle accise, come per esempio sulla benzina. In questo caso lo stato fa l’assicuratore e poi però aumenta le tasse e le accise se va a spendere. Si potrebbe creare un’unica tariffa a livello nazionale per creare questo fondo in modo da pesare di meno sulla collettività, che a volte è anche inconsapevole. Abbiamo già calcolato tutto fino all’ultima lira, questa polizza potrebbe costare poche decine di euro a testa come costo medio”.

 

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