giovedì, Ottobre 21

Evasori per necessità 40

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evasione

Il sogno di Roberta si è infranto dietro una porta di cartongesso a casa dei genitori. Trentadue anni, sposata, a breve madre per la prima volta, Roberta è un’estetista di Napoli che dopo aver avviato la propria attività secondo le leggi, ha chiuso bottega e partita iva per continuare a lavorare in casa, in nero. Nell’angolo del salotto ricavato nella casa paterna tutto o quasi è in ordine a parte un mobile ancora coperto da un lenzuolo. “Non faccia caso, sono solo pochi giorni che mi sono trasferita qui, a breve lo toglierò per fare spazio ai lettini per i massaggi, ora è lì perché mia madre non sa ancora dove metterlo”.

Una scelta, quella di chiudere, che stando agli ultimi dati diffusi da Confesercenti è comune a moltissimi altri: a giugno 2014 oltre il 40% delle attività aperte nel 2010 – circa 27mila imprese – sono sparite, bruciando un capitale di investimenti di circa 2,7 miliardi di euro. Un’impresa su quattro, denuncia l’associazione degli esercenti – dura addirittura meno di tre anni. Tra le regioni più colpite ci sono la Sicilia (15 chiusure al giorno e solo 5 aperture) ed il Lazio (6 aperture ogni 15 chiusure). Tra le grandi città malissimo Roma, che ha fatto segnare un saldo complessivo negativo di 1111 imprese nel solo settore del commercio in sede fissa, seguita da Napoli (-812) e Torino (-543).

La piccola avventura da lavoratrice autonoma di Roberta è iniziata esattamente tre anni fa. “Ho lavorato per diverso tempo come estetista presso un parrucchiere della zona, esausta della solita gavetta che il più delle volte non approda a nulla, ho deciso di mettermi in proprio”. Nulla di improvvisato. “Ho frequentato la scuola per estetisti dove ho pagato tre mila euro e poi ho avviato un negozio investendo circa trenta mila euro”. Dopo meno di un lustro di quell’investimento rimane solo un lettino, degli smalti e qualche sedia per la pedicure.  Osservare questa giovane donna, moglie di un ingegnere che per arrotondare lo stipendio lavora come cameriere nei weekend, è un po’ come guardare da vicino il caleidoscopio delle mille contraddizioni che attraversano il nostro Paese.

“Oggi dice con un sospiro di sollievo, sono più serena perché so di non dovere stare in ansia per la telefonata del commercialista che ti avverte di pagare nuove tasse o per il proprietario del negozio che ti assilla per la pigione da pagare”. Sì perché spesso le storie di lavoro in nero e di evasione sono anche questo: storie di ricchi proprietari che non capiscono le ragioni della crisi. “Ho implorato più volte di venirmi incontro nel non alzarmi l’affitto ma lui è stato irremovibile. Pensi, dei 2 mila euro che riuscivo a guadagnare in un mese sgobbando dalle 10 di mattina alle 8 di sera, riuscivo a portare a casa solo 4 o 500 euro”.

Dato anche quest’ultimo in linea con quanto rilevato dall’Istat che ha comunicato le cifre sulla pressione fiscale rispetto al Pil: sebbene essa sia scesa nella prima metà del 2014 al 40,7% dal 41,2% dello stesso periodo dell’anno precedente essa rimane quantunque alta. “Chi lavorerebbe come autonomo per portare a casa lo stesso stipendio di una commessa?” Ecco allora la scelta, sofferta, di abbandonarsi al nero. 

“La mia storia – sottolinea – lo insegna. Se la mia fosse stata una scelta voluta, beh, allora l’avrei presa tre anni fa, non di certo ora. Se l’ho fatto è perché sono stata in qualche modo costretta”. Lo sguardo si incrina in una leggera smorfia di commozione, la mano che involontariamente sfiora il pancione sembra quasi volerlo proteggere dalle cattiverie del mondo, “Avevo un sogno e lo Stato me l’ha rubato”. Nessun rimorso per quello che fa: “Non mi sento di portare via nulla a nessuno. Mio marito ha studiato 20 anni, è un ingegnere e si ritrova anche lui a lavorare in nero all’interno di una fabbrica per portare a casa 900 euro al mese, salvo poi spaccarsi la schiena a servire i tavoli nel weekend. Questo è giusto? Non credo”.

Storie di evasione ma anche di tanta dignità. Le mani che stringono in una stretta poderosa e sincera sono quelle di un falegname, anche lui invisibile al fisco, per necessità, più che per scelta.

Antonio, originario di Caserta, 34 anni, padre di due bambini di 3 e 5 anni, di studiare non ne ha mai voluto sapere. “Abbandonai la scuola quando, a 16 anni, capii subito che non sarebbe stata quella la mia strada. Dopo dieci anni di lavoro presso una bottega della zona decisi di mettermi in proprio ed aprire una bottega tutta mia. A distanza di 8 anni sono stato costretto a chiudere, troppe le tasse da pagare per un’attività come la mia. Capitava in un mese di incassare anche tre mila euro ma se poi ne dovevi restitutire allo Stato noltre la metà per adempimenti vari che senso aveva guadagnare tanto?”.

Oggi Antonio lavora anche lui in nero: “Per lo Stato sono un disoccupato o meglio come preferisco autodefinirmi un perfetto signor nessuno. Per gli amici ed i clienti più stretti un lavoratore Ma almeno quello che guadagno è tutto mio”. Neanche per lui c’è spazio per i rimorsi. Di cosa dovrei vergognarmi? Di lavorare onestamente e di portare a casa il pane per i miei figli? Questo è un Paese per gli chi ama le frottole, si tutelano i diritti a parole ma di fatto le garanzie rimangono solo sulla carta”.

La pialla nel suo garage adibito a bottega continua ad andare su e giù, esattamente come gli umori di chi in fondo vorrebbe solo lavorare, con onestà.  “I veri farabutti sono altrove, non veniteli a cercare qui, dove c’è chi si spacca la schiena da mattina a sera”. 

 

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