lunedì, Maggio 10

Eutanasia e suicidio assistito, si riapre il dibattito

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«Fino a che punto si deve arrivare per amore?». Se lo chiede Travis, il protagonista del romanzo di Nicholas Sparks, ‘La scelta‘, un libro che fa molto pensare e che spaccò in due l’opinione pubblica americana, quando fu pubblicato nel 2007 con il titolo originale ‘The Choice‘, sul tema dell’eutanasia.

Al netto dei giudizi sull’estetica della narrazione, la storia di Travis e Gabby commosse il vasto pubblico dei lettori di Sparks, autore di 18 romanzi con più di 97 milioni di copie vendute in tutto il mondo. Di recente ne è stato ricavato un film che uscirà nei cinema nell’aprile del 2016. «Persino la prospettiva di passare il resto dei miei giorni andando a trovarla in clinica è meglio della vita che potrei fare con qualsiasi altra donna. L’amo troppo per lasciarla andare», dice ancora il protagonista maschile che assiste la moglie durante il coma. E c’è un’altra storia, ma questa volta è una storia reale, che ha fatto molto discutere negli Stati Uniti, provocando commozione, interrogativi, angoscia. E’ la vicenda di Brittany Maynard, una ventinovenne che scopre di avere un tumore al cervello e solo sei mesi di vita. Decide per l’eutanasia, in Oregon, dove è consentito il suicidio assistito e sceglie anche la data, il giorno dopo aver festeggiato il compleanno di suo marito, Dan. In un video, il suo ultimo messaggio, anche per spiegare la scelta: “Sono le persone che si fermano ad apprezzare la vita e che rendono grazie, quelle più felici. Se noi cambiamo le nostre menti, cambiamo il nostro mondo. Pace e amore a voi tutti”. Tra le numerose prese di posizione, quella del presidente della pontificia accademia per la Vita, monsignor Carrasco de Paula, che ha commentato così: “Non giudichiamo le persone, ma il gesto in sé è da condannare”. Tutto questo accade un anno fa, in una realtà per molti versi distante da quella italiana, anche dal punto di vista delle leggi.

Perché, infatti, nel nostro Paese, una indicazione normativa chiara e precisa su questo delicato tema, manca. O meglio, “occorre distinguere”. A dirlo è il professore Andrea Patroni Griffi, Presidente del consiglio di corso di Laurea in Scienze dei servizi giuridici della Seconda Università degli Studi di Napoli. “Rifiutare un trattamento sanitario anche con effetto di causare la propria morte è un diritto costituzionalmente garantito“. Ma, appunto, cosa va inteso per trattamento sanitario? “Con le tragiche vicende umane e giudiziarie legate alla volontà di Welby, di spegnere il respiratore artificiale, e al diverso caso Englaro, di una persona cioè non in grado di esprimere la propria volontà, sono stati chiariti alcuni punti in un ordinamento che di fronte al tema della morte tende a fare ipocritamente come lo struzzo”, spiega il docente, per il quale “si tratta oggi di affrontare il tema dell’eutanasia nelle sue diverse declinazioni e scivolose sfumature, realizzando un adeguato bilanciamento tra autodeterminazione della persona e doverosa tutela della vita. Iniziative legislative esistono, ma incontrano difficoltà anche perché talora si scontrano con visioni etiche assolutizzanti poco rispettose di una bioetica costituzionale. Bisogna smettere di negare in radice la dignità delle posizioni dell’avversario e dunque ogni spazio di possibile confronto, che è l’essenza stessa della politica in una democrazia pluralista. Bisognerebbe sapere costruire un consenso valoriale come da ultimo si cerca di fare, ad esempio, nel documento sulle decisioni di fine vita del ‘Cortile dei gentili’, animato da un laico come Giuliano Amato e dal Cardinale Ravasi. Nel silenzio del legislatore, il ricorso al diritto penale, che dovrebbe essere extrema ratio nell’ordinamento, costituisce, invece, nelle fattispecie di reato dell’aiuto al suicidio o dell’omicidio del consenziente, ancora un vigente e problematico riferimento normativo“.

Ecco perché da anni, i fautori di due pensieri contrapposti, chiedono a gran voce che le istituzioni intervengano per regolamentare il diritto a una “fine” volontaria; o per impedirlo.
Nelle scorse settimane si è riacceso il dibattito. Proprio qualche giorno fa, si è riunito l’integruppo parlamentare, voluto tra gli altri dal sottosegretario Ilaria Borletti Buitoni e dalle onorevoli Pia Locatelli e Marisa Nicchi, per l’eutanasia legale e il testamento biologico con l’obiettivo di riportare l’attenzione della politica sulla proposta di legge sulla legalizzazione del testamento biologico e l’eutanasia, ferma alla Camera da due anni senza che le commissioni competenti ne abbiano deciso la calendarizzazione. I promotori dell’iniziativa, tra i quali figurano i rappresentanti dell’Associazione ‘Luca Coscioni‘, Marco Cappato, Filomena Gallo e Mina Welby, hanno ricordato in una nota che si tratta di una proposta sostenuta anche da oltre 100 mila sottoscrizioni online e dunque si stanno attivando affinché si possa “mutare il silenzio delle Camere in azione propositiva”.

C’è poi il testo con il quale, sempre nella scorsa settimana, la deputata Pd, Stella Bianchi e altri circa settanta parlamentari bipartisan, chiedono con urgenza che in Parlamento “si discuta una buona volta del diritto di scelta di ognuno sulla propria esistenza, che comprende anche la fine della vita“. La deputata piddina, ricordando le parole del presidente Napolitano nella sua risposta a Piergiorgio Welby nel settembre 2006, quando disse che «il solo atteggiamento ingiustificabile sarebbe il silenzio, la sospensione o l’elusione di ogni responsabile chiarimento», rimarca la necessità di rimettere al centro della discussione un tema sul quale sono state presentate diverse proposte di legge, una delle quali di iniziativa popolare. “Siamo convinti” precisa Stella Bianchi, “che il Parlamento debba occuparsi della questione del fine vita, in modo attento, ascoltando le ragioni di ognuno e raccogliendo le richieste di quanti chiedono di poter decidere, di poter esercitare un proprio diritto fondamentale senza imporre nulla a nessun altro“.

Una di quelle proposte porta la firma di Massimo Villone, rinomato costituzionalista, nel 2006 senatore dei Ds. Il disegno di legge per l’attuazione dell’art.32 della Costituzione, porta le firme anche degli allora presidenti delle commissioni Sanità e Giustizia, Ignazio Marino e Cesare Salvi e, ancora, dei senatori Furio Colombo, Valerio Zanone, Gianni Battaglia e Nuccio Iovene.
Il testo, nato in seguito alla vicenda di Piergiorgio Welby, “dice che esiste in Costituzione, ed è sancito dall’art 32, il diritto di rifiutare qualsiasi trattamento sanitario che non sia specificamente obbligatorio per disposizione di legge” spiega Villone. “Questa proposta non faceva altro che riaffermare questo diritto di rifiutare il trattamento, anche se la sospensione può dar luogo alla morte del paziente” e veniva redatta “soltanto perché, come è noto, il giudice aveva dichiarato che era necessaria una legge, in quanto a suo modo di vedere esisteva un vuoto legislativo e una condizione nella quale la situazione di Welby era impossibile da risolvere. Con quel testo si voleva evitare ogni dubbio, si trattava di una legge dichiarativa e non costitutiva che specificava, per la tranquillità di tutti, che dove si chieda la sospensione di trattamento sanitario, chi lo sospende non commette omissione, sgombrando così il campo anche da possibili timori dei medici“.
Massimo Villone ricorda che nella vicenda Welby il medico fu messo sotto processo, anche se poi il caso fu archiviato e si assumeva che l’attivista, militante del Partito Radicale, aveva esercitato un suo diritto.

Dunque eutanasia e ogni tipo di abbandono volontario della vita, in Italia viene considerato un reato alla stregua dell’omicidio, Villone spiega che in quel caso l’ipotesi sarebbe di suicidio assistito e, comunque, rientrerebbe nei casi di reato. “Ma parlare di eutanasia in senso proprio è un po’ diverso” precisa il costituzionalista, “mentre il suicidio assistito parte da una scelta della persona, volontaria, consapevole, l’eutanasia è quella scelta di un terzo che decide di togliere la vita al paziente, il confine allora rimane piuttosto incerto ma non è contemplata dalle legislazioni, C’è poi l’ipotesi di interruzione del sostegno vitale nei casi nei quali ci sono situazioni di vita che continuano soltanto con l’ausilio di macchine, si tratta di una ipotesi specifica che il rappresentante della persona non cosciente può decidere di solito con il sostegno di un comitato etico di interrompere il sostegno vitale, ma anche questo non è da considerarsi come eutanasia in senso proprio“.

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