domenica, Maggio 16

Eutanasia, crimine o diritto? field_506ffb1d3dbe2

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Fino a che punto si ha il diritto di decidere della propria vita, stabilire quando è venuta l’ora di dire basta, accelerare un processo irreversibile e dire così addio, anticipatamente, ai propri affetti? Domande difficili alle quali dare una risposta, e forse è per questo che in Italia non esiste ancora una legge che regolamenti il diritto di ognuno di noi a morire, prima che il corpo – e con esso la propria anima – appassiscano lentamente.

Pochi giorni fa l’appello video “Il Parlamento si faccia vivo”, promosso dall’Associazione Luca Coscioni, ha riportato all’attenzione l’eutanasia. Una delle grandi tematiche etiche di cui in Italia si parla a sprazzi, di solito quando si crea un “caso”. Ma spesso a parlarne sono solo i media, mentre si tace nel posto naturalmente deputato al dibattito, al confronto.

Secondo l’Eurispes, il 58,9% degli italiani è favorevole all’eutanasia e il 71,7%  al testamento biologico, il documento nel quale si esprimono le proprie volontà riguardo alle terapie che si intende accettare nel caso in cui, in futuro, si perdesse la capacità di esprimere le proprie intenzioni. Questi numeri, anche se in leggero calo rispetto al 2013, fanno trasparire una richiesta di dibattito da parte della società, eppure la politica sembra restare indifferente. Le decine di proposte di legge di iniziativa popolare giacciono in qualche cassetto da anni e nessuno ne ha mai davvero parlato alla Camera o al Senato.

Ho chiamato pochi giorni fa la presidente della Camera Laura Boldrini per chiedere notizie su quelle 66mila firme che io stesso ho depositato nel settembre dello scorso anno e che fino ad ora nessuno ha mai preso in considerazione” dice Emilio Coveri, presidente della Onlus Exit-Italia che dal 1996 fa da ponte fra l’Italia e la Svizzera per aiutare i malati terminali a ricorrere all’eutanasia nel Paese elvetico. “La presidente mi ha risposto, in sostanza, di lasciar perdere perché in questo momento dell’eutanasia e del testamento biologico non interessa niente a nessuno”, continua Emilio Coveri.

Così, ci sono persone che arginano il problema ricorrendo a una fuga all’estero. Secondo l’agenzia di stampa Adnkronos, almeno tre italiani al mese si recano in Svizzera per non fare più ritorno. Dati confermati da Emilio Coveri: “Nel 2014 abbiamo registrato la media di una iscrizione al giorno; sono persone interessate a ricorrere all’eutanasia e che ci chiedono informazioni su come avviare l’iter. In questo momento sono trenta le persone che stanno per ultimare il processo e alcune di queste, probabilmente, lo hanno già concluso”. Si tratta di persone, anche giovani, che soffrono di malattie incurabili e irreversibili. Ma non ci sono solo malati di tumore, Sla o Alzheimer; in Svizzera anche chi è affetto da una grave forma di malattia mentale può ricorrere alla “dolce morte”.

La Svizzera non è il solo Paese europeo nel quale l’eutanasia è legale, ma è l’unico in cui sono accettati anche gli stranieri. Morire in una clinica svizzera è oneroso, si arriva a spendere 8.500 euro, escluse le spese di viaggio. Le persone che vogliono ricorrere al suicidio assistito devono innanzitutto mandare le proprie cartelle cliniche corredate dal testamento biologico. Se queste vengono accettate si fa una prima visita medica in Svizzera e, se il parere della commissione giudicante è positivo, la persona malata stabilisce il giorno e l’ora in cui vorrà morire. I medici, prima di ogni passaggio, cercano di far desistere il malato che, stando alle statistiche fornite dalle cliniche, nel 40% dei casi decide di lasciare tutto e tornare a casa. Chi è convinto ad andare avanti, invece, verrà ricevuto il giorno stabilito in clinica dove, circondato dai familiari, gli verrà somministrato un cocktail composto da barbiturici, cloruro di potassio e farmaci “anti-vomito” che lo farà addormentare per sempre. L’arresto cardiaco arriva dopo circa otto minuti e i potenti sonniferi fanno sì che il tutto sia assolutamente indolore. Al rientro in Italia, però, i parenti che hanno assistito il familiare durante i suoi ultimi istanti di vita potrebbero ritrovarsi nei guai perché, potenzialmente, incorrono negli articoli 579 e 580 del codice penale che indicano, rispettivamente, i reati di “omicidio del consenziente” e “induzione al suicidio”, puniti con una pena massima di 15 e 12 anni di reclusione.

Attualmente le associazioni con le quali Exit-Italia collabora sono tre, tutte dai nomi evocativi: la Lifecircle, Eternal Spirit a Basilea, la Exit a Berna e la Dignitas a Zurigo. “Dal 2015 sarà operativa anche un’associazione italiana tutta nostra” – conclude Emilio Coveri –, “la Liberty Life a Lugano, nel Canton Ticino”.

Decidere di ricorrere all’eutanasia resta ovviamente una scelta difficile da fare, anche quando – a causa di una malattia – vivere è diventato sinonimo di sofferenza. Ciò che si fa per alleviare le pene dei malati è la cosiddetta terapia del dolore, che consiste nella somministrazione graduale di specifici farmaci. “Questi farmaci, se somministrati a piccole dosi alla volta attenuano i dolori del malato e gli fanno trascorrere il tempo che gli resta da vivere in modo sereno e dignitoso” dice Adriana (nome di fantasia), un’anestesista napoletana con alle spalle vent’anni di esperienza. La dottoressa, però, parla anche di altri tipi di approcci: Ci sono alcuni medici che invece somministrano di colpo dosi massicce dei farmaci usati nella terapia del dolore, una prescrizione spregiudicata che può causare velocemente la morte anche dolorosa del paziente che, invece di beneficiare dell’effetto di queste medicine, ne percepisce solo le controindicazioni.

I malati con gravi malattie devono essere trattati con farmaci che arrivano a costare fino a decine di migliaia di euro e per ogni malato ne occorrono dosi enormi, “per questo motivo, quando vediamo che ormai le terapie non hanno più alcun effetto, sospendiamo le cure e garantiamo soltanto l’idratazione; è inconcepibile lasciar morire un paziente disidratato, come è accaduto in passato continua, alludendo alla vicenda di Eluana Englaro. “Il medico non si accanisce sui propri pazienti, questo andrebbe contro le linee guida di bioetica. Se si continua a nutrire pazienti in coma è perché innanzitutto non possiamo essere sicuri di quello che loro percepiscono e sentono e, in secondo luogo, si tratta di persone che rispondono a degli stimoli. In questo momento ho due pazienti in coma vegetativo che hanno una reazione se io li chiamo per nome o gli do un pizzicotto. Come posso io dire che la loro vita ormai non ha senso se respirano pure autonomamente?”.

Se l’eutanasia rimane ancora un argomento scottante, sembra invece esserci più propensione verso il pieno riconoscimento del testamento biologico. Tuttavia, anche in questo caso, i nodi da sciogliere rimangono: “Quando una persona arriva in ospedale in preda ad una crisi respiratoria acuta deve essere intubata. Da quel momento viene attaccata al ventilatore che non può essere spento, ” continua Adriana. “Non capita mai che il paziente si opponga o che lo facciano i familiari anche se di solito, quando si è in presenza di una persona anziana che soffre di diverse patologie, io chiedo sempre l’autorizzazione all’intubazione. Nella maggior parte dei casi i familiari, quando capiscono che resta poco da fare, chiedono di portarlo a casa. Nel caso si arrivasse al riconoscimento del testamento biologico, al quale sono favorevole, allora la persona malata dovrebbe restare a casa e affrontare i momenti critici del decorso della malattia senza ricorrere alle cure in ospedale.

Temi spinosi che continuano a far discutere e a dividere le coscienze tra chi considera l’eutanasia un omicidio e chi la ritiene espressione della libertà personale. In attesa che una reale discussione risuoni anche nelle aule del Parlamento.

 

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