giovedì, Settembre 16

Eurozona: terziario delude in Italia e Francia field_506ffb1d3dbe2

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venezia

Non solo area core e periferica, anche il settore manifatturiero e quello terziario stanno prendendo due strade separate in Eurozona. La doccia fredda sulla regione è arrivata dalle indagini sull’attività delle imprese del terziario. Per l’Italia i risultati sono particolarmente allarmanti, in quanto interessano tutte le voci esaminate nell’indice Pmi composito.

La già debole tendenza generale alla ripresa economica ha perso slancio a novembre e intanto le aziende di casa nostra hanno subito una netta ricaduta. Male anche la Francia, mentre lo scatto della Germania non è stato sufficiente a trainare con sè il resto del blocco a 18. Rallenta anche la crescita dei servizi in uno dei Paesi che meglio si sono ripresi dalla fase di recessione, il Regno Unito, che tuttavia al contrario del Sud d’Europa è ancora su livelli molto buoni (60) e per il quarto trimestre prevede un incremento del Pil notevole, superiore al timido +0,2% stimato in Eurolandia.

Il peggioramento dell’industria dei servizi riduce al lumicino gli spiragli di miglioramento che invece si erano appena visti nelle indagini sul manifatturiero. Secondo la società di ricerche Markit Economics a novembre l’indice dei responsabili degli approvvigionamenti Pmi (Purchasing managers index) si è attestato a 51,2 punti per il terziario dell’area euro, e se è più alto dei 50,9 punti indicati nella stima preliminare segna comunque un rallentamento dai 51,6 punti di ottobre. I 50 punti rappresentano la soglia di demarcazione tra crescita e contrazione dell’attività.

E per le imprese dei servizi dell’Italia l’indice Pmi è sceso a 47,2 punti, dai 50,5 di ottobre, finendo quindi di nuovo a valori recessivi e invertendo l’andamento la dinamica di miglioramenti vista nei due mesi precedenti. Sono anche aumentati i tagli occupazionali, laddove solo lunedì scorso sempre Markit, nell’indagine relativa alle aziende del manifatturiero, segnalava miglioramenti e la prima ripresa occupazionale dopo due anni e mezzo di tagli.

Il declino del terziario suggerisce che il settore privato ha rallentato il passo in novembre. È stato talmente marcato in Italia da riportare in territorio negativo tutti valori misurati nell’indice Pmi composito, quello che fa la media tra servizi e manifatturiero: a 48,8 punti a novembre è tornato ai minimi da 5 mesi.

Recessiva anche la dinamica delle imprese in Francia, con un indice Pmi composito a 48 punti a ottobre. All’opposto in Germania questo indicatore, a 55,4 punti si attesta ai massimi da 29 mesi questa parte. Ma la ripresa della locomotiva tedesca non basta a trainare il resto dell’area euro, che pur vedendo l’indice Pmi composito ancora a valori espansivi ha subito una ulteriore decelerazione a novembre, a 51,7 punti dai 51,9 punti di ottobre. Comunque meglio dai 51,5 punti indicati nella stima preliminare. Secondo Chris Williamson, capo economista di Markit l’indagine suggerisce che il Pil dell’area crescerà solo dello 0,2% nel quarto trimestre, e sempre che a dicembre si registri un indice allo stesso livello di quello corrente. Questo dopo che nel terzo trimestre la crescita di Eurolandia ha subito un rallentamento al +0,1% dai tre mesi precedenti, dato confermato proprio oggi da Eurostat.

Il tutto mentre sempre oggi altre indicazioni deludenti sono giunte dai consumi, che ad ottobre hanno subito una nuova ed inattesa contrazione. Sempre secondo quanto riportato da Eurostat le vendite realizzate dal commercio al dettaglio hanno subito un calo dello 0,2%  rispetto al mese precedente, dopo il meno 0,6% segnato a settembre.

Alla vigilia del Consiglio direttivo della Bce, questi dati confermano i timori sulla debolezza dell’economia che il mese scorso ha spinto l’istituzione ad un inatteso taglio dei tassi di interesse, ora al minimo storico dello 0,25 per cento. Quanto all’Italia «l’ennesimo calo del terziario solleva forti dubbi sull’uscita dalla crisi nell’ultimo trimestre», avverte Phil Smith. L’economista di Markit osserva che “gli intervistati hanno evidenziato come l’incertezza sia il fattore chiave della debole domanda“. E questo trend sembra essere stato “aggravato dal peggiorare della situazione del livello occupazionale”.

Il Pil dell’area euro si è confermato al +0,1% nel terzo trimestre dopo il +0,3% del secondo. La seconda stima di Eurostat è infatti in linea con quella pubblicata il 14 novembre. Il rallentamento riguarda anche l’Ue nel suo complesso, con +0,2% dopo +0,4%. La Spagna segna invece +0,1% dopo -0,1%. Frenano invece Germania (+0,3% dopo +0,7%) e Portogallo (+0,2% dopo +1,1%), con la Francia che torna in negativo (-0,1% dopo +0,5%).

Senza sorprese l’Italia migliora ma resta in recessione (-0,1% dopo -0,3%). Per il prossimo anno Commissione europea, Banca d’Italia e Fondo monetario internazionale convergono nel dire che l’economia italiana crescerà dello 0,7%. L’Ocse pronostica un +0,6%. Con la finanziaria triennale, il Governo si è impegnato a ridurre la pressione fiscale del prossimo anno al 44,2% del Pil rispetto al 44,3% stimato nel 2013. L’obiettivo tiene conto però di una previsione di crescita ora indicata all’1,1%, superiore di 0,1 punti al +1% stimato il 20 settembre nella Nota di aggiornamento al Def (il Documento di economia e finanza) e maggiore anche a quella delle organizzazioni sopra citate.

Dopo le polemiche scatenate dai commenti critici del Commissario agli Affari Economici dell’Ue Olli Rehn alla finanziaria, il Ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni ha precisato che l’Italia non ha ricevuto «nessuna richiesta» da parte della Commissione europea per fare tagli alla spesa dell’ordine di sei miliardi di euro.

A New York dove si trova per una specie di ‘road show’ in cerca di investitori esteri in Italia, Saccomanni si presume abbia presentato i risultati ottenuti con la versione definitiva della manovra triennale, che vale 1 miliardo e mezzo in più rispetto al testo licenziato da Palazzo Chigi. Dopo il passaggio al Senato, la manovra arriva alla Camera vale tra minori entrate e maggiori spese 13,9 miliardi nel 2014. Secondo quanto riportato da ‘Reuters’ la legge di Stabilità si occuperà di recuperare 11,3 miliardi di euro nel 2014. Questo significa che circa 2,6 miliardi sono impieghi finanziati a deficit, coerentemente con la forbice fra indebitamento netto programmatico (2,5% del Pil) e indebitamento tendenziale (2,3%).

A Palazzo Madama il Tesoro aveva stimato in oltre 2,6 miliardi gli oneri degli emendamenti approvati durante l’esame in prima lettura. Come riferisce l’agenzia stampa, che ha visionato il testo dell’allegato depositato a Montecitorio, gli uffici di Via XX Settembre hanno ridotto in misura significativa la stima sugli effetti finanziari generati dagli emendamenti.

 

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