martedì, Settembre 21

Eurozona: si allenta stretta creditizia field_506ffb1d3dbe2

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L’area euro non è più al centro delle preoccupazioni dei mercati. Due prove importanti sono arrivate quest’oggi dall’esito dell’ultima asta di titoli di Stato sul primario da parte dell’italia e dall’andamento dei prestiti. A più di due anni di distanza dalla prima tranche del programma di assistenza della Bce alle banche, la stretta creditizia ha incominciato ad allentarsi e nella regione è tornato a salire il numero di società finanziarie disposte a concedere prestiti immobiliari.

Il Tesoro italiano ha collocato nel complesso Btp a 5 e 10 anni per 8,45 miliardi di euro. Per la scadenza più breve lo Stato si è indebitato per 4 miliardi di euro con un rendimento lordo del 2,43%, in calo rispetto al 2,71% dell’ultima asta. Si tratta dei minimi dalla nascita dell’euro. Sulla scadenza più lunga è stato invece toccato il 3,81% di tasso di interesse contro il 4,1% del mese scorso: in questo caso è il costo più basso da agosto 2010. L’importo richiesto ha superato i 5,9 miliardi di euro.

Ne consegue che si è quasi arrestato l’inasprimento delle linee creditizie nel blocco a 18. Mario Draghi sarà contento del risultato complessivo che si evince dall’indagine periodica effettuata dalla Bce. Nell’ultimo trimestre del 2013 l’istituto di Francoforte segnala una quota netta di banche che ha riferito criteri più stringenti per la concessione di prestiti alle imprese calata al 2%, in netta contrazione rispetto al 5% visto nei tre mesi precedenti.

Per quanto riguarda il credito bancario concesso alle famiglie, la tendenza si è invertita sulla componente più rilevante: i mutui per l’acquisto di casa. Qui la quota netta di banche che riferisce inasprimenti è diventata negativa, meno 1 per cento dal più 3% del terzo trimestre. In pratica ora sono in maggioranza quegli istituti che riferiscono ammorbidimenti dei parametri per la concessione di prestiti immobiliari.

Il numero di banche che ha riportato inasprimenti sul versante del credito al consumo è rimasto invece invariato al 2%. Positive anche le prospettive future, con la Bce che riferisce come per l’inizio dell’anno le banche prevedano ulteriori miglioramenti. I dati giunti nelle ultime settimane sono discordanti.

Le ultime statistiche pubblicate sono decisamente confortanti se si confrontano con le indicazioni più allarmistiche giunte ieri, sempre dalla Bce, sul rapporto mensile del credito effettivamente erogato. Lo studio ha mostrato che a fine 2013 le flessioni che vanno avanti da mesi sono proseguite, mentre l’ammontare monetario aggregato (M3) esistente al momento nel sistema economico ha segnato un indebolimento.

All’apice della crisi del debito sovrano, nel tentativo di allentare il cosiddetto ‘credit crunch’ in Eurozona, Draghi aveva avviato un programma di prestiti a tre anni a tassi agevolati (LTRO) per le banche. La prima tranche è scattata il 22 dicembre 2011, quando 523 banche hanno partecipato all’asta ricevendo 489,191 miliardi di euro. Appena tre mesi dopo, a fine febbraio 2012, altre 800 banche hanno partecipato al piano, richiedendo 529,53 miliardi di euro.

Ma solo ora si iniziano a vedere i primi risultati, dal momento che fino a qualche mese fa i manager degli istituti più in crisi preferivano ancora rafforzare i bilanci accumulando titoli di Stato dei Paesi di appartenenza, ottenendo così un doppio effetto potenzialmente esplosivo: stringere un rapporto incestuoso fra debito privato e pubblico senza rimettere in circolo nell’economia reale i soldi ottenuti in prestito a condizioni favorevoli.

In giornata segnali incoraggianti sono giunti anche dall’indagine della Commissione europea sul generale clima di fiducia nell’area euro: a gennaio è risalito ai massimi dal luglio 2011. Molto meno buoni invece i dettagli emersi dall’ultima indagine dell’Eurispes, secondo cui la perdita di potere d’acquisto ha riguardato sette italiani su dieci ed è stata tale da aver spinto gli italiani a rivedere le proprie abitudini.

Gli italiani si ritrovano sempre più impoveriti dalla crisi: il 69,9% ha constatato, nel corso dell’ultimo anno, una perdita del proprio potere di acquisto, 24,1% molto e il 45,8% abbastanza. Il 25,1% ha riscontrato invece una riduzione minima della capacità di fare acquisti attraverso le proprie entrate.

Tutt’altro discorso merita l’economia Usa, la maggiore al mondo. Il Pil è salito del 3,2% nell’ultimo trimestre dell’anno scorso, in linea con le previsioni, ma i tassui sui mutui hanno frenato la domanda in questo delimitato settore. Cionostante l’economia si è espansa a un ritmo annuo sostenuto. Il dato reso noto è ancora preliminare e si confronta con la crescita del 4,1% del terzo trimestre.

Considerati insieme, il terzo e il quarto trimestre rappresentano la miglior crescita consecutiva dell’economia americana dalla fine del 2011 e dall’inizio del 2012. A sostenere il Pil sono state in particolare le spese per consumi, balzate a un ritmo del 3,3%, il più alto in tre anni, ovvero dal 2010.

A parte la delusione per il calo delle spese federali, senza il quale l’economia si sarebbe rafforzata maggioramente, un fattore di preoccupazione arriva dal mercato immobiliare, che ha rappresentato un freno alla crescita per la prima volta in quasi tre anni, dal momento che l’elevato livello dei prezzi delle abitazioni e dei mutui ha messo sotto pressione la domanda. Il risultato è che le spese per costruzioni residenziali sono calate su base annua -9,8%.

L’altro elemento che desta dubbi sulla solidità della ripresa americana, il giorno successivo alla decisione della Federal Reserve di ridimensionare ulteriormente la portata di titoli di Stato acquistati con cadenza mensile (scesa di 10 miliardi dollari a 65 miliardi), è la performance del Pil calcolata lungo l’intero 2013, che è stata di appena l’1,9% su base annua, a fronte del 2,8% del 2012.

Sotto controllo l’inflazione misurata dall’indice dei prezzi PCE, che nel quarto trimestre è salita di appena lo 0,7%. La componente principale (indice ‘core’) si è ampliata dell’1,1%. Contestualmente sono state rese note le nuove richieste dei sussidi di disoccupazione, che sono salite a 348.000 unità rispetto alle 329.000 unità della settimana precedente, peggio delle 325.000 attese dagli analisti.

Nei mercati emergenti intanto continua ad abbattersi quell ache gli osservatori hanno chiamato la tempesta perfetta. Le valute della maggior parte dei Paesi coinvolti dalla crisi sono tornate a perdere terreno. La lira turca cede lo 0,2% circa contro il dollaro. Il fiorino ungherese è in calo dello 0,6% nei confronti del biglietto verde e ha testato i minimi di due anni sull’euro. Anche il rublo russo ha accusato il colpo scendendo al livello più basso da marzo 2009 sul dollaro.

L’ultimo paese in ordine di tempo ad alzare i tassi per arginare la voragine apertasi nel valore della propria valuta nazionale è stato ieri il Sudafrica, che spiazzando tutti ha deciso di seguire i passi già compiuti dalle Banche centrali di Turchia, Brasile e India. Jeremy Cook di World First ha provato a sintetizzare le cause all’origine di tutti i problemi. La riduzione del programma straordinario di stimolo della Federal Reserve, il rallentamento della crescita cinese – dove l’indice manifatturiero ha accusato a gennaio il primo deterioramento delle condizioni del settore in sei mesi e il calo più marcato da marzo 2009 – e le tensioni politiche in Ucraina e Thailandia, entrambi Paesi che rischiano di piombare in una guerra civile.

 

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