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Eurozona: Draghi non teme deflazione field_506ffb1d3dbe2

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La Bce non si farà trovare impreparata all’eventualità che l’area euro precipiti in una spirale deflativa. Tuttavia può anche aspettare fino a marzo prima di intervenire. Al termine della consueta riunione sui tassi di interesse, che sono stati lascati invariati al minimi dello 0,25%, come da attese, Mario Draghi ha annunciato che l’inflazione è destinata a rimanere sotto controllo e che la Banca centrale è determinata a intraprendere nuove azioni se se ne presenterà il bisogno e a farlo «con tutti gli strumenti disponibili».

Se necessario ai suoi scopi istituzionali la Bce può acquistare titoli di Stato già in circolazione, non va contro il suo mandato. Ma ora come ora l’istituto non ha annunciato nessuna nuova manovra, deludendo i mercati e dando una spinta all’euro (c’era chi temeva nuove misure di allentamento monetario, che tendono a svatutazione). La moneta unica si è rafforzata salendo sopra 1,36 nei confronti del dollaro dopo che contrariamente a quanto previsto alla vigilia, il Consiglio direttivo non ha discusso l’ipotesi di sospendere le operazioni di sterilizzazione del piano di allentamento monetario Securities Markets Programme (SMP)

Così facendo la Bce avrebbe sbloccato circa 175 miliardi di euro di liquidità, che sarebbe stata iniettata nel sistema finanziario, dando un aiuto prezioso alla debole Eurolandia. Per Draghi non si sta presentando ancora tale necessità, tuttavia, visto che non ci sono segnali di deflazione e che l’Eurozona non rischia di vivere una crisi come quella giapponese alla fine degli Anni 90. «Stiamo assistendo alle prime risposte dei mercati e dell’economia reale agli interventi che abbiamo varato a novembre».

Detto questo, la Bce terrà gli occhi aperti, perché questo non vuol dire «che ignoriamo i pericoli di un’inflazione bassa per un periodo prolungato». Anzi, «siamo ancora determinati a perseguire livelli di inflazione inferiori ma prossimi al 2%, sul medio termine». Tra le politiche volte a rilanciare la ripresa economica, minacciata dalla depressione dei prezzi al consumo. l’istituto ha varato un programma di prestiti a tre anni a tassi vantaggiosi alle banche (Ltro) e gettato le basi per un piano di acquisto di Bond dei Paesi più travagliati dell’area periferica.

La ripresa è ancora fragile, quindi secondo Draghi i Governi devono continuare nella strade delle riforme strutturali, in particolare del lavoro. «Le strategie – ha sottolineato Draghi – dovrebbero essere in linea con il patto di Stabilità e di crescita e assicurare una composizione favorevole alla crescita, che coniughi il miglioramento di qualità e efficienza con la limitazione al minimo degli effetti distorsivi dell’imposizione fiscale».

La riunione si è concentrata in vari punti chiave, tra cui il contesto che potrebbe spingere la Bce ad agire e i rischi al ribasso che potrebbero concretizzarsi. In questo contesto, Draghi e i suoi colleghi hanno preferito non ridurre ulteriormente i tassi e non indebolire la moneta unica anche perché «la volatilità a breve non è stata trasmessa sul lungo termine e l’area euro ha mostrato una certa capacità di resistere agli eventi negativi esterni».

La ripresa modesta sta mostrando segnali incoraggianti, ma essendo ancora fragile e squilibrata, il Consiglio direttivo di politica monetaria dell’istituto di Francoforte è andato molto vicino a prendere la decisione di dare una sforbiciata ulteriore al costo del denaro, secondo gli economisti di Nomura. «Ci aspettavamo che i tassi restassero invariati, ma abbiamo il sospetto che la decisione non sia stata facile e che alcuni possano rimanere delusi».

Date le turbolenze attuali sui mercati in via di Sviluppo, un giornalista ha chiesto a Draghi se la Bce appoggerebbe un’azione coordinata che aiuti i mercati finanziari, nel caso in ci essa venisse decisa di comune accordo al prossimo G20 di fine febbraio. Il presidente della Bce ha ammesso che se ne è parlato dal momento che una banca centrale, la Federal Reserve, ha avanzato la proposta. 

Un’azione di questo tipo, tuttavia, sarebbe difficile da mettere in vigore, perché ogni banca centrale ha la sua propria giurisizione pesonale e deve stare a determinate regole. «Il nostro lavoro è sempre quello di rispettare il mandato”. Pertanto i problemi si presentano se una banca agisce fuori dai binari prestabiliti da tali interventi coordinati per via dell’impegno a seguire il mandato. Quello che si potrebbe fare, invece, è “migliorare le misure per condividere di informazioni».

C’è chi ha altre idee ancora. Secondo Nikhil Srinivasan, Chief investment officer di Generali, la Bce dovrebbe iniziare ad acquistare partecipazioni azionarie nel mercato secondario: sarebbe un forte rimedio per il malessere economico dell’Eurozona. E sarebbe in linea con il mandato legale della banca. A differenza dell’acquisto del debito pubblico, inoltre, “non è stato oggetto di critiche debilitanti da parte dei leader politici dell’Eurozona”, si legge sul ‘Financial Times’.

”È un approccio che possiede molti pregi: è il modo più efficace per ridurre il costo del capitale delle aziende e risolleverebbe anche i mercati. Durante la crisi del credito sovrano la Bce ha acquistato titoli di stato italiani per un valore di circa 80 miliardi di euro, per calmare il nervosismo del mercato. Investire la stessa somma di denaro nelle partecipazioni italiane potrebbe avere degli effetti incredibili”, spiega il Cio del gruppo assicurativo.

Se Draghi vede una ripresa modesta e non lineare, la Codacons ha un’opinione ancora più pessimista. La crisi non è ancora alle spalle e il piccolo aumento dei consumi registrato a dicembre (+0.1%) è figlio del Natale e delle tredicesime e non rappresenta una vera e propria inversione di tendenza. In dicembre si è attenuato il crollo dei consumi, che registrano una diminuzione dell’1,3% in termini tendenziali ed un aumento dello 0,1% rispetto ad novembre.

Per il Codacons però “non si vede alcuna luce in fondo al tunnel”. Basti pensare che “i beni alimentari, beni necessari per eccellenza, sono ancora in caduta libera, nonostante i loro prezzi stiano scendendo dal 2007. C’è ormai da interrogarsi se gli italiani facciano almeno due pasti al giorno”. La realtà è che fino a quando il reddito disponibile delle famiglie non registrerà un sensibile incremento, nessuna ripresa dei consumi è possibile. Al massimo, a un certo punto, si interromperà la caduta.

 

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