mercoledì, Maggio 25

Eurovision Song Contest, un laboratorio politico continentale? L'Eurovision Song Contest è orgogliosamente diventato una festa planetaria dove il mondo diventa un villaggio, uno sfogo bonario dove prendere in giro il prossimo è in realtà solo un mezzo per apprezzare meglio le proprie differenze. Il commento di Stéphane Resche, ricercatore dell’Université Paris-Est Créteil Val de Marne (UPEC)

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Le elezioni presidenziali francesi sono appena terminate e ora due nuove scadenze stanno arrivando alla fine delle loro urne. La prima riguarda le elezioni legislative, annunciate ormai da alcuni candidati senza successo come un terzo turno, ovviamente decisivo, in vista di rinnovare i rappresentanti dei cittadini. E l’evento di essere già stato trasmesso tanto quanto le campagne di aprile…

La seconda scadenza è internazionale: l’Eurovision Song Contest, già Eurovision Song Contest, la cui 66a edizione si svolgerà quest’anno a Torino. La finale riunirà circa 200 milioni di persone nei media. Rimane tuttavia relegato tra le notizie dell’ultima pagina culturale della parte congruente della stampa mainstream.

Voti in soffitta

Certo, potrebbe sembrare indecente, soprattutto in questo momento di crisi, confrontare le vere elezioni politiche da un lato (con questioni programmatiche sociali, economiche, ecologiche in cui anche i diritti e i doveri di ciascuno sono messi in competizione) e dall’altro d’altra parte il più antico telecamino dell’era radiotelevisiva (per il quale si vota al massimo per fanatismo, mania musicale o puro piacere di scherno). Tuttavia, abbiamo anche il diritto di chiederci perché una riunione di tale portata rimanga evitata dai titoli dei giornali e dal suo pubblico di lettori e ascoltatori. L’ESC è infatti una cassa di risonanza per le principali questioni internazionali: conflitti latenti o in corso, modernità culturale e potere economico delle società, immagine di comunità di diverse diaspore all’interno dei paesi del blocco dell’Europa occidentale, rappresentatività delle comunità LGBTQIA+ in paesi piuttosto titubanti il problema, per citare solo alcuni dei temi che hanno monopolizzato la letteratura dell’Eurovision negli ultimi anni.

Ma allora, perché non ci interessa? Qualcuno dirà che il CES è puro spettacolo e che la politica non c’entra niente, sanzionandone così l’inadeguatezza giornalistica. Tuttavia, non ci commuove quando la squadra di calcio degli Stati Uniti affronta quella dell’Iran ai Mondiali di calcio, o quando la Grecia batte il pedone ai tedeschi all’Euro, o anche quando le bandiere degli ucraini sventolano sopra i podi dei cinesi Olimpiadi invernali, organizzate su neve artificiale nel bel mezzo di un disastro ecologico? La European Broadcasting Union – ideatrice e organizzatrice dell’ESC – è stata infatti la prima grande istituzione internazionale a posizionarsi sulla questione scottante del conflitto russo-ucraino e sul trattamento da riservare alle delegazioni russe. Se la premiere non ha il monopolio, possiamo ancora notare, almeno in Francia, una palese differenza di considerazione: da un lato un’istituzione popolare trasmessa in mondovision, costantemente ignorata, dall’altro qualsiasi sport agonistico – guarda, freccette per esempio! – che, con buona pace, viene trasmessa e commentata su canali dedicati.

Un insospettabile laboratorio sociopolitico

L’ESC potrebbe costituire un luogo ideale di sperimentazione per ripensare la convivenza in un mondo globalizzato. In un momento in cui la questione della governance esecutiva dell’Europa comunitaria (già unificata dalla moneta, dal suo parlamento e dai suoi vari consigli, e che si dice farebbe bene ad essere militarizzata), si possono individuare nel CES modalità innovative di comprensione delle modalità di espressione e selezione dei rappresentanti su scala continentale.

Prendiamo ad esempio il voto del concorso in senso lato: ci invita a rileggere le nostre affinità elettive. Potremmo paragonare la finale dell’ESC a un’elezione in senso stretto, un’elezione che riunisce ben quaranta nazioni. Senza ripercorrere la storia mozzafiato delle modalità di voto del concorso, che sono molto cambiate nel corso dei decenni, precisiamo semplicemente che oggi il ballottaggio è equilibrato in quanto pesa due tipologie di elettori: si sceglie infatti il ​​vincitore 50% dalla somma dei voti congiunti delle giurie nazionali e il 50% da un calcolo intelligente frutto esclusivamente delle preferenze del pubblico internazionale del programma.

E se questa modalità fosse applicata ad un’elezione politica, ad esempio europea? Potremmo eleggere un Presidente dell’Unione in questo modo? O, al contrario, il presidente francese, offrendo il 50% del potere di voto ai paesi vicini e di confine diretto? O semplicemente applicare questo mezzo e mezzo equilibrio al nostro Paese, costituendo una giuria preselezionata. Questa opzione verrebbe probabilmente interpretata come un passo indietro, perché è chiaro che le attuali discussioni sulla proporzionalità – specie durante le elezioni legislative – propendono piuttosto per una stretta corrispondenza tra le preferenze espresse ei rappresentanti selezionati.

Venti nuovi

Infine, è a monte della competizione che si respira una ventata di riforma. Possiamo immaginare che la votazione che si svolgerà sabato 14 maggio 2022 sia stata effettivamente preceduta da una moltitudine di giri di riscaldamento nazionale?

In effetti, i club OGAE (Organizzazione generale degli amatori dell’Eurovisione) di ciascuno dei paesi membri dell’EBU che partecipano alla competizione producono le loro anteprime ogni primavera. È una sorta di prova generale per il fatidico conto alla rovescia della finale, dove ogni Eurofan, come un giurato di alto rango, misura le proprie preferenze rispetto alla realtà artistica e alle dinamiche di gruppo. È un po’ come se, prima del primo turno delle elezioni presidenziali, e in ogni regione francese, chiedessimo a persone politicamente impegnate, in un partito o solo a livello locale, di prestarsi a un gioco di autosvelamento.

Immaginate quindi di proporre, a caso, a un fervente rivoluzionario di mettersi per un giorno nei panni di un conservatore inveterato, oa un ecologista stagionato in quelli di un progressista sansimoniano, per un giorno. La loro missione mascherata? Ascolta tutti i programmi dei candidati alle elezioni e, a seconda della loro nuova e provvisoria identità politica, dai loro una nota, una voce, prima di analizzare tutte le opinioni e discuterne davanti a un drink di amicizia. Quindi è quello che fanno gli Eurofan stagionati in ogni paese dell’Eurovision, che, oltre a dare spunti di riflessione ai bookmaker che fanno soldi sull’esito dell’ESC, li porta a pensare come gli altri, ad amare come il prossimo e, in definitiva, a ad ascoltarlo.

Il potere dei social network

L’Eurovision potrebbe non avere considerazione, ma i fan del concorso sono noti per la loro propensione a cementare la propria identità di gruppo. Come una custodia da manuale, promuovono e simboleggiano entrambi il credo che li porta: “Celebrate Diversity”… o “Building Bridges” a seconda, come dimostra l’evoluzione degli slogan dei venditori del marchio Eurovision che hanno preso una piega ovvia intorno alle dieci anni fa. I social network a loro volta riflettono questa politicizzazione dell’apertura verso gli altri, come dimostra l’hashtag #EurofansAreBeautiful che si è affermato quest’anno come un chiaro spazio per rivendicare l’autoproclamata validità dell’apprezzamento del concorso, divenuto a sua volta un mezzo di autoaffermazione. È anche una nicchia simile che hanno preso alcuni media indipendenti: web radio, podcast, riviste online. Accanto a siti specializzati come eurovision-quotidien.com ci sono ora formati audio regolari come 12points, uno dei primi podcast in lingua francese che mescola tono caustico, dettagli storici e approccio scientifico, in linea con ciò che l’Eurovision Song Contest è orgogliosamente diventato: una festa planetaria dove il mondo diventa un villaggio, uno sfogo bonario dove prendere in giro il prossimo è in realtà solo un mezzo per apprezzare meglio le proprie differenze, il tutto cantando.

 

 

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