domenica, Maggio 9

Euroscetticismo e dati economici L’economia di Eurolandia arranca e cresce il voto di protesta. Ci salverà la BCE?

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Le elezioni del Parlamento europeo hanno messo in luce la presenza di forze politiche contrarie all’Unione europea, all’Euro e alle politiche economiche continentali. E dai primi dati elettorali europei sembra trasparire un certo grado di correlazione tra l’andamento dell’economia e il voto di protestaL’esame dei dati macroeconomici sembra supportare il fronte di chi è scettico riguardo le politiche europee. Infatti, nonostante l’attuale crisi sia nata sette anni fa negli Stati Uniti, è l’economia dell’Area Euro, Germania esclusa, quella che ha sofferto e continua a soffrire di più nel confronto internazionale.

Nel presente articolo, per chiarire questi concetti, si prenderanno in esame tre indicatori macroeconomici: il Pil, la disoccupazione e il rapporto deficit/Pil. Questi indicatori saranno utili per mostrare la situazione attuale e prospettica delle economie europee a confronto con altre nazioni sviluppate.

Nello specifico, si prenderanno in esame i dati di Stati Uniti, Giappone e Gran Bretagna e li si confronteranno con quelli della Germania, della Francia, dell’Italia, della Spagna, della Grecia dell’Irlanda e del Portogallo. Dal confronto emergerà quanto siano state peggiori le politiche europee rispetto a quelle degli altri Paesi e, quindi, quanto le errate scelte di politica economica abbiano inciso sulla percezione dei cittadini europei e condizionato i risultati del voto.

Il primo grafico è dedicato all’esame dell’andamento della disoccupazione. Appare subito evidente un andamento particolare. Nel 2009, nell’anno più acuto della crisi, in tutte le economie, ad eccezione della Germania, il tasso di disoccupazione era più elevato rispetto al 2006. La variazione peggiore tra 2006 e 2009 è quella della Spagna (+9,5%) seguita dagli Stati Uniti (+4,7%). Anche il Portogallo segna un deciso peggioramento della disoccupazione, che sale del 7,5%. Le altre economie mostrano variazioni più contenute. La Germania, come si accennava, era già in controtendenza, e tra 2006 e 2009 il tasso di disoccupazione era addirittura calato di 2,4 punti percentuali. Nel 2010 il dato della disoccupazione rimane stabile in Giappone, continua a ridursi in Germania, ma continua a salire in tutte le altre nazioni. In Spagna supera il 20 per cento e inizia ad esplodere il dato greco.

È nel 2011-2012 che si verifica la netta frattura tra l’andamento della disoccupazione nell’Area Euro, esclusa la Germania, e il resto del mondo sviluppato. Infatti, nel 2011 ebbe avvio la riduzione della disoccupazione negli Stati Uniti e in Giappone e nel 2012 in Gran Bretagna. Si pensi che nel 2012 il dato statunitense era già calato di 1,6 punti rispetto al 2010 (dal 9,6 all’8 per cento). Nell’Area Euro, invece, è proprio nel biennio 2011-2012 che la situazione occupazionale precipita. Mentre la Germania continuava a ridurre il tasso di disoccupazione, portandolo al di sotto del 5,5% nel 2012, in tutte le altre economie europee la disoccupazione cresceva ancora e nel 2012 in Francia, in Italia, in Grecia, in Irlanda, in Spagna e in Portogallo si situava oltre il 10% e particolarmente grave era diventata la situazione in Spagna (25%) e Grecia (24,3%).

Il biennio 2011-2012 potremmo definirlo come il biennio perso dell’Area Euro. Si ricorderà che in quegli anni la Germania bloccò molti tentativi per risolvere in modo rapido la crisi greca e, così facendo, fece incancrenire il problema, produsse molta instabilità nell’area dando avvio ad un pericoloso effetto domino che peggiorò la situazione in altre economie europee. Si rammenterà, inoltre, che molti Paesi europei, per ottenere sostegno, furono costretti a varare politiche di forte austerità, a tutto svantaggio del ciclo economico e delle famiglie.

Nell’Area Euro, in sostanza, è stato eliminato il sostegno all’economia in modo troppo anticipato a causa di una errata impostazione di politica economica dettata dalla Germania. Negli altri grandi Paesi, invece, il sostegno è stato di maggiore intensità ed è ancora in essere. Ovviamente, gli effetti di una tale politica si sono riversati sui cittadini, che hanno visto ridursi le possibilità lavorative e peggiorare grandemente le condizioni di vita.

Questa politica continuerà a produrre danni anche nei prossimi anni. Infatti, osservando le previsioni al 2015 del FMI (Fondo Monetario Internazionale) ci si accorge che gli Stati Uniti avranno un tasso di disoccupazione del 6,2% (+1,6 rispetto al 2006), la Gran Bretagna del 6,6% (+1,1%) e il Giappone del 3,9% (in riduzione dello 0,2% rispetto al 2006). Nell’Area Euro, ad eccezione della Germania, che registrerà una disoccupazione del 5,2%, addirittura in riduzione del 5% rispetto al 2006, le altre nazioni continueranno a registrare un tasso di disoccupazione superiore al 10%, in aumento rispetto al dato del 2006: in Irlanda 10,4% (+7,4% rispetto al 2006), in Francia 10,7% (+1,5%), in Italia 11,9% (+5,1%), in Portogallo 15% (+7,4%), in Grecia 24,4 (+15,5%), in Spagna 24,9% (+16,4%).

 

Grafico 1. Tasso di disoccupazione 

 grafico euroscettici uno

Fonte: elaborazione su dati Fondo Monetario Internazionale

 

La situazione non è molto diversa quando si analizza l’andamento del Pil (Prodotto interno lordo), vedi grafico 2. Nella elaborazione il 2006 è l’anno base e il valore è pari a 100. Fino al 2008 i Pil sono tutti sopra quota 100, quindi in crescita rispetto al 2006. Nel 2009 la recessione colpisce tutte le nazioni e il Pil scende riportandosi a 100 in Spagna e Grecia e sotto quota 100 in tutte le altre economie.

Dal 2010 in poi si notano andamenti molto diversificati. Gli Stati Uniti recuperano subito la caduta del Pil e già nel 2010 ritornano sopra 100 per poi continuare a crescere. Stesso andamento per la Germania, che mostra una risalita anche più veloce degli Stati Uniti nel 2010 per poi continuare a crescere ininterrottamente.

Anche per la Gran Bretagna valgono le stesse valutazioni: caduta del Pil nel 2009, ritorno sopra quota 100 nel 2011 e poi crescita. Anche Francia, Spagna e Portogallo rimbalzano nel 2010, ma poi la prima si avvia verso una lenta crescita, mentre le altre due ricadranno in recessione nel 2012Le nazioni con l’andamento più deludente sono Italia, Grecia e Irlanda. Della Grecia ormai si conoscono tutti i retroscena ed è comprensibile il crollo del Pil, date le politiche di eccessivo rigore cui è stata sottoposta. L’Irlanda nel 2009 si scoprì molto vulnerabile sotto il profilo finanziario e il supporto al sistema bancario si trasformò in un boomerang per i conti pubblici (vedi grafico 3) con susseguente salvataggio, intervento della Troika e misure di austerità.

L’Italia, che nel 2009 subì un crollo a causa dell’export, dopo il recupero parziale del 2010 e 2011, a causa delle turbolenze politiche, degli attacchi speculativi sui titoli di stato, della perdita di fiducia internazionale e dell’eccessiva austerità nei conti imposta dagli ultimi provvedimenti del Governo presieduto da Silvio Berlusconi e da quello successivo guidato dall’ex Presidente del Consiglio Mario Monti, nel 2012 e 2013 registra una nuova inversione di tendenza perdendo altri punti di Pil.

Nel 2015, se le previsioni del FMI saranno confermate, gli Stati Uniti, epicentro della crisi, registreranno un Pil di ben 14 punti percentuali superiore a quello del 2006. Un valore che mostra quanto abbia reagito l’economia americana, riassorbendo la crisi e superando di slancio le difficoltà del 2009. In seconda posizione troviamo, a sorpresa, la Germania. Nonostante il contesto dell’Area Euro non particolarmente favorevole, l’economia tedesca sarà oltre 11 punti oltre il valore del 2006. Seguirà la Gran Bretagna (107,6), la Francia (105,7) e l’Irlanda, il cui Pil è visto nel 2015 oltre quota 100 (101). Nel 2015, le altre nazioni europee avranno un Pil ancora inferiore a quello del 2006 e l’Italia farà meglio solo della Grecia. Anche in questo caso, quindi, sembra che la Germania non faccia parte dell’Area Euro, visto che l’andamento del Pil è difforme rispetto alle altre economie che usano la sua stessa moneta.

 

Grafico 2. Andamento del Prodotto Interno Lordo reale. 2006=100

 grafico euroscettici due

Fonte: elaborazione su dati Fondo Monetario Internazionale

 

Come è possibile spiegare questi risultati così diversi? Il grafico 3 fornisce una indicazione, seppur non esaustiva. Nel grafico è visualizzato il rapporto deficit/Pil delle dieci economie. Se si esclude la Germania, che rimane un caso particolare, si nota come le economie che hanno avuto un supporto fiscale maggiore sono quelle che si sono riprese più velocemente. Le nazioni in cui è stata più veloce la riduzione del rapporto deficit/Pil sono quelle che hanno sofferto e che continuano a soffrire. È interessante notare che nel 2015 le nazioni con il rapporto deficit/Pil più basso saranno la Germania (-0,1%), l’Italia (-1,8%) e la Grecia (-1,9%), mentre quelle con il valore più elevato saranno il Giappone (-6,4%), gli Stati Uniti (-5,6%), la Spagna (-4,9%) e Gran Bretagna (-4,1%). Tre nazioni delle quattro con maggiori deficit non utilizzano l’Euro e non sono, quindi, soggette al controllo tedesco.

Se, inoltre, si considera che nell’Area Euro, a differenza degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e del Giappone, la banca centrale ha agito con meno intensità per rilanciare l’economia si ha un quadro più chiaro del perché ci sono state differenze nell’andamento della disoccupazione e del Pil.

 

Grafico 3. Rapporto deficit/Pil

 grafico euroscettici tre

Fonte: elaborazione su dati Fondo Monetario Internazionale

 

Alla luce di questi dati è possibile trarre alcune considerazioni. In primo luogo, è indubbio ormai che la politica imposta dalla Germania è stata non solo errata, e i risultati lo dimostrano ampiamente, ma anche controproducente dal punto di vista politico poiché ha rafforzato i partiti anti europei. Non si vuol dire che debba attuarsi una politica fiscale ultraespansiva con deficit e debito in crescita incontrollata, ma che, data la gravità estrema di questa crisi, la tempistica con la quale si è deciso di ridurre gli stimoli fiscali nell’Area Euro, il modo in cui le istituzioni europee hanno gestito le crisi del debito (soprattutto in Grecia) e l’aver ingabbiato l’operatività della banca centrale sono stati errori indiscutibili, su cui è bene che i politici europei riflettano.

La Germania sembra essere immune dalla crisi europea. Sia la disoccupazione che il Pil hanno avuto un andamento molto positivo, pur in presenza di un deficit sostanzialmente nullo, quindi, senza stimoli fiscali. Indubbiamente i tedeschi hanno meriti nel modo in cui riescono a conquistare i mercati internazionali con le loro merci, ma non si può trascurare il fatto che banche, imprese e famiglie tedesche hanno potuto giovarsi con maggior intensità sia dell’effetto espansivo delle operazioni della BCE (Banca Centrale Europea), che di una centralità finanziaria e produttiva che ha messo al riparo l’economia tedesca dai problemi dei Paesi membri dell’Euro. Inoltre, come si ricorderà, più emergevano debolezze nei Paesi periferici e più i tassi di interesse tedeschi scendevano a tutto vantaggio sia dei conti pubblici che del rilancio dell’economia. Quindi, si può sicuramente affermare che la Germania ha tratto vantaggio dalle difficoltà degli altri Paesi europei e che una parte di quelle difficoltà è stata proprio la Germania a crearle attraverso l’imposizione di politiche pro cicliche che hanno peggiorato il già compromesso scenario economico di molti Paesi

Una terza considerazione, anche a seguito dei primi dati sul voto europeo, è che la modifica dell’impostazione della politica economica europea è probabilmente ora più realizzabile che in passato. La necessità di fronteggiare la crescita dei movimenti e dei partiti anti europei costringerà, almeno si spera, i policy makers a modificare l’impostazione ultra conservatrice sulla spesa pubblica. È più probabile che la Germania e gli altri Paesi ideologicamente a lei vicini siano indotti a modificare le politiche di austerità che sono imposte agli altri membri dell’Area Euro. Sarà un cambiamento ritardato e forzato, ma è arrivato il momento di modificare a fondo la politica economica europea.

In ultimo, proprio il voto europeo di protesta sarà sicuramente utilizzato dalla BCE e dal suo Presidente Mario Draghi per zittire le ultime voci contrarie ad interventi straordinari, soprattutto provenienti dalla Bundesbank, e dare avvio, finalmente, ad una serie di interventi di stimolo ampi, profondi e mirati che tirino fuori dalle secche della recessione-stagnazione-deflazione quelle economie europee che non hanno potuto attuare politiche anti-cicliche di rilancio. Il 5 giugno si saprà qualche informazione in più. Sembrerà strano, ma forse toccherà alla BCE provare a salvare, nuovamente, l’Area Euro.

 

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