martedì, Novembre 30

Europei e Islam, una rottura insuperabile?

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Giornali, politici e media in generale faticano a tenere il passo con l’epidemia di attacchi terroristici di matrice islamica o islamista che sta colpendo I Paesi europei che ospitano le più grandi comunità islamiche del Continente: Francia, Gran Bretagna e Germania. Il clima da guerra civile, la paura che la prossima città colpita dal terrorismo possa essere la propria e la ‘ghettizzazione’ delle maggiori città occidentali contribuiscono tutte ad alimentare la diffidenza dei cittadini nei confronti delle minoranze islamiche.

Nessun problema, per alcuni. Stando alle parole del Sindaco di Londra Sadiq Khan, cittadino britannico di origina pakistana, «gli attacchi terroristici», sarebbero «il prezzo da pagare quando si decide di vivere in una grande città». Non pare averla pensata così il britannico che ieri, poco dopo la mezzanotte ha investito a bordo di un furgone un gruppo di pedoni fuori dalla moschea di Finsbury Park, provocando un morto e dieci feriti, di cui due gravi.

Contraddizioni, ignoranza, mancata integrazione, diffidenza: insomma, il prezzo della società multiculturale europea viene pagato anche dai musulmani stessi. Una serie di sondaggi del centro di analisi statistica PEW dipingono un’Europa tutt’altro che unita, mostrando divisioni anche sostanziali nell’atteggiamento verso i musulmani nelle diverse aree geografiche del Continente.

Il mantra secondo il quale a fomentare gli attacchi sarebbe una presunta islamofobia della società non regge alla prova dei fatti: le nazioni in cui si ha la più favorevole opinione dell’Islam sono esattamente le tre più colpite dagli attacchi terroristici, Germania, Francia e Gran Bretagna. Al contrario, Polonia, Ungheria, Grecia e Italia sarebbero le più diffidenti verso la minoranza islamica – e anche tra le nazioni più sicure per quanto riguarda il terrorismo.

In Polonia, in particolare, molti cittadini tendono a sovrastimare la presenza dell’Islam nella nazione. I musulmani polacchi rappresentano meno dell’1% della demografia totale, eppure – stando all’European Islamophobia Report 2016 – molti polacchi credono che la fetta di musulmani nella nazione sia ben più sostanziosa: il 7% della popolazione. Per alcuni si tratta di ‘sindrome da accerchiamento’: l’islam è visto come una minaccia all’ordine a alla civiltà europea a cui siamo abituati e la sua forza è sovrastimata. Certo è che i dati non sono rassicuranti. La religione musulmana è quella che, a livello globale, cresce più velocemente (a ritmi doppi di quelli del cristianesimo, seconda religione). Complici i massacri di cristiani in Medioriente e Africa, complice il fatto che, per la Sharia e la legge islamica, l’abbandono dell’islam è punibile con la morte, e complice – soprattutto – la cruda demografia: le famiglie musulmane tendono ad avere un numero di figli decisamente superiore a quello delle altre confessioni religiose.

Abitudini culturali diverse, ruolo della donna diverso, e una serie di pratiche (matrimoni combinati, diritto di famiglia regolato dai tribunali islamici, etc..) che sicuramente rafforzano la solidità della famiglia islamica, anche all’interno delle società occidentali che la ospitano. Gli ottimisti stimano che, con l’integrazione, anche il numero medio di figli per famiglia si ‘normalizzerà’ scendendo ai livelli del resto della popolazione.

Religione, leggi e famiglia islamica hanno ruoli e forma estremamente diverse da quella laica o cristiana ‘native’ d’Europa. Come interagiscono le due culture? Anche in questo caso PEW offre un sondaggio eloquente: Per il 68% dei musulmani, gli occidentali sono ‘egoisti’. Gli aggettivi più utilizzati che seguono sono ‘violento’, ‘avaro’ e ‘immorale’, per percentuali superiori al 60%. Sentimenti purtroppo ricambiati dagli occidentali intervistati: i musulmani sarebbero ‘fanatici’ per il 58% degli europei intervistati. Gli aggettivi che seguono sono ‘onesti’, ’violenti’, ’generosi’ e ‘arroganti’.

In Gran Bretagna in particolare – Paese per decenni elogiato come modello di Stato che ospitava diverse culture perfettamente integrate e aperte tra loro – la situazione sembra tutt’altro che rosea. Le ripercussioni del divario culturale sono anche economiche. Basta dare uno sguardo alle statistiche sulla disoccupazione: il livello per le donne musulmane è del 16%, contro un 3.5% delle donne etnicamente britanniche. Proporzioni simili si ripetono nelle statistiche riferite agli uomini.

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