giovedì, Giugno 24

Europee, tra scetticismo e critica field_506ffb1d3dbe2

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Ukip europee

È un’Unione Europea segnata da diverse fratture, quella che si presenta all’indomani del voto per il Parlamento. Pur nella varietà di risultati emersi in ciascuno dei 28 Stati membri, due tendenze sembrano richiamare maggiormente l’attenzione. Da un lato, si segnala l’impressionante ascesa dei partiti euroscettici, a partire dalle maggioranze relative conquistate nei rispettivi paesi dal britannico UKIP e dal francese Front National. 24 i seggi conquistati alle europee da ognuno dei due partiti, che potrebbero però non confluire nello stesso raggruppamento: mentre l’UKIP dovrebbe far confluire la propria protesta nel gruppo Europa della Libertà e della Democrazia, la leader francese Marine Le Pen sembra intenzionata a voler costituire una nuova alleanza, la European Freedom Aliance, insieme ad altri partiti dalle posizioni simili. Benché meno considerati, anche altri partiti euroscettici hanno infatti ottenuto importanti risultati, talvolta imponendosi anch’essi tra le prime formazioni nazionali: è il caso, ad esempio, dell’olandese Partij voor de Vrijheid (PVV) o dell’austriaco Freiheitliche Partei Österreichs (FPÖ). Nell’area della destra estrema, vanno anche registrati i 3 seggi conquistati sia dall’ungherese Jobbik (secondo solo a Fidesz del Primo Ministro Viktor Orbán) che dal greco Alba Dorata. Proprio dalla Grecia, però, si dirama l’altra tendenza rilevante di questa tornata elettorale: quella dei partiti di sinistra contrari all’austerità. Coi suoi 6 seggi è infatti SYRIZA del candidato alla Presidenza della Commissione Europea Alexis Tsipras ad aggiudicarsi la maggioranza relativa nel Paese ellenico. Buoni risultati per i partiti aderenti al progressista GUE/NGLanche in Spagna, dove Izquierda Unida conquista 5 seggi, ed in Portogallo, coi 3 conquistati dalla Coligação Democrática Unitária e quello del Bloco de Esquerda. Sempre in Spagna, conquista altri 5 seggi Podemos, partito identificato col movimento degli indignados, ma la cui collocazione all’interno dell’Europarlamento è ancora da decidere.

Pur pressati dalla crescita delle due ali estreme, saranno comunque Popolari Socialdemocraticia contendersi la Presidenza della Commissione Europea. Le proiezioni più recenti indicano infatti che il PPE è rimasto il primo gruppo in aula, pur passando da 265 a 214 seggi, mentre l’alleanza progressista S&D avrebbe conquistato cinque seggi in più rispetto ai 184 dell’ultima legislatura (col PD primo partito, scavalcando i tedeschi della SPD). I candidati principali dopo le elezioni europee, dunque, rimangono Jean-Claude Juncker e Martin Schulz, con l’ago della bilancia decisamente più spostato verso il primo, che sostiene ci siano «tutte le condizioni» perché gli venga affidato l’incarico. Per contro, anche il candidato tedesco si è detto intenzionato a prendere l’iniziativa per formare una maggioranza. In ogni caso, come dichiarato dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel, saranno necessarie consultazioni prima di arrivare ad una nomina.

Frattanto, inizia il redde rationem all’interno dei singoli Stati. In Spagna, la débâcle del Partito Socialista (PSOE) spinge il suo Segretario Generale Alfredo Pérez Rubalcaba a rassegnare le dimissioni, ma è soprattutto in Francia che il magro risultato socialista (13,88%, peggior esito storico) potrebbe avere le conseguenze più pesanti: il Presidente François Hollande starebbe intanto pensando ad intervenire personalmente in televisione. Si è invece già dimesso il Premier socialista Elio Di Rupo, in Belgio, dove le elezioni legislative tenutesi contestualmente a quelle europee hanno confermato la profonda spaccatura del Paese tra settentrione fiammingo e meridione vallone. Si riconferma, invece, Dalia Grybauskaite in Lituania: un esito storico, in quanto si tratta della prima rielezione presidenziale nella storia nazionale. A concorrere al successo di Grybauskaite, i toni antirussi della sua coalizione.

Sarà perciò interessante osservare il ruolo del Paese baltico negli sviluppi della situazione in Ucraina, dove questo fine settimana si è votato per eleggere il Presidente. Il vincitore è Petro Porošenko, che col 55% dei voti si lascia indietro l’ex Primo Ministro Julija Tymošenko (13,12%) e assume l’incarico al primo turno. La notizia non giunge solo gradita a Merkel, ma, apparentemente, anche al Cremlino, che, per tramite del Ministro degli Esteri Sergej Lavrov, ha dichiarato di essere pronto al dialogo col nuovo Presidente. Quest’ultimo, intanto, assume toni decisi nei confronti dei separatisti filorussi, sostenendo che debbano abbandonare le armi e dichiarandosi a favore del proseguimento delle attuali operazioni antiterrorismo nell’est, purché in maniera più «efficiente». La risposta non si è fatta attendere: nell’oblast’ di Donetsk è stata dichiarata la legge marziale e, nella notte, l’aeroporto dell’omonimo capoluogo è stato oggetto di un blitz da parte degli autonomisti, spingendo Kiev ad inviare caccia ed elicotteri militari sui cieli della città.

Sempre oggi, si è insediato come Primo Ministro dell’India Narendra Modi. Col suo giuramento, eseguito alla presenza del Primo Ministro pakistano Nawaz Sharif e del Presidente uscente afghano Hamid Karzai, Modi diventa il quindicesimo Primo Ministro nella storia del Paese, a cui pronostica un «futuro glorioso» come membro attivo della «comunità globale».

Più dubbio il futuro ruolo della Corea del Nord, specialmente dopo l’incontro di oggi fra il Ministro degli Esteri sudcoreano Yun Byung-se ed il suo omologo cinese Wang LiI due Paesi sarebbero concordi nel considerare le attività nucleari di Pyongyang «una seria minaccia alla pace ed alla stabilità della regione», il che significherebbe una presa di posizione rilevante da parte di Pechino, tra i pochi alleati del regime di Kim Jong-un ed il cui Presidente Xi Jinping visiterà Seul quest’anno. Dubbio anche il futuro della Thailandia, il cui regime militare guidato dal Generale Prayuth Chan-ocha ha ricevuto oggi il beneplacito della Casa Reale «al fine di restaurare la pace e l’ordine». Ordine che si è immediatamente concretizzato nella minaccia dello stesso Generale di portare davanti ad una corte marziale chiunque manifesti contro la sua presa di potere.

Un altro Generale si appresta a governare: parliamo di ‘Abd al-Fattā al-Sī, grande favorito nelle elezioni che si sono aperte oggi in Egitto e che si protrarranno sino a domani. Sono 53 milioni gli egiziani chiamati a votare sotto la stretta sorveglianza delle Forze Armate, per quanto riguarda la sicurezza, e di Unione Europea, Unione Africana e Lega Araba per quanto riguarda la trasparenza.

Più a nord, dalla Siria, arriva invece la notizia per cui il gesuita italiano Paolo Dall’Oglio potrebbe essere stato ucciso già lo scorso 29 luglio, a poche ore dal suo rapimento. A dichiararlo, un disertore dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isis): mancano tuttavia le prove che porrebbero il punto alla triste vicenda del missionario. Confermato, intanto, il decesso del fotoreporter italiano Andrea Rocchelli. La salma, tuttavia, rimane difficilmente accessibile, in quanto si trova in un obitorio di Sloviansk, ossia in un’area dell’Ucraina orientale controllata dalle milizie filorusse.

Rimangono in stato di arresto Daniel Ceballos e Enzo Scarano, rispettivamente sindaci delle città venezuelane di San Cristobal San Diego, ma le loro mogli sono riuscite a prenderne il posto in seguito alle elezioni che hanno avuto luogo questa domenica. Patricia Gutiérrez Rosa Brandonisio hanno infatti vinto con maggioranze indiscutibili (73,69% e 87,68%) come candidate dell’oppositrice Mesa de la Unidad Democrática e potrebbero dare nuova linfa alle proteste degli ultimi mesi contro il Presidente Nicolás Maduro. «Non esiste più», invece, il Subcomandante Marcosil noto leader dell’insurrezione indigena in Chiapas ha deciso di ritirarsi dalla guida dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, smentendo che si tratti di una scelta legata al proprio stato di salute e sostenendo invece di aver voluto dare spazio alle nuove generazioni.

 

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