domenica, Ottobre 24

Europee: partiti e sistemi elettorali field_506ffb1d3dbe2

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effigie - conti - TARCHI MARCO

 

Il primo nodo elettorale con cui i partiti avranno a che fare sono le elezioni europee: il mese è quello di maggio, la data  approssimata sarà attorno alla seconda decade. La situazione politica dell’esecutivo è costantemente sull’orlo di una crisi e lo dimostrano i fatti che, giorno dopo giorno, ora dopo ora, portano il governo a mediare i continui ultimatum che arrivano da una parte o dall’altra dell’emiciclo. Un dato è certo: le organizzazioni politiche, tutte, non arriveranno ben messe all’appuntamento elettorale di maggio per il rinnovo del Parlamento europeo e della Commissione.

Dagli scontri intestini alle diatribe esterne con altre formazioni politiche, i partiti tutti avranno a che fare con un sistema elettorale che non prevede sotterfugi come il porcellum o l’italicum: la legge vigente per le elezioni europee è un proporzionale puro con sbarramento al 4%. Non esistono alleanze, non esistono coalizioni: ognun per sé e Dio per tutti. La soglia minima di esclusione, poi, era stata inserita nel 2009 con 230 voti favorevoli al Senato e 517 alla Camera, pochissimi gli astenuti e una manciata i contrari. Fu d’accordo perfino l’Italia dei Valori, allora col vento in poppa, e anche PierFerdinando Casini con la sua Udc.

I partiti, dunque, dovranno compiere scelte nette e chiare sulla collocazione all’interno del parlamento europeo e per tracciare un quadro della situazione abbiamo contattato Marco Tarchi, docente presso l’Università di Firenze presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali. Secondo il professore, dunque, le organizzazioni politiche italiane arriveranno all’appuntamento elettorale europeo di metà maggio  “Quasi certamente senza un programma specifico che riguardi le molte questioni aperte e/o controverse connesse al ruolo che l’Unione europea sta svolgendo e sarà chiamata a svolgere, sia sul versante della sua incidenza sulla vita dei singoli Stati, sia su quello della politica internazionale”.

Se si aggiungono –poi  – le vicende che hanno portato a dimissioni presentate o richieste di ministri e sottosegretari, le premesse di una chiusura dell’esperienza delle larghe intese ci sarebbero tutte. Solo il sostegno a tutti i costi di Napolitano, incluso il minacciato ritiro di scena, ha fin qui impedito questa logica conclusione. È ovvio che il giudizio sull’esecutivo guidato da Letta e su chi lo ha appoggiato, tollerato o contrastato peserà sul voto per il Parlamento europeo molto più di ogni considerazione su ciò che l’organo di cui si dovranno eleggere i membri ha fatto o potrebbe fare”.

Il professor Tarchi aggiunge: Tutti cercheranno di fare dell’appuntamento elettorale un generico referendum pro o contro l’Ue, chiamando in causa i vincoli di bilancio, l’euro e anche istituzioni in realtà autonome, come la Bce. Insomma, sarà un confronto di scarichi umorali da una parte, quella euroscettica o eurocritica, e di belle parole venate di ipocrisia dall’altra, quella euroeuforica. E, ancor più di altre volte, si guarderà ai risultati soprattutto per immaginarne i riflessi sulle intenzioni di voto per le prossime consultazioni italiane”. Anche perché: “Sul funzionamento degli organismi europei c’è, nel pubblico italiano ma anche in quello di quasi tutti i paesi membri, un alto livello di disinformazione, e tutti i sondaggi recenti ci dicono che la simpatia nei confronti del processo di unificazione continentale è in forte calo. C’è quindi da aspettarsi un incremento sostanzioso dei consensi verso i partiti populisti e, più in generale, critici verso “i burocrati di Bruxelles”, anche se nei loro confronti è in atto da tempo una forte offensiva massmediale. Del resto, sarebbe difficile dire che la Commissione europea ha brillato per sagacia nella gestione della crisi economica e sociale che ha afflitto vari paesi negli anni recenti”.

Una tornata elettorale che si va a posizionare, comunque, in una situazione complessa: la fase politica attuale è frutto di una serie di esplosioni di contraddizioni all’interno delle più ampie coalizioni che hanno raggiunto la maggioranza dei voti alle politiche di febbraio. Tali contraddizioni, però, non hanno fatto che generarne altre e da tredici mesi di governo Monti, si è passati ad un altro governo tecnico, quello di Enrico Letta. Il neo segretario Pd, dunque, dopo le motivazioni consegnate dalla Corte Costituzionale che ha abolito gli elementi di incostituzionalità della precedente legge elettorale che non consegnava un reale vincitore agli elettori, ha proposto un suo modello, di concerto con Silvio Berlusconi: l’Italicum.

Il testo base dell’italicum, prevedeva  uno sbarramento per le liste e i partiti non riuniti in una coalizione all’8%, per le coalizioni la soglia minima di esclusione era fissata al 12% mentre per il premio di maggioranza si doveva raggiungere il 35%. All’interno di una stessa coalizione, nonostante tutto, lo sbarramento era fissato al 5%. A colpi di emendamenti la situazione si è leggermente limata, ma la sostanza è quella del testo base: il premio di maggioranza scatta alla coalizione che raggiungerà il 38% mentre lo sbarramento per le liste e i partiti all’interno di una coalizione si è ridotto dello 0,5%.

Per le elezioni europee, dunque, come prima accennato, la soglia di esclusione è fissata al 4%, non solo in Italia: nel Paese il cui cancelliere è Angela Merkel lo sbarramento è alla stessa percentuale italiana.
Già dopo la tornata europea del 2009, però, la Corte Federale tedesca aveva ritenuto quello sbarramento escludente per la partecipazione democratica, affermando che, qualora non ci fosse stato, ben 7 liste avrebbero fatto il loro ingresso all’interno del Parlamento di Strasburgo.

A proposito di questa esclusione e degli sbarramenti il prof. Tarchi afferma che Il modello Frankenstein nato dal patto Renzi-Berlusconi e dalla pessima esercitazione di qualche “esperto” che mi pare aver scambiato le elezioni con qualche vecchio gioco di carte, tipo Asso pigliatutto o Rubamazzo, è, a mio avviso, quanto di peggio poteva essere partorito dal prevedibile gioco degli interessi dei partiti maggiori. Da un lato, malgrado le citazioni fuori luogo, non assomiglia ad alcuno dei sistemi elettorali sperimentati in altri paesi – né a quello spagnolo, perché i piccoli collegi in questo caso non servono ad un’elezione diretta nel collegio ma all’accumulo di voti che vengono conteggiati su scala nazionale, né a quello francese, perché il doppio turno qui si applica a coalizioni e non a partiti e nulla ha a che vedere con le circoscrizioni uninominali – e quindi non ha alcun risultato valido ottenuto altrove a cui richiamarsi. Da un altro, ripropone l’abiezione del premio di maggioranza che stravolge la volontà degli elettori e, si badi, non esiste in alcun paese europeo all’infuori della Grecia (dove è comunque minore, perché non può creare maggioranze assolute con un ballottaggio, come rischia di accadere da noi), e per sovrappiù impone la tagliola delle soglie di sbarramento. Da un altro ancora, se sarà approvato, toglierà a milioni di elettori la possibilità di essere rappresentati, alla faccia della democrazia. Con la retorica strumentale della garanzia di “governabilità” (che, come è dimostrato dal caso dei governi Prodi del 2006 e Berlusconi del 2008, entrambi caduti malgrado la maggioranza assoluta di parlamentari di cui sulla carta disponevano, non corrisponde ad una promessa di compattezza e di efficacia) e della “abolizione del potere di ricatto dei piccoli partiti”, si fa in modo che il peso dei singoli elettori sia del tutto diverso e si minimizza il ruolo delle opposizioni. Non è improbabile che, in futuro, si assista a una situazione paradossale, con un partito che raccoglie il 25% o poco più dei voti e, grazie al minimo peso degli alleati di coalizione, tutti o quasi ghigliottinati dalle soglie, domina indisturbato con oltre il 50% dei seggi. Chi si riempie la bocca quotidianamente di richiami alla Costituzione dovrebbe impedire un simile scempio. Per non dire che, con le liste bloccate, i capi dei due maggiori partiti si trasformano definitivamente in sovrani assoluti, o peggio: manovrando le primarie con il loro potere organizzativo, o non facendole svolgere affatto, potranno scegliersi un esercito di vassalli e sudditi per non essere disturbati da critiche o dissensi per la durata di un’intera legislatura. Chi è entusiasta di una simile prospettiva cova, magari inconsciamente, una vocazione autoritaria: lasciamo fare tutto al leader e vediamo cos’è capace di fare. Certo, se ne potrà giudicare l’operato dopo un quinquennio, il che ci evita rischi di dittatura; ma quando si inizia a guardare con fastidio agli oppositori, ci si incammina su una brutta strada. Se il modello Frankenstein venisse bocciato in Senato, sarebbe un gran bene. E si potrebbe sostituirlo con una formula più rispettosa del principio democratico. Senza dimenticare che, sebbene politici e mezzi d’informazione non lo dicano, nella maggior parte dei paesi europei i sistemi proporzionali producono governi efficienti e coalizioni solide. Siamo noi che passiamo da un’anomalia all’altra”.

Anche perché queste soglie di esclusione così elevate porterebbero alla condizione di democrazia oligarchica che ha illustrato Luciano Canfora nella sua lettera a ‘L’Unità’ di qualche settimana fa, nonostante Tarchi non avesse letto l’intervento del collega, sul punto e sulla definizione netta “concordo con lui”. Salvo che siamo già, e da tempo, in una democrazia oligarchica. L’abbandono del sistema proporzionale, la martellante campagna per giungere a un sistema bipolare – e, meglio che mai, bipartitico –, la mitizzazione del risultati che l’affidamento dei governi ai “tecnici” avrebbe dovuto produrre, l’esorbitante potere di indirizzo politico che i presidenti della Repubblica da vent’anni a questa parte si sono attribuiti (con la sconcertante accelerazione impressa a questo processo dall’attuale ospite del Quirinale), ci avevano già condotto a questa situazione. Ma il problema è di vecchia data e non tocca solo l’Italia. Come ha scritto anni fa la nota studiosa del populismo Margaret Canovan, si ha sempre più la sensazione che lo strumento della rappresentanza, invece di servire a far esprimere il popolo e a consentirgli di incidere sulla gestione della cosa pubblica, venga considerato un argine contro il rischio che quello stesso popolo, così incolto e umorale, possa dir la sua su ciò che lo riguarda. In questa situazione, non c’è da stupirsi se le accuse di autoreferenzialità e insensibilità alla volontà degli elettori rivolte ai professionisti della politica aumentino di intensità e gonfino, nelle urne, i consensi dei partiti di protesta. Che, di questo passo, si rischia di non poter più contenere neppure con i marchingegni delle soglie e dei bonus regalati da formule elettorali ad hoc”.

Certo che tutto questo, come già si riportava in precedenza, alimenta il focolaio degli euroscetticismi ed europopulismi che giocheranno un ruolo fondamentale nell’accaparrarsi grosse fette di elettorato cavalcando l’onda del malcontento popolare e il prof. Tarchi non ha dubbi: “Come ho accennato, molti indizi lasciano presumere che i critici dei trattati europei che hanno limitato la sovranità nazionale e attribuito molti poteri alla Commissione dell’Ue otterranno buoni risultati alle prossime elezioni. Il loro limite è dato dal fatto di esprimere, ciascuno individualmente, rivendicazioni e proteste che si arrestano ai confini del proprio paese. Malgrado i tentativi di collegamenti organici di questi ultimi mesi, le formazioni populiste mirano sempre all’affermazione di diritti ed aspettative (presunti) del proprio popolo, senza troppo preoccuparsi degli altri. Anzi, in taluni casi il loro messaggio politico è caratterizzato da diffidenze ed ostilità verso paesi confinanti. Il che renderà molto difficile per loro, anche in caso di grandi successi d’insieme, un’azione coordinata che contrasti quella di popolari, socialisti e liberaldemocratici e possa portare a una revisione dei trattati. Una “internazionale populista”, del resto, è una contraddizione in termini”.

Una via possibile, però, è quella della revisione dei trattati europei, al di là dei facili populismi:  “Qualche possibilità c’è. È possibile che in qualche Stato il successo di partiti populisti possa portare ad un’estensione degli strumenti referendari, che potrebbero essere applicati per giungere a questo scopo, ed ancor più probabilmente per sbarrare le strada ad eventuali ulteriori iniziative promosse dall’Ue per intensificare i processi in corso in materia di unione monetaria, bancaria ecc. Come abbiamo visto in Francia, in Olanda e in Irlanda, quando alle popolazioni viene concessa la possibilità di esprimersi in materia di limitazioni della sovranità nazionale, l’eventualità di un giudizio negativo è tutt’altro che da escludersi”.

 

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