lunedì, Giugno 21

Europa, torna una cortina di ferro?

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Un pò meno di 28 anni fa cadeva il Muro di Berlino, epicentro e simbolo della divisione dell’Europa in due blocchi reciprocamente ostili, di quella che Winston Churchill, uno dei vincitori della seconda guerra mondiale, aveva indelebilmente denominato ‘cortina (ovvero sipario) di ferro’, abbassatasi per volontà di un altro eversore del nazismo, Stalin, a protezione di un ‘campo socialista’ esteso con la forza delle armi ad una grossa fetta centro-orientale del vecchio continente.

L’evento, secondo qualche cervellone, doveva segnare la fine non solo di un’epoca ma addirittura della Storia, e naturalmente non è andata così. Nuovi muri non hanno tardato a fare la loro comparsa, anche se quasi sempre per impedire ingressi sgraditi dall’esterno piuttosto che fughe o esodi dall’interno. E adesso, con buona pace dei profeti troppo frettolosi, sembra che comincino a rinascerne dello stesso tipo non lontano ma solo un po’ più a est della linea che aveva diviso l’Europa per oltre quattro decenni.

Non per nulla, del resto, si parla da qualche tempo di una nuova ‘guerra fredda’ tra Est e Ovest, con implicita minaccia che trascenda in ‘calda’, benchè tra la sola Russia postsovietica da una parte, praticamente senza più alleati né ‘satelliti’, e dall’altra quasi tutta quella che a Mosca e dintorni, guarda caso, viene di solito designata semplicemente come Europa. Per di più nuovamente spalleggiata, questa, dagli Stati Uniti (e dal Canada), anche se a tale proposito la situazione accenna adesso a complicarsi.

La scintilla che ha riacceso lo scontro è sprizzata dall’Ucraina, teatro di un conflitto armato in corso da tre anni, e la contesa si è estesa o fatta sentire in ogni direzione, ma in modo particolarmente acuto e allarmante verso nord. Dove cioè si trovano, accanto a Paesi neutrali benchè comunque appartenenti al mondo occidentale (Finlandia e Svezia), Stati oggi membri dell’Unione europea e/o dell’Alleanza atlantica ma fino al 1989-1991 sottoposti all’egemonia sovietica o addirittura parti dell’URSS come già prima dell’Impero zarista. E’ il caso, quest’ultimo, delle tre piccole repubbliche baltiche (Lituania, Lettonia ed Estonia), indipendenti solo nel periodo tra le due guerre mondiali, mentre anche Polonia e Finlandia (la prima in parte e la seconda interamente) erano state soggette alla Russia zarista prima del 1917.  

E’ comprensibile che il terzetto, la cui resistenza armata alla riannessione da parte sovietica alla fine della seconda guerra mondiale si era protratta per qualche anno, si senta particolarmente esposto, anche per le esigue dimensioni delle sue componenti, ad un temuto egemonismo o espansionismo russo di ritorno, attizzato quanto si voglia, già all’origine, dalla loro inclusione nella NATO, a sua volta comprensibilmente percepita a Mosca come un atto gratuitamente ostile.

Tra le numerose analogie storiche con l’Ucraina, oggi divisa e lacerata tra difesa dell’indipendenza e attrazione dell’Occidente da una parte e i multiformi legami con la Russia dall’altra, Estonia e Lettonia, soprattutto, devono fare i conti con forti minoranze russe al proprio interno che non hanno trattato con i guanti dopo il 1991 e che continuano ad affidarsi alla protezione di Mosca per il rispetto sinora alquanto discutibile dei propri diritti.

Ai timori e ai pericoli reali o presunti suscitati dall’attuale congiuntura internazionale i governi di Tallinn e Riga reagiscono non cercando di alleviare le pendenze già esistenti con la Russia ma semmai inasprendole, nel presumibile intento di creare le condizioni più idonee per guadagnarsi il massimo appoggio da parte degli alleati occidentali. A Mosca, ad esempio, ha sollevato indignazione la recente multa inflitta al sindaco di Riga, che è di nazionalità russa e governa la capitale lettone col sostegno di un partito russo maggioritario nella città, per punirlo di avere parlato in lingua russa agli studenti di una scuola, russa come altre che sono state in parte chiuse negli ultimi anni.  

Russo di ceppo e nativo di Riga è anche Michail Baryshnikov, uno dei più famosi ballerini del mondo nell’era sovietica. Nello scorso aprile gli è stata concessa la cittadinanza lettone per recenti meriti speciali nei confronti della patria più piccola tenendo però, sicuramente, non poco conto della sua defezione oltre oceano nel 1974 con conseguente acquisto della cittadinanza americana.

Un’altra e ancor più irritante sfida a Mosca costituisce l’attiva ostilità lettone alla costruzione del nuovo gasdotto nel Baltico, gradita dalla Germania, grande acquirente del gas russo, ma fortemente osteggiata dalla Polonia, il vicino con cui il governo di Riga intrattiene i rapporti più stretti anche in campo militare. Significativa, inoltre, la crescente cooperazione su vari terreni che la Lettonia sta allacciando con due repubbliche ex sovietiche, la Georgia e l’Azerbaigian, variamente impegnate a sottrarsi al controllo russo fino al punto, la prima, di perseguire apertamente l’aggancio non solo all’Unione europea ma anche alla NATO.

Mosca, dal canto suo, non si fa pregare a rendere pan per focaccia sia continuando ad inscenare a scopo intimidatorio voli di aerei, movimenti navali e manovre militari presso i confini terrestri e le acque territoriali lettoni, sia mediante ritorsioni quale ad esempio la drastica riduzione dei trasporti ferroviari di merci di ogni genere, fino a ieri quantitativamente ingenti, verso Riga e altri porti lettoni di transito, denunciata nei giorni scorsi da chi ne subisce il conseguente danno economico.

Come è noto, a tutto ciò fanno riscontro ormai da tempo le misure o contromisure militari adottate nella regione baltico-nordeuropea, dall’intero schieramento atlantico, per fronteggiare o scoraggiare eventuali aggressioni o più pesanti intimidazioni e provocazioni. La Lettonia vi partecipa naturalmente in prima linea in tutti i sensi, ma non si limita ad ospitare, con il proprio contributo anche di effettivi, uno dei quattro battaglioni multinazionali formati da circa un migliaio di uomini ciascuno, nel suo caso sotto comando canadese e con apporti polacco, italiano, sloveno, albanese e spagnolo.

Sin dal 2015 il governo di Riga ha avviato la costruzione di un muro lungo più tratti della frontiera con la Russia per complessivi 90 chilometri. A metà dello scorso maggio vi si è aggiunto un progetto per sigillare con rete metallica alta almeno due metri e filo spinato anche due terzi del confine con la Bielorussia (173 chilometri in totale), che non è un’alleata di ferro della Russia ma ne ospita importanti basi militari.

Scopo dichiarato del progetto, la cui attuazione dovrebbe iniziare nel 2018 e costare una diecina di milioni di euro, sarebbe quello di consentire, con l’aiuto di telecamere e appositi sensori, i controlli necessari per impedire l’afflusso nel Paese di contrabbandieri, immigrati clandestini e altri “intrusi”. Termine, questo, che lascia presumere piuttosto una preoccupazione predominante di tenere fuori spie, agenti provocatori e simili di provenienza facilmente immaginabile. Tenuto conto, fra l’altro, che la Lettonia, economicamente in buona salute ma demograficamente deficitaria, non si rifiuta di accogliere, a differenza di altri membri della UE, una quota ragionevole di profughi.

Appare evidente, d’altra parte, che i battaglioni della NATO non sarebbero mai sufficienti ad impedire una fulminea invasione da est. Si calcola infatti che allo stato attuale delle cose alla Russia basterebbero 36 ore per travolgere ogni resistenza nelle tre repubbliche baltiche. Se ne deve quindi arguire che motivi analoghi a quelli attribuibili ai dirigenti di Riga inducano anche Estonia e Lituania a seguire, come sta avvenendo, l’esempio lettone in materia di muri.

La Lituania ha appena dato il via in questi giorni alla recinzione del confine con l’exclave russa di Kaliningrad, la vecchia Koenigsberg tedesca, giustificandola nello stesso modo scarsamente credibile della sua vicina settentrionale. E il governo di Vilnius non si differenzia da quello di Riga neppure nel contrariare Mosca ovunque possibile ospitando un convegno dei principali oppositori interni ed esterni di Vladimir Putin, aprendo ostentatamente (e giustamente, certo) le porte a ceceni perseguitati in Russia perché omosessuali, e così via, oltre a battersi per ottenere il massimo impegno militare interatlantico sul fronte orientale.

Alla gara non manca di partecipare l’Estonia, del terzetto la più legata tra l’altro alla Finlandia, insieme alla quale si adopera per promuovere il rafforzamento della politica comune di sicurezza e difesa della UE anche come rimedio ad un eventuale disimpegno americano. Intanto il governo di Tallinn aderisce prontamente al progetto di insediare a Helsinki un centro europeo per la lotta contro le minacce cibernetiche oggi più che mai all’ordine del giorno, mentre un tribunale estone condanna a cinque anni di carcere un cittadino russo residente da qualche anno nel Paese e accusato di spionaggio per conto dei servizi segreti di Mosca. Ad ogni buon conto, l’Estonia si era già allineata con le due vicine meridionali preannunciando un mese fa, per bocca del premier Juri Ratas, la trasformazione della propria frontiera orientale in “uno dei confini più avanzati e tecnologici” d’Europa.

Stiamo dunque assistendo alla ricomparsa di qualcosa di molto simile alla storica “cortina di ferro” nel cuore del vecchio continente e sia pure, per il momento, solo nella sua fascia più settentrionale. Non si tratta necessariamente di uno sviluppo dei più allarmanti, se si ricorda che in un contesto pur sempre dominato da armamenti apocalitticamente distruttivi il consolidamento delle linee divisorie e dei fronti contrapposti favorì l’astensione da mosse ed azzardi fatali e quindi l’assenza per lunghi decenni di conflitti aperti anziché la loro temuta esplosione.

È uno sviluppo, tuttavia, che contribuisce ad accrescere le reciproche ostilità, insofferenze o anche solo incomprensioni sul piano generale, e quindi con possibili ripercussioni negative soprattutto nelle aree in cui le contrapposizioni si presentano meno nette, più instabili e perciò più difficili da mantenere sotto controllo. Il primo ed unico conflitto divampato sanguinosamente in Europa dopo la seconda guerra mondiale ebbe luogo non dove si guardavano in cagnesco la NATO e il Patto di Varsavia ma nella Jugoslavia neutrale, non allineata e persino ideologicamente intermedia. Dopodichè, certo, esistono vie percorribili per preservare la pace diverse dall’erezione di muri e ovviamente preferibili.

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