lunedì, Settembre 20

Europa: se non si cambia registro ora, quando?

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Abbiamo, piuttosto, un Matteo Renzi protesto alla conquista della poltrona di Segretario del Partito Democratico. La vuole a tutti i costi, e con un plebiscito; i suoi avversari non sono meno determinati e agguerriti di lui. Lo sfidante, il Ministro della Giustizia Andrea Orlando incassa consensi inaspettati, e lo tallona da vicino. Potrebbe anche rivelarsi un vincitore ‘a sorpresa’; ma pur non vincendo, avrà comunque vinto se riuscirà il quel segreto intento che in molti condividono nel PD: riuscire a far sì che Renzi vincamale‘: non al termine di una marcia trionfale, ma a conclusione di un logorante testa a testa; così da essere un Segretario azzoppato come la proverbiale anatra; costretto a fare i conti con una forte opposizione interna; condizionato nel gioco delle alleanze e della spartizione del potere reale; e soprattutto non più a palazzo Chigi, dove, giorno dopo giorno, Paolo Gentiloni, come una talpa, scava con metodo una sua rete digallerieche gli consente di garantirsi la presidenza del Consiglio anche dopo le elezioni che prima o poi si dovranno pur fare (più ‘poi’ che ‘prima’, come un po’ tutti vogliono).
Cosa resta a Renzi? Per ora dà più fiato possibile alle sue trombe. «Spero che prima o poi si faccia questa commissione d’inchiesta sulle banche, io non vedo l’ora. Non ho sassolini da togliere dalle scarpe, ho una cava di sassolini», dice nel corso di un incontro con degli studenti a Perugia. Se la potrebbe cavare anche senza aspettare la commissione d’inchiesta, questa cava di ‘sassolini’. Chi glielo impedisce? Anzi, in nome di un elementare diritto di conoscenza, dovrebbe farlo ‘a prescindere’. Perché non lo fa? Evidentemente siamo nella fase degli ‘avvertimenti’; ‘messaggi’ rivolti a chi ha buone orecchie per intendere. Massimo D’Alema? E’ lui ad aver puntato il dito su operazioni attorno a banche amiche del giglio renziano. Come si vede il dibattito sta prendendo corpo su un terreno che appartiene più che all’ideale, alla ‘roba’ di ernestorossiana memoria.
Un po’ tutti affilano le loro armi. Si prende Enrico Letta, quello che secondo la renziana raccomandazione doveva e poteva stare ‘sereno’, e in poche ore, con ‘serenità’ si trovò sfiduciato dal suo partito e sfrattato da palazzo Chigi. Annuncia che alle primarie voterà per Orlando; chi poteva dubitare? Il PD non è il comitato elettorale del capo, deve tornare alle sue origini per guardare al futuro.
Ricordate quando Pierluigi Bersani disse che lui era interessato a un dialogo e al possibile recupero di elettori del Movimento 5 Stelle? Furono molti i sorrisi di sufficienza e di compatimento. Eppure una logica c’è. I voti ‘in più’, da qualche parte li si deve andare a prendere. Agli inizi della prima Repubblica Palmiro Togliatti non esita un minuto ad andare a ‘salutare’ il congresso dell’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini. Anche grazie a quella togliattiana attenzione poco dopo il movimento di Giannini si estinse. Vero è che Bersani non ha la caratura di Togliatti; ma nemmeno Grillo è Giannini, anche se il suo esser ‘mister NO’ lo accomuna. Per quel che riguarda le possibili alleanze politiche Enrico Letta è molto dubbioso: «Mi sembrano molto complicate, se non impossibili. Ritengo, però, che sia fondamentale parlare con le persone che votano i partiti non tradizionali, non trattarle come appestate, e cercare di fare una politica autentica che tenga conto che certi messaggi di sobrietà e di contenimento dei costi della politica sono condivisi da tutti».
Hai capito il curiale, mite, Enrico Letta? Alla fine la stilettata, a lungo covata arriva; e altre pugnalate si annunciano, non meno micidiali. E’ in corso da mesi un lento, costante, quasi impercettibile bradisismo politico, che alla fine si appaleserà. E saranno molte le sorprese.

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