martedì, 7 Febbraio
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Europa: se non si cambia registro ora, quando?

Poi si torna a casa nostra, e nel PD sono più o meno tutti concordi: vinca pure Renzi, ma vinca male

Si sia il più accanito anti-europeista stile Theresa May, Marine Le Pen (o la sua versione italiota del leghista Matteo Salvini); o al contrario si sia un europeista-unionista a tutto tondo come lo erano Altiero Spinelli e Marco Pannella; una cosa è incontestabile: con il maxi-vertice di sabato scorso, Roma è stata la capitale dell’Europa. Si dirà: in Campidoglio, dove il 25 marzo del 1957 furono firmati i Trattati da cui è nata l’Unione Europea, si è sì sottoscritta una Dichiarazione che riafferma l’importanza dell’integrazione europea; ma sono parole. E ora, lunedì, passata la festa? Come evitare che Europa ed europei siano gabbati?
Occorrerà, fin dai prossimi giorni, che gli autentici europeisti, quelli che coltivano una ‘visione’ federalista usino tutta l’astuzia e la pazienza, l’audacia e la fantasia di cui sono provvisti. La strada per quegli Stati Uniti d’Europa sognati da Ernesto Rossi, Spinelli, Eugenio Colorni (ma anche da Luigi Einaudi, Ignazio Silone, Piero Calamandrei, per dirne di alcuni), è ancora lunga, il percorso irto di ostacoli e trabochetti. Indubbio, tuttavia, che esser riusciti a far firmare a tutti i ventisette leader degli Stati membri la Dichiarazione di Roma sia un successo del Governo italiano di Paolo Gentiloni.
Tutte le cancellerie europee trattengono il fiato in attesa di vedere che cosa accadrà in Francia, chi salirà al Palais de l`Élysé; ma si attende anche l’esito delle elezioni in Germania: se, nei prossimi mesi, sarà ancora Angela Merkel a sedersi nella Bundeskanzleramtsgebaude. I sondaggi danno per vincenti, in Francia l’europeista Emmanuel Macron; e in Germania una nuova affermazione della Cancelliera uscente; e tuttavia, sia pure più sostanziose che quella olandese, si tratta pur sempre di boccate d’ossigeno. Preziose, ma non risolvono il problema. L’inadeguatezza, l’incapacità di affrontare le crescenti sfide che la realtà pone sul tappeto, restano tutte.
Ipadrifondatori dell’Unione europea concepirono e sognarono altro dall’esistente: un sistema di istituzioni sovra-statali e inter-statali al cui interno integrare gli Stati membri: istituzioni indipendenti dagli Stati stessi; sistemi istituzionali dotati di autonomia costituzionale dagli Stati che li avevano costituiti. Da questo punto di vista non si finirà mai di rimproverare il voto contrario dell’Assemblea Nazionale Francese che nel 1954 affonda il progetto di Comunità Europea della Difesa. Scellerato sciovinismo francese da una parte; non meno scellerata ignavia di tutti gli altri che supinamente, senza adeguata reazione, lasciano che il progetto muoia di inedia.
Da subito è necessario innalzare la bandiera di una unione federale che gestisca le politiche di interesse comune fondamentali, e lasci agli Stati membri tutto il resto. Tuttavia non si possono prendere decisioni relative ad ambiti essenziali senza che i cittadini abbiano una voce in capitolo. Si torna, così, alle istituzioni in quanto condizione della ‘federalizzazione’. Quello che avevano ben compreso Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, Robert Schuman, e  -lo direste mai?- anche quel Winston Churchill, britannico fino al midollo, e fautore senza tentennamenti, dell’Impero così come la regina Vittoria l’aveva tramandato.
Essere coerenti (e conseguenti) con la Dichiarazione di Roma significa rafforzare ed estendere il mercato unico, e consentire che al suo interno possa emergere un nucleo di Paesi impegnato a dare vita a un’unione federale.
Finora siamo alla Politica con la maiuscola. Quella che servirebbe e che non c’è; incarnata da politici che si vorrebbe avere, e che non ci sono.

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