mercoledì, Maggio 19

Europa post-coronavirus: il Consiglio è in cammino, sì, ma verso dove? Oggi si potrebbero porre le basi per il piano di rilancio dell’Unione, ma le timidezze sembrano frenare il cammino verso gli Stati Uniti d’Europa. Tutto si gioca nei dettagli del Fondo europeo di ripresa

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La videoconferenza del Consiglio europeo che si terrà oggi non sarà la tappa finale che condurrà alla definizione del progetto per la ricostruzione dell’Europa, in primis attraverso il Recovery Fund, dopo la crisi del coronavirus Covid-19, ma certo sarà l’inizio di una partita decisiva. La partita può avere solo due finali: o l’avvio del percorso verso gli Stati Uniti d’Europa, che passa attraverso l’emissione di titoli di debito comuni, e di un bilancio comune europeo vero, oppure il neanche troppo lento declino dell’Unione. «Se l’UE non può rispondere a COVID-19 andando verso una sorta di unione fiscale, perderà credibilità in molti Stati membri. E se il Nord Europa non accetta gli eurobond durante una crisi così grave ed esistenziale, non lo farà mai; e ciò solleverebbe domande sulla sopravvivenza a lungo termine dell’Euro», afferma Charles Grant, direttore del Center for European Reform.
Parla di crisiesistenziale’ Grant, e di fine dell’Euro, che di fatto vorrebbe dire chiudere la partita dell’Unione come l’avevano intesa i fondatori.

Il quel che dovrebbe succedere oggi in Consiglio è già chiaramente delineato. 4 i punti all’ordine del giorno, dalle due ‘roadmap’ per la fine graduale delle restrizioni sociali per contenere l’epidemia e per la ripresa dalla crisi, al pacchetto concordato il 9 aprile dall’Eurogruppo per 540 miliardi di euro, ‘con le tre reti di sicurezza per il debito sovrano, attraverso la linea speciale di credito del Mes per i sistemi sanitari nazionali, per le imprese private, attraverso il sostegno da parte della Banca europea per gli investimenti, Bei, e per la tutela dell’occupazione, attraverso il meccanismo ‘Sure’), ma il cuore del dibattito sarà proprio il Fondo europeo di ripresa.

Nella lettera d’invito inviata ai Capi di Stato e di Governo, Charles Michel, Presidente del Consiglio europeo, afferma che l’obiettivo dei lavori dovrebbe essere che «ci impegniamo a lavorare per creare questo fondo il più presto possibile. Dovrebbe essere di dimensioni sufficienti, indirizzato verso i settori e le parti geografiche dell’Europa più colpite, ed essere dedicato a far fronte a questa crisi senza precedenti». Per tanto, «incaricare la Commissione di analizzare in modo preciso i bisogni e di presentare una proposta commisurata alla sfida che stiamo affrontando. La proposta della Commissione dovrebbe chiarire il legame con il Quadro finanziario pluriennale», ovvero il bilancio comunitario 2021-2027, «che sarà in ogni caso al centro del contributo dell’Ue alla ripresa e dovrà essere adeguato per far fronte all’attuale crisi e alle sue conseguenze».

La Presidente della Commissione Ursula von der Leyen sarà invitata a illustrare le ipotesi di base della proposta del Fondo a cui sta lavorando l’Esecutivo comunitario: su come pensa di strutturarlo, su come finanziarlo con ‘strumenti innovativi’ e su che ‘potenza di fuoco’ dargli. La Commissione potrà così sondare i capi di Stato e di Governo, prima di mettere sul tavolo la proposta formale.

La creazione del Fondo è strettamente legata al negoziato sulla nuova proposta di bilancio pluriennale comunitario 2021-2027, rivista e corretta, che la Commissione presenterà il 29 aprile. Da qui il rinvio per un altra videoconferenza dei leader, forse più risolutiva, probabilmente all’inizio di maggio.

L’idea di base dell’Esecutivo comunitario è quella di finanziare il Fondo per la ripresa (che avrebbe una durata massima di due-tre anni) con obbligazioni di lungo termine (almeno 25-30 anni) emesse dalla Commissione sui mercati con rating tripla A e quindi tassi d’interesse bassissimi, sulla base di garanzie che verrebbero fornite dal bilancio Ue.
L’ipotesi sarebbe quella di aumentare il tetto degli impegni del bilancio fino al 2% (rispetto all’attuale 1,2%) del Pil comunitario complessivo, lasciando il tetto di spesa al livello delle ultime proposte, poco più dell’1% del Pil (tetto sul quale non c’era stato accordo fra i Ventisette).
La differenza fra tetto d’impegni e spesa reale sarebbe così pari a poco meno dello 0,90% del Pil comunitario. Gran parte degli impegni che eccedono le spese di tutti e sette gli anni del bilancio pluriennale potrebbero essere concentrati nei primi due anni, in modo da avere somme molto più importanti a disposizione per le garanzie.
Il Fondo, che si attende valga almeno 1.000-1.500 miliardi di euro, presterebbe poi agli Stati membri il denaro raccolto con le euro obbligazioni, per finanziare gli investimenti per la ripresa. Ad essere mutualizzate sarebbero solo l’emissione e le garanzie, la spesa e il debito resterebbero nazionali. Un primo passo, ma non decisivo verso l’unione fiscale, ovvero verso gli Stati Uniti d’Europa.

In tutto ciò restano da definire nella negoziazione tra Stati alcuni elementi non da poco.
In primo luogo, la possibilità di mettere a disposizione subito le garanzie necessarie -senza aspettare che entri in vigore il nuovo bilancio pluriennale- per far partire già da giugno il Fondo per la ripresa. Gli Stati membri anticiperebbero loro le garanzie nei primi mesi (il secondo semestre 2020), ciascuno con una propria quota proporzionale al Pil, poi le garanzie nazionali verranno sostituite dalle garanzie fornite dal bilancio Ue, quando entrerà in vigore, nel 2021. Un percorso, questo, sostenuto particolarmente dall’Italia, e avversato dai soliti Paesi rigoristi del Nord -che hanno già aperto a fatica al principio dell’emissione di obbligazioni europee con garanzie comuni per prestare il denaro agli Stati membri-, ma anche dai Paesi baltici e dalla Repubblica Ceca.
Il secondo dettaglio che resta aperto e oggetto di trattativa, con gli schieramenti pro e contro come per il primo punto, è la quota del Fondo che potrebbe essere stanziata non per prestiti, ma per trasferimenti a fondo perduto agli Stati membri più colpiti dalla crisi.

Il percorso per arrivare ad oggi è stato luogo e travagliato, iniziato quando, a emergenza da coronavirus Covid-19 conclamata in Italia e appena iniziata nel resto dell’Unione, Bruxelles comincia rendersi conto che dovrà dimostrare di esistere. Percorso che possiamo ripercorre brevemente così:

Coronavirus: questo è il momento giusto per l’Europa
In Europa c’è chi ci vorrebbe sbranare. Ribaltare il gioco si può
Whatever it takes’? Europa sia! ora o, davvero, mai più
Coronavirus tra burocrazia, surrealismo dell’Io, Europa al passaggio cruciale
Oggi ci si gioca l’Europa
UE alla prova del Coronavirus COVID-19
L’ Europa dei muli dalla cattiva digestione: Eurobond nein! Stupidità ja!
Coronavirus: siamo con le spalle al muro, ma non senza risorse
Merkel è bolsa, e l’Europa al bivio
Terza via di Gentiloni? Nein! Whatever it takes
Noi vogliamo l’Europa casa comune, non la carità pelosa di Ursula
Tra Lombardia arrogante e tedeschi e olandesi testardi, l’Italia in Europa deve giocare duro
Sarebbe opportuno, e non è opportunismo, ricordare agli ‘amici’ dell’Europa
Europa: bad company per i debiti passati, e poi via al debito unico europeo
Europa: ognuno per sé sul passato, tutti per uno per il futuro post – coronavirus
L’Europa del ‘Piano Ursula’ per uscire dal coronavirus
Post – Coronavirus: largo a Mes e Ursulabond
Europa post – coronavirus: Federazione, uno Stato per tutti, o morte


Da alcuni giorni si parla di proposte avanzate da Spagna e Francia. Secondo le informazioni che arrivano da Bruxelles non saranno oggetto di vero dibattito. La proposta spagnola è considerata dagli osservatori di casa nei corridoi di Bruxelles come ‘originale e articolata, quanto irrealistica’. La proposta prevede che il Fondo per la ripresa, quantificato in 1.500 miliardi di euro e gestito attraverso il bilancio Ue, sia finanziato conobbligazioni perpetue’, ovvero senza data di scadenza (chi le acquista riceve solo gli interessi e non viene mai rimborsato del capitale). In più, tutti i finanziamenti del nuovo Fondo ai Paesi più colpiti dalla crisi dovrà avveniresulla base di sovvenzioni’, ovvero con trasferimenti a fondo perduto, e non prestiti. E che anche gli interessi per le obbligazioni emesse dovrebbero essere pagati direttamente dal bilancio Ue, che dovrebbe a sua volta essere rafforzato facendo ricorso a nuoverisorse proprie’ (basate su imposte comunitarie come ad esempio una Carbon tax alle frontiere o una tassa sul mercato unico).

E’ilcosa dovrebbe fare l’Ue -salvo qualche eccesso utopico facilmente raddrizzabile- per evitare che questa crisi senza precedenti generi nuove e più gravi disparità fra le economie degli Stati membri, ma soprattutto per incamminare i Ventisette per davvero verso un bilancio europeo vero e possente, gestito dalla Commissione, mediante il quale la stessa, attraverso un vero e proprio Ministro dell’Economia europeo, investa in tutta Europa. Insomma: la Federazione, gli Stati Uniti d’Europa, uno Stato per tutti.

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