sabato, Aprile 17

Europa, Obama blinda l’Est

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 Obama G7


Barack Obama
atterra a Varsavia per il suo tour europeo pieno di dollari per l’Est e richiama gli alleati del Vecchio Continente agli sforzi di mutuo soccorso. «Il nostro impegno per la sicurezza nell’Europa centrale e orientale è una pietra angolare della nostra sicurezza ed è sacrosanto», ha dichiarato il Presidente americano in Polonia. Se il Congresso dirà di sì, gli Usa sono pronti a investire «fino a 1 miliardo di dollari per nuove forze di terra, mare ed aria nell’Est Europa».
Ma anche i Governi europei devono aumentare la «spesa militare: Questo declino continuo deve cambiare».
Il piano della Casa Bianca punta a rafforzare le difese anche dei Paesi non ancora membri della Nato, come Ucraina, Georgia e Moldavia. Uno spiegamento di forze benedetto dal quartier generale dell’Alleanza atlantica a Bruxelles: «Apprezzo davvero la decisione Usa di prendere misure che rassicurano», ha commentato il Segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen.
Da Varsavia, il viaggio di Obama proseguirà per il G7 del 4 e del 5 giugno a Bruxelles. Il 6 giugno sarà poi in Normandia, per il 70esimo anniversario dello sbarco del D-Day. Negli incontri con i leader non si potrà fare a meno di affrontare la questione ucraina e, all’indomani delle elezioni, delle turbolenze politiche nell’Unione Europea (UE).

In Francia, alla celebrazioni per la Liberazione dal nazi-fascismo assisterà anche il Presidente russo Vladimir Putin, che ha in agenda un faccia a faccia con la cancelliera tedesca Angela Merkel.
Nell’Est dell’Ucraina, a Sloviansk, si combatte ancora duramente, e Rasmussen ha confermato i «segnali di inizio del ritiro delle truppe russe al confine, per quanto la permanenza di decine di migliaia di soldati lungo la frontiera sia ingiustificata».
Kiev ha dichiarato «in fase offensiva attiva», l’operazione antiterrorismo in corso. I separatisti filorussi hanno denunciato «due raid aerei» ucraini contro il villaggio di Semenivka, vicino Sloviansk. «Almeno un civile» sarebbe morto sotto le bombe, mentre sarebbero 13 le vittime degli scontri di ieri e altri combattenti sono stati colpiti in giornata.
Il Governo ucraino ha diffuso un bilancio di 181 uccisi, tra i quali 59 soldati, e 293 feriti dall’inizio delle operazioni militari nell’Est, dove è scattato l’esodo verso la Russia: circa 4 mila ucraini, per le autorità di Mosca, hanno chiesto l’asilo temporaneo o lo status di rifugiati.

Nella Siria in guerra, il 3 giugno si è votato per le Presidenziali che manterranno il Paese in mano a Bashar al Assad.
Solo nelle zone controllate dal regime è stato possibile scegliere tra l’erede degli Assad, un suo ministro e un esponente della sinistra all’opposizione, votato a raccogliere meno del 10%. Secondo il Ministero dell’Interno di Damasco, «15 milioni di elettori sono chiamati alle elezioni» che Ue e Usa hanno definito «parodia della democrazia».
Chi vive sfollato o nei territori in mano ai ribelli non ha potuto esprimersi. Oltre 2 milioni e mezzo di siriani, inoltre, sono rifugiati all’estero e solo in Libano e Giordania (non in Turchia e nell’Ue), hanno potuto registrarsi alle Ambasciate e votare.
La stragrande maggioranza degli intervistati ai seggi ha detto di essere in fila per Assad, riconfermato in carica a sette anni. Per il capo del regime le Presidenziali sono state una grande occasione di propaganda: il Presidente in guerra contro i «terroristi» si è fatto riprendere alle urne, nel centro di Damasco, con la moglie Asma. «Il popolo siriano può risolvere da solo la crisi interna», ha dichiarato il Ministro degli Esteri iraniano Mohammed Javad Zarif in appoggio all’alleata Assad.

Nei giorni in cui il mondo commemora le vittime di piazza Tiananmen, a 25 anni dal massacro e che in Cina costò centinaia e forse migliaia di morti (le stime variano dalle 186 2500 vittime), al Cairo, in Egitto, andava in scena un’altra dittatura.
In serata, dopo l’annuncio dei risultati definitivi, a piazza Tahrir i militari hanno organizzato la grande festa per le Presidenziali stravinte (97%), il 28 maggio, dall’ex generale Abdel Fattah al Sisi, autore del golpe contro il deposto capo di Stato Mohamed Morsi. Per la kermesse sono state disposte le massime misure di sicurezza, con gli agenti delle «operazioni speciali in stato d’allerta» e «misure rigide, ulteriormente rafforzate».
L’Egitto dei generali post Mubarak è un tassello centrale per la stabilità di Israele in Medio Oriente che accusa il colpo dell’appoggio americano, in Palestina, al Governo di Grande coalizione tra Fatah e Hamas. «Sono profondamente turbato dall’annuncio degli Usa di lavorare con il nuovo esecutivo palestinese» ha dichiarato il Primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu, «tutti quelli che cercano genuinamente la pace devono rigettare l’abbraccio di Abu Mazen con Hamas».
Dopo l’uccisione, nella notte, di un altro palestinese vicino a un posto di blocco israeliano, il Segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon ha invece dato il benvenuto al nuovo Governo di unità nazionale in Palestina, «sulla base delle assicurazioni fatte pubblicamente e a Palazzo di Vetro».

In Libia, dopo le dimissioni imposte al Premier ad interim Abdallah al Thani a suon di attentati e assalti, il suo successore designato, l’uomo d’affari filo-islamico Ahmed Miitig, è entrato in carica manu militari, impossessandosi della sede del Governo in tarda sera, con un blitz dei suoi uomini armati.
Nominato da un Parlamento ostaggio della guerra tra islamisti e laici riciclati del regime, Miitig era stato infatti bloccato nell’insediamento, dopo che la sua votazione era stata dichiarata non valida per un errore nel conteggio dei voti.
Oltre il Mediterraneo, l’Europa è minacciata ma lontana dal far west libico. Turbolenze tuttavia non mancano in Spagna, dove imperversa ancora il tam tam per l’abdicazione del Re Juan Carlos, 76enne in favore del figlio, il Principe Filippo.
Le Cortes (il Parlamento spagnolo) termineranno il 18 giugno l’iter per l’approvazione della legge di successione (un inedito), dopodiché potrà essere fissata la data per l’incoronazione a sovrano regnante di Filippo VI. Ma bisognerà vedere se il popolo sarà d’accordo: da Madrid, a Barcellona, a Valencia e in decine di città, nella penisola iberica decine di migliaia di repubblicani manifestano per un referendum sull’abolizione della monarchia.

 Anche nella Francia che, come gli Usa, ha dato la sua disponibilità a collaborare con il Governo Hamas-Fatah, grandi riforme istituzionali sono in cantiere.
Sui media, il Presidente Francois Hollande ha annunciato un piano per la modifica completa dell’organizzazione del territorio, con la riduzione delle regioni da 14 a 22 e la soppressione dei Consigli regionali, attraverso modifiche costituzionali, nel 2020.
Ripercussioni sull’Europa in timida ripresa hanno anche le brutte notizie sull’occupazione da Roma: mentre in Spagna a maggio la disoccupazione è scesa del 2,39% rispetto ad aprile, nell’Italia che deve rispettare le raccomandazioni di Bruxelles nel primo trimestre del 2014 l’Istat ha registrato un tasso di senza lavoro al 13,6%: + 0,8% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno e al massimo storico dal 1977. Stesso triste record per la disoccupazione giovanile al 46%.

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