sabato, Settembre 25

Europa non è Pace. Ebbene No.

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É un pomeriggio di primavera in Grecia. Savas Metoikidis, un insegnante greco di oltre quarant’anni, fa visita alla sua famiglia. Ma Savas non farà più ritorno nella sua Atene. Suo padre lo troverà impiccato. Con lui, solo un’ultima lettera indirizzata a un amico, anche lui membro del sindacato. In quella lettera, Savas spiegava che quel suo gesto aveva un senso[1]. Era stato il suo urlo di protesta contro la crisi che attanagliava il Paese, e che ancora oggi continua a causare sofferenza.

Il suicidio di Savas Metoikidis nel 2012 non è stato un fatto eccezionale. Nell’Agosto dello stesso anno, infatti, ‘Der Spiegel’ – nella versione internazionale – ha pubblicato un articolo intitolato ‘Tempi Difficili: Ondata di Suicidi Scuote la Grecia’. Un articolo, quello di Der Spiegel, che raccontava storie di gente disperata che aveva deciso di farla finita in una terra dove la democrazia aveva appena visto la luce, la stessa terra di Platone, Socrate, Eraclito, una terra a cui l’Europa deve molto dell’ispirazione e dell’ottimismo associati all’idea di progresso. Una terra diventata ‘patria’ di disordini e sofferenze da quando il governo ha adottato una politica di austerità imposta dalla Troika, vale a dire l’unione tra Unione Europea, Banca Centrale Europea e FMI. In questo articolo, le autrici Barbara Hardinghaus e Julia Amalia Heyer rivolgono proprio a quella gente domande a cascata: “Si tratta di racconti che arrivano dalla Grecia, racconti che, a una prima occhiata, sembrano lontani un miglio dal fattore economico. Messi insieme formano una statistica poco allettante, dando adito a domande sulla causa di quei suicidi e sul perchè quel numero sia così alto, visto che non si tratta solo di una coincidenza… O forse la gente vede il suicidio come la sola via d’uscita da una crisi che si è impossessata del Paese oltre che delle vite umane? Un modo di tirarsi indietro prima che si degeneri?

Nel 2013, la Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (FICR) ha pubblicato un articolo intitolato ‘Pensa Diversamente, gli Impatti umanitari della crisi economica in Europa’. É in queste righe, probabilmente, che si trovano le risposte alle domande delle autrici di Der Spiegel. Riguardo i suicidi in Grecia, recita: «Secondo il Ministro della Salute, il tasso di suicidi in Grecia è aumentato tra Gennaio e Maggio 2011, il 40% in più rispetto al 2010, un record». Questa cifra così alta, che coincide con la crisi della Grecia e con le misure dell’austerity imposte al Paese, rappresenta ed enfatizza la struggente realtà che Barbara Hardinghaus e Julia Amalia Heyer hanno descritto nel loro articolo, vale a dire: «La Grecia è sempre stata tra i Paesi europei con il più basso tasso di suicidi, ma la crisi economica è stata determinante in questo scenario».

L’inchiesta condotta dall’ IFRC punta l’attenzione anche sul fatto che pur essendo ormai il caso della Grecia tragico sì, ma anche cristallino, sono anche altri i Paesi che stanno vivendo lo stesso tormento: «Molti Paesi europei sono stati afflitti da un numero crescente di tentati suicidi dal 2008, dopo una lunga pausa». E una delle ragioni è che: «I tagli operati nel settore della salute in tempi di crisi, potrebbero costare cari sul lungo periodo». Certo che per molti questa non è una gran sorpresa. Ma sembra che Bruxelles e Berlino stiano ancora cercando di capire la correlazione tra questi fattori, mentre spingono sull’austerity in diversi Paesi, Grecia inclusa.

La Grecia è riuscita recentemente a compiere un miracolo che i politologi pro-austerity hanno ben accolto… É riuscita a far quadrare il bilancio. Ma a che costo? Per riuscirci, il Paese ha dovuto rigorosamente applicare i tagli richiesti dalla Troika. E la sanità è tra i settori che ne hanno risentito più di tutti, con gravi conseguenze sulla popolazione greca e sulle vite umane.

In Grecia, l’austerity ha traumatizzato il Paese. Gli effetti sull’Europa, derivanti dalla magnitudine della crisi greca, sono stati diversi, tra cui:

  1. Una scossa: gli Europei hanno iniziato a pensare che l’Europa non fosse più salvaguardata da simili tragedie. Ciò ha generato una gran paura per il domani. Questa paura è cresciuta sempre più con l’aumentare di storie che portavano alla luce il legame tra austerity e sofferenza umana, e con la caduta di nuovi Paesi nell’abisso, come Spagna e Portogallo. Gli Europei appartenenti ai ceti medi che confidano nella sanità, nell’istruzione e in altri settori fondamentali che si prendano cura delle proprie famiglie si sono visti spodestare la fiducia riposta nei modelli sociali ed economici, oggetti di una metamorfosi al ribasso non indifferente, con l’austerity in prima linea come fattore scatenante.
  2. La presa di coscienza che in Europa vigeva un nuovo regime, in cui gli Stati non erano più sovrani: i governi greci non hanno saputo scendere in campo, nè resistere alla Troika e Berlino, Bruxelles e il FMI hanno imposto le loro ragioni alla Grecia, nonostante la volontà del Pease.

In un simile clima, i vecchi timori si sono riaccesi nel vecchio continente, in particolare nei Paesi che hanno sofferto una crisi economica o che ci sono andati vicino.

L’inchiesta della IFRC lancia l’allerta povertà ed esclusione sociale: «Nel 2011, un quarto della popolazione EU ha corso il rischio, conseguenza dell’aumento di 6 milioni dal 2009, per un totale di 120 milioni. Se gli altri continenti riescono a ridurre il tasso di povertà, l’Europa lo accresce». Queste cifre non derivano dai dati IFRC, bensì dall’agenzia dell’Unione Europea Eurostat, secondo un’indagine condotta sul numero di persone a rischio povertà ed esclusione sociale. Sempre secondo la stessa indagine, questo tasso non riguarda solo l’Europa del Sud, ma anche altri Paesi come Francia e Svezia. La crisi sociale ed economica che ha scosso l’Europa dovrebbe chiamare i governi d’Europa a fare passi in avanti per sostenere i cittadini in tempi così duri. Ma dopo i richiami ininterrotti in tema di disciplina fiscale e della nuova dottrina messa in atto da Berlino, Bruxelles, e dalle famigerate agenzie di affidabilità creditizia, ci si aspettava che i governi europei agissero in senso contrario:

  • Taglio delle spese
  • Aumento delle tasse
  • Mitigazione delle leggi sull’economia
  • Attenuazione sulla protezione della classe operaia

La Cancelliera tedesca Angela Merkel è stata la più fervente sostenitrice del Patto di Crescita e Stabilità, che pone dei tetti al deficit fiscale al 3% del PIL e del debito pubblico al 60% del PIL. A prescindere da come si presenta la situazione in Europa, la Cancelliera Merkel ha continuamente spinto i Paesi al rispetto di tali misure. Di recente, in un contesto economico difficoltoso in cui ci si aspettava che la Francia e l’Italia gestissero i deficit monetari che avrebbero sorpassato i limiti dettati dal Patto di Stabilità, la Cancelliera ha detto: “Tutti gli Stati membri devono agire nel pieno rispetto delle leggi consolidate del Patto di Crescita e Stabilità. Tali leggi devono essere applicate e rispettate in modo credibile”. Ha poi aggiunto: “Credo che noi, in Germania, possiamo provare che crescita e investimenti possano essere perseguiti senza abbandonare il patto di unione”.

L’agenda per l’Europa della Germania è fondata su due principi: l’austerity e la creazione di un ambiente estremamente liberale – nel senso europeo del termine – che possa beneficiare delle leggi economiche, ma al tempo stesso allentare le leggi sul lavoro e sull’economia, e che possano farlo alla grande.

Questo programma scatena due questioni, sostenute con impeto da Bruxelles:

  • L’austerity ha un costo umano, oltre alla responsabilità di far diminuire la domanda.
  • Le linee che funzionano con la Germania, non necessariamente riportano lo stesso successo se adottate in altri Paesi.

In un recente articolo intitolato ‘Europe’s Austerity Zombies’ (I morti viventi dell’Austerity in Europa), il Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz ha scritto: «L’austerity non ha funzionato. Ma i sostenitori vorrebbero poter cantare vittoria sulla base della testimonianza più debole esistente: l’economia non è più in crollo, perciò l’austerity deve funzionare! Ma se non c’è un confronto, si potrebbe pensare che saltare giù da un precipizio possa essere il modo migliore per scendere una montagna; dopo tutto, la discesa è stata fermata». Le parole di Stiglitz rappresenta un’immagine che simbolizza l’atteggiamento mentale della Merkel e dei suoi alleati.

Nel mezzo della crisi e conseguentemente alle sfide che essa pone al vecchio continente, si registrano le più svariate reazioni. La paura ha preso il sopravvento sull’ottimismo,lo scetticismo ha prevalso sull’entusiasmo, al punto che gran parte degli europei sentono di essere rimasti soli. In Europa stiamo assistendo alla nascita di una società nuova, individualistica e abituata a badare a se stessa. In circostanze simili non è pensabile che la pace e la coesione sociale siano garantite. L’Europa sta mettendo a dura prova il suo tessuto sociale, rischiando la perdita della sua stessa identità.

La sfera economica non è la solo a preoccupare l’Unione Europea. La crisi ucraina dimostra come l’Unione sia suscettibile di commettere errori dalle conseguenze irrimediabili. L’oggetto del contendere è stato lo schieramento Europa-Ucraina da un lato e russo dall’altro. L’insurrezione di Piazza Maidan, pro-Europa, e lo scontro tra Russia e Occidente, sembrano non aver insegnato nulla all’Unione, che non ha fatto pressione sulla società ucraina costringendola a scegliere tra due condizioni agli antipodi. L’unione non ha smesso di sostenere quelle che considera le forze democratiche ucraine, dimenticando che la parte orientale del Paese è pro-Russia. Non sarebbe stato più saggio tentare un approccio diplomatico alla crisi sin dall’inizio? Non sarebbe stato più logico aprirsi a un dialogo con Russia e Ucraina orientale per tentare il superamento della crisi? Una soluzione inclusiva sarebbe stata percorribile? L’Unione Europea ha scelto di scalare ogni possible confronto tra le parti, parteggiando per l’Ucraina occidentale e lasciando così all’Ucraina orientale lo schieramento con la Russia.

La Guerra civile nel Paese, a oggi, è stata scongiurata. Russia e Unione Europea stanno combattendo una guerra di sanzioni. E l’Ucraina continua a pagarla cara.

Nel 2012, l’anno in cui Savas Metoikidis si è impiccato, nonchè lo stesso anno del famigerato articolo pubblicato su Der Spiegel per mano delle due autrici Barbara Hardinghaus e Julia Amalia Heyer, in un clima di instabilità causata dalla politica di austerity in Europa, l’intera Unione ha ricevuto un premio inverosimile per così dire, il Premio Nobel per la Pace. Il Comitato ha encomiato l’Unione e i suoi precursori per aver “contribuito per oltre sessant’anni alla pace, alla riconciliazione, alla democrazia e ai diritti umani in Europa”.

Nonostante i rischi per la coesione sociale, sentimenti e percezioni negative, e il disordine che caratterizza l’Unione, il Comitato del famigerato Premio ha visto proprio in quella Unione il candidato insigne per il Nobel. Forse tutto questo deriva da una certa definizione di pace, la stessa condivisa con la Norvegia, per cui la pace è l’assenza di guerra. L’attribuzione di quel riconoscimento all’UE nel 2012, non sarebbe altrimenti giustificabile.

Le problematiche attuali dell’Unione affondano le proprie radici in tempi passati, in particolare nel momento della sua nascita. Ma prima di fare un tuffo nel passato, vediamo quali sono i veri problemi di oggi:

  • L’Unione Europea ha fatto propria la sovranità degli Stati membri, privati così di libertà decisionale.
  • L’Unione è molto dogmatica su ciò che rappresenterebbe il modello perfetto dell’economia e si impone su tutti gli Stati membri.
  • Quando si tratta di prendere decisioni difficili sulla realizzazione del modello economico perfetto e il benessere dei cittadini europei, l’EU preferisce optare per il primo.
  • Questo supposto modello è quello che funziona in Germania. Sembra, però, che ci si sia interessati poco a quanto questo stesso regime potesse funzionare anche con altri modelli economici appartenenti all’Europa, prima di arrivare alla germanizzazione.

Jean Monnet, a cui spesso si fa riferimento come il Padre dell’Europa, una volta disse: “Non ci sarà pace in Europa se gli Stati verranno riorganizzati sulla base della sovranità di una nazione… I Paesi sono troppo piccoli per garantire alla gente il giusto sviluppo e la prosperità necessaria. Gli Stati europei devono essi stessi ricostituirsi in una federazione …”. Per dirla in breve, per il Padre d’Europa, il solo modo per portare la pace in Europa è la creazione di una grande federazione, di un grande Paese, uno tra i tanti d’Europa, abbattendo i confini, e l’idea di stato-nazione. Perciò, non esisterebbe Grecia, Francia, Italia, nel senso di stati-nazione responsabili per se stessi, in azione come Stati singoli sulla scena internazionale. Nulla da fare, per mantenere la pace in Europa, tutti questi stati-nazione devono scomparire, con grandi conseguenze per l’identità nazionale, stile di vita, cultura, e, non ultimi, modelli economici e sociali.

La vision di Jean Monnet ha ispirato la Dichiarazione Schumann, che ha posto le basi per l’Unione Europea, attraverso la creazione della ‘Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio’ (CECA), culminata nella fondazione dell’UE, come ben sappiamo oggi. La dichiarazione non aveva certo nascosto quale dovesse essere l’obiettivo finale di una federazione. Sulla possibilità di costruire la Comunità, recita: «Mettendo insieme la produzione e l’istituzione di una nuova Alta Autorità, la cui decisione vincolerà la Francia, la Germania e gli atri Stati membri, questa proposta porterà alla realizzazione della prima vera fondazione di una federazione europea fondamentale per preservare la pace».

Sin dall’inizio, e prima ancora che l’istituzione prendesse quel nome, sono stati chiari gli errori dei padri fondatori dell’Unione Europea:

  • Definirono la pace come l’assenza della Guerra, grave errore. La Pace è molto più che l’assenza della Guerra, è l’armonia in cui vive una società.
  • Hanno cercato di fare la pace abbattendo l’indipendenza dello stato-nazione.
  • Non hanno rispettato la diversità delle nazioni d’Europa. Altrimenti, non avrebbero mai intrapreso la creazione di una federazione piuttosto che cercare alter terre di pace.
  • Hanno creduto che interessi diversi nel contesto europeo – es. mercato comune e sistema monetario europeo – potessero conciliarsi senza grossi problemi e che gli interessi finanziari, in primis, potessero essere la base per la pace.

In breve, l’Unione è stata costruita su grosse falle, che non hanno tenuto conto dell’elemento più importante che avrebbe potuto garantire la pace meglio di ogni altro accordo. Si sono dimenticati degli esseri umani e degli stessi europei.

Quando l’uomo dimentica di essere al centro delle proprie ambizioni, finisce per vivere in un mondo virtuale. Gli esseri umani hanno bisogni e sono dotati di ragione e intelligenza. Hanno bisogno di essere governati da qualcuno che li lasci agire in libertà per poter soddisfare le proprie necessità. Tra i più bisogni principali primeggia un’ identità che affonda le radici nel passato, e che aiuti a gestire il presente per costruire il futuro.

Attualmente, l’Unione si fonda su un concetto e una serie di principi economici, eppure non contempla lungimiranza alcuna per la specie umana, nè alcun progetto di emancipazione e autorealizzazione. In un clima di austerità, di salari bassi, di leggi sul lavoro alla rinfusa e, non ultima, di mancanza di protezione per l’individuo, l’Unione Europea sta generando un mostro: la società di Darwin. In una società del genere, esiste un paradosso: è una società individualista, ma in essa l’individuo non occupa sempre lo stesso posto se non è forte abbastanza e se non sa vivere indipendentemente e superare il clima di competizione. La retorica EU riflette tutto ciò nella sua insistenza sulla competitività finanziaria in un contesto di globalizzazione. Ma tutto questo è spesso sinonimo di distruzione del ‘welfare’ che una volta permetteva agli Europei di viversi appieno al vita, di lavorare, di crescere i propri figli, di stimolare corpo e mente in quello che era un vero clima pacifico.

La premessa numero uno che la Cancelliera Merkel e I suoi alleati di Bruxelles usano per giustificare la loro insistenza verso un modello socio-economico spinto dalla competitività è: se ha funzionato con la Germania, funzionerà con gli altri Stati d’Europa. Ma questa premessa altro non è che un altro buco nella barca europea, perchè la Germania è solo uno dei ventotto Paesi che compongono l‘UE, e ciò che funziona in Germania, non è detto che funzioni in altre nazioni, con altre società. E sono proprio le società a essere il motore per la creazione dei modelli ottimali. Un modello socio-economico ha un impatto forte su tutti gli aspetti della vita di una società, e bisogna che sia creato in armonia e in considerazione di tutti gli aspetti funzionali. Soprattutto, unità non è uniformità. Finirà che il percorso di uniformità che Berlino e Bruxelles stanno forzando su molti Paesi europei farà affondare la barca europea. E torneremo al punto di partenza, pronto a ripensare a un modo per costruire la tanto ambita Pace.

[1] La storia del suicidio di Savas Metoikidis è brillantemente raccontata da Panagiotis Grigoriou nel libro La Grèce fantôme, pubblicato da Fayard.

 

Traduzione a cura di Silvia Velardi

 

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