domenica, Ottobre 24

Europa, Je t’aime, moi non plus field_506ffb1d3dbe2

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Bruxelles- I cittadini europei sono sempre più distanti dalle politiche dell’Unione. Tanti sono i fattori che rendono questo possibile tutto ciò: una perenne incapacità di comunicazione da parte delle istituzioni, la crisi economica e sociale che ha inasprito gli animi, il crescente successo dei partiti anti europeisti.

Quanto sono distanti i cittadini europei dal progetto comunitario? Quanto hanno pesato questi anni di crisi economica, austerity e interpretazione dei parametri di Maastricht sul comportamento dei cittadini verso le istituzioni politiche? E’ stato già accennato alla distanza che intercorre tra cittadini e istituzioni europee soprattutto in un’ottica di colpe da parte della classe politica e delle istituzioni di non farsi comprendere. Certo, è che le istituzioni in questi anni hanno reso molto complesso il quadro politico e di intendimento con i cittadini ma quanto gli europei si sono allontanati perché disaffezionati al progetto unitario? Forse non c’è più l’euforia degli anni novanta, di Amsterdam e Maastricht e della promessa di un’unione economica con l’euro, forse la crisi e l’invecchiamento di questi Trattati hanno pesato molto sulla visione di un’Europa sempre più distante dai bisogni dei cittadini

La crisi economica ha spinto la nascita e la diffusione di movimenti di chiusura al progetto europeo che hanno fatto leva sui problemi sempre più evidenti della crescita della disoccupazione, l’allargamento della forbice tra povertà e ricchezza, quindi un’ineguale distribuzione delle risorse e paesi che non riuscivano più a essere nei parametri di Maastricht e a rispettare gli impegni della moneta unica ha fatto precipitare le cose. E l’atteggiamento della Commissione europea non ha aiutato. Infatti, inaugurando una severa politica di austerità, l’Unione Europea ha riscoperto nazionalismi sopiti ma anche l’incapacità di gestire la crisi affrancandosi dagli schemi classici di riduzione del debito e dal potere di alcuni stati di essere decisivi (anche per tener buono l’elettorato nazionale) per le sorti di altri paesi. Così sono nati i Paesi PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Spagna e Grecia) e la Grecia è diventato l’emblema della politica di ‘lacrime e sangue’ che ad oggi ha completamente distrutto lo stato sociale del paese ellenico e ha affossato la credibilità delle istituzioni europee di poter tenere in vita una moneta unica che era nata sotto la spinta dell’ottimismo degli anni novanta. Non è stata solo la crisi ma anche la mancanza di atti concreti e una sbagliata comunicazione che non arriva ai 28 Paesi membri.

Come già detto nell’articolo sulle elezioni del parlamento europeo, l’Unione non si rende conto  che spesso la sua comunicazione resta a Bruxelles e non arriva al resto dei Paesi. La capitale belga è percepita lontana e la burocrazia europea non sempre viene compresa. Ad esempio, molti in Italia non capiscono come il Parlamento vota e in che modo le istituzioni approvano leggi che entrano nel proprio ordinamento. Ma ciò non accade solo in Italia: la burocrazia europea è davvero molto complicata e dettagliata che diviene difficile anche per chi opera nelle comunicazioni far arrivare un messaggio più semplice e diretto. Scarsa comunicazione e mancanza di atti concreti. Questi atti concreti riguardano le politiche sociali. Ad esempio, le politiche che riguardano il mercato del lavoro.

L’Europa non è ancora riuscita a riformare un mercato che produce, grazie ad una giungla fatta di contratti di ogni tipo, più disoccupati che lavoratori. Non è riuscita a snellire la burocrazia. Un residente di un Paese UE quando si trasferisce in un altro Paese per un po’ di tempo deve letteralmente girare molti uffici per mettersi in regola perché ogni paese ha le sue regole per il domicilio, il sistema sanitario, il pagamento delle imposte. Non è riuscita a strappare e uniformare molte politiche importanti che oggi sono concorrenziali tra l’Unione Europea e gli stati. La già citata sanità: circa 28 sistemi diversi e una giungla di rimborsi e l’inutilità (in molti casi) dell’assicurazione sanitaria europea. In sostanza, ciò che ha fatto allontanare un continente sempre più in movimento (i cittadini europei ormai si spostano per i più diversi motivi) dai propri abitanti è l’incapacità di uniformare le regole della vita civile.

Infine, l’Europa è vista come una matrigna. Il sogno del progetto europeo si è spento con le difficoltà pratiche che questo comporta. Sia i governi nazionali che i cittadini hanno creduto sempre meno in un progetto di unità ma allo stesso tempo hanno continuato a usufruire delle libertà e delle conquiste che questa Europa ha ottenuto. Un atteggiamento contradittorio se si pensa che senza quelle libertà, l’unione non sarebbe stata quella di adesso e non avrebbe avanzato nella proposta di creazione del mercato unico. E’ questo che spaventa le istituzioni. Non sono più viste come la casa degli europei ma come un ostacolo. E’ anche per questo che il prossimo anno è atteso con apprensione dai rappresentanti qui a Bruxelles che hanno paura che le spinte antieuropeiste possano vincere e formare un nuovo Parlamento con una maggioranza interessata al bene nazionale e non a quello europeo.

I cittadini dovranno scegliere il futuro dell’Europa e per la prima volta, dopo anni di assopimento e disinteresse nel comunicare bene le proprie scelte, le istituzioni si rendono conto che saranno gli europei, vessati dalla crisi e impigriti da un’unione che sembra sempre più distante che dovranno decidere in quale direzione portare l’integrazione europea o iniziarla a smantellare. Ma un altrettanta maggioranza di cittadini convinti che l’unica salvezza dell’unione è restare insieme è pronta a dare battaglia. E’ difficile essere europeisti in questo periodo, perché è una scelta che paga solo nel lungo termine, ma chi non lo è adesso gode solo di vantaggi a breve termine: più politiche di stampo nazionali, uscire dalla crisi con i propri mezzi, disinteressarsi di quello che succede nel resto d’Europa. Però nel lungo termine un atteggiamento così chiuso e guidato solo dagli umori dell’elettorato porta a delle conseguenze importanti. Gli Stati membri sono così interconnessi che la chiusura o la scelta nazionale di uno ha delle conseguenze economiche e sociali che hanno le stesse ripercussioni delle tessere del domino quando iniziano a cascare: non si salva nessuno, perché nessun Paese membro può permettersi di vivere lontano dal sistema dell’unione che ha deciso di accettare quando ha chiesto di farne parte.

E’ molto importante che i cittadini, che vedono ormai nella politica europea una fonte di severità crescente sotto forma di regolamenti, direttive o osservazioni della condotta economica, si ricordino che il loro atteggiamento aiuta i governi a spingere verso politiche sempre più distanti dall’integrazione e distrugge lo stesso progetto comunitario faticosamente costruito e tenuto in piedi da più di sessant’anni. Che senso avrebbe una maggioranza euroscettica qui a Bruxelles? A cosa servirebbe legiferare in un’ottica nazionale nelle istituzioni che rappresentano l’Unione? Ecco perché il 2014 segna un passo fondamentale per capire dove gli europei vogliono andare.

 

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