venerdì, dicembre 14

Europa: europei e anti-europei, adulti e adulterini Trattare non significa piatire benefici e strappi alle regole per soddisfare le nostre inadempienze e accontentare i nostri imbrogli e imbroglioni, dai quali tutti traggono voti

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Europa. Una volta di più i sedicenti antieuropei, sono i più europei di tutti e magari si ‘scoprono’ in accordo con gli europeisti spinti.

Mi spiego meglio. In Europa, o meglio rispetto all’Europa, vi sono due tendenze differenti. Quella che protesta per i ‘lacci e lacciuolidellaburocraziaeuropea non nei termini volgari e immaturi (oltre che ignoranti) di 5S e Lega, ma perché e nella misura in cui l’Europa, troppo legata (apparentemente) alle regole di bilancio, non aiuta i Paesi come l’Italia a superare la crisi e l’Europa in genere acrescere’. Da ciò la frase ricorrente dei vari italioti anti Europa «per dieci anni l’Italia ha fatto politiche di austerità volute dall’Europa e non si è ottenuto nulla, ora cambiamo politica»; sorvolo sul fatto che spesso la frase è seguita da un terribile «e così vediamo che succede» o, peggio «scommettiamo su un meccanismo diverso». Sulla pelle di 60 milioni di italiani non si scommette, e meno che mai si prova e poi vediamo che succede. Ma questa è una osservazione tutta rivolta alla nostra politichetta interna, a quella che fa dire a taluni «il fatto che tu hai studiato più di me non vuol dire che ne sai più di me!».
Un’altra parte di analisti e politici, fa dell’equilibrio di bilancio e delle conseguenti esigenze di cosiddetta austerità, un elemento fondante, ma non esclusivo, dell’Europa, secondo la logica per la quale, per metterla in modo molto elementare, se non si hanno i conti in ordine non si possono spendere soldi in cose diverse dall’aggiustare i conti o dall’aumentare il PIL. Non occorre essere un grande economista per sapere che se ho un debito superiore a quanto guadagno, per poterlo pagare o riduco le spese o aumento il mio guadagno: tertium non datur!

È un fatto abbastanza certo e chiaro, quello per il quale, in Europa intesa come istituzione, hanno negli ultimi anni prevalso gli orientamenti rigoristi o addirittura ragionieristici, per così dire, sugli altri. A dire il vero, anche qui con qualche necessaria precisazione: le istituzioni europee, sia pure dopo lunghi e faticosi tira e molla, in questo ultimo decennio non hanno mai mancato di concederelarghi margini di flessibilità all’Italia e non solo. Sia chiaro ‘concedere’ è un termine improprio, dato che l’Italia è parte integrante dell’Europa, ne è una dei ‘proprietari’ per così dire e quindi ciò che ha non è concesso. Viene infatti concesso, nel seno che le regole prevedono e permettono margini di flessibilità da negoziare, non automatici, insomma. Ma ciò che viene ‘dato’ è diritto avere, purché negoziato.
Però, per negoziare, si deve mettere su uno dei piatti della bilancia qualcosa che equilibri le concessioni che vengono fatte: fai più deficit in cambio di una riduzione del debito, ad esempio, o in cambio di riordino del fisco, ecc., oppure (che sarebbe la cosa più logica) in cambio di una crescita economica, cioè un aumento del PIL, che abbassa immediatamente, e strutturalmente, il rapporto tra debito e PIL.

Il nostro ceto politico ha (da sempre diciamoci la verità) cercato di accreditare l’idea che i sacrifici’ (invero minimi) richiesti fosserovolutidall’Europa, da una Europa dipinta sempre più come ‘cattiva’, ‘ostile’, ‘antiitaliana’; Matteo Renzi in questo è stato il top, se la batte con Matteo Salvini. Ma perché mai dovrebbe esserlo? per dispetto, per razzismo, per gioco? Certamente ciascuno cerca di perseguire i propri interessi, e ovviamente lo fa o cerca di farlo a spese degli altri. Ma ciò è normale; il punto è se si ha la forza e la capacità di reagire: questo è il punto centrale.
Non è vero, come dice Salvini (i cui amici sono esattamente il frutto di questa politica scema), che «si va in Europa con il cappello in mano»; è vero, invece, che ci si vanno a piatire benefici e strappi alle regole, per soddisfare le nostre inadempienze e accontentare i nostri imbrogli e imbroglioni: gli aiuti di Stato illeciti, i finanziamenti sotto banco, le quote latte non rispettate, le pesche vendute di nascosto, l’inefficienza dei nostri porti e dei nostri trasporti, ma poi innanzitutto e che grida vendetta (ma non per Salvini e Di Maio, che riempiono le loro leggiacce di condoni e violenze) l’evasione fiscale mostruosa di oltre 120.000.000.000 di euro l’anno! Di questo, questi politicanti da strapoazzo (attuali e passati, sia chiaro) non parlano mai, perché tutti, ripeto tutti da Di Maio a Salvini a Renzi a Gentiloni, ecc., tutti da lì traggono i voti.
Quando Pier Luigi Bersani (non certo meglio di altri, ma almeno … ) tentò con lelenzuolate’, fu fermato dalla protesta popolare … ve lo ricordate che successe con i tassisti? E allora, la colpa è dell’Europa? Che aspettiamo a diventare adulti, invece (permettetemi la battuta scema) di restare adulteri?

L’UE è una organizzazione internazionale composta di Stati sovrani, che sono rimasti tali, il che è un errore, perché un obiettivo serio sarebbe stato quello di realizzare subito una confederazione, mai realizzata per le (ovvie) gelosie sovraniste dei vari Stati: Francia e Germania in testa, che erano proprio quelli che avevano avuto l’idea … a parole.
Il risultato è stato quella che appare come una sottrazione di sovranità, ma che in realtà è solo l’affidamento all’Unione di una serie di funzioni di interesse comune, spesso non interamente gestibili dall’Unione a causa del fatto che gli Stati mantengono funzioni e poteri concorrenti, ma che, al tempo stesso, danno agli Stati (e quindi ai cittadini) la possibilità di decidere anche su cose non relative al territorio del singolo Stato. Su ciò puntano i cosiddetti sovranisti dei vari Paesi, che ritengono, scioccamente, che i singoli Paesi, da soli, potrebbero fare meglio, magari avvalendosi della mancanza di dazi all’interno dell’Europa per fare circolare le merci.
All’inizio della sua vita, dopo l’esperienza breve della CECA (Comunità europea del carbone e dell’acciaio), l’Europa è stata appunto così, e non funzionava affatto bene, specie sul versante economico e monetario, dove gli Stati si facevano la guerra a colpi di svalutazioni competitive, ma anche di mancanza di coordinamento, per cui, ad esempio era considerato normale che il parmigiano potesse essere fabbricato in Olanda e chiamato parmigiano. Ottenere che ciò non accada, richiede un prezzo che, per restare all’esempio banale (ma non poi tanto) consiste nel non potere produrre birra tedesca in Italia.

L’impianto, o meglio l’idea iniziale dei fondatori dell’Europa era diversa e consisteva nelmettere in comunele risorse e gestirle tutti insieme; ma poi, progressivamente, questo disegno non ha avuto più seguito pieno, perché si sono allargati al massimo i campi di azione della Unione, fino ad arrivare al mercato unico e quindi alla moneta unica.
Un passo logico e ‘naturale’. Che senso potrebbe mai avere che il Piemonte e la Sicilia avessero monete diverse e non facessero parte di uno stesso mercato? Il punto è che per fare funzionare un mercato unico tra Piemonte e Sicilia, occorre anche un Governo unico dell’economia e del fisco. Ed è esattamente ciò che non è stato fatto, colpevolmente, ma anche a causa dell’insorgere dei sovranismi -che sono una vera e propria idea oscurantista di ritorno ad un passato mitico, che non solo non è possibile, ma che non è mai esistito! La FIAT la abbiamo ‘persa’ perché si è limitata per anni a produrre auto per l’Italia in regime di monopolio e solo poche all’estero a colpi di svalutazioni continue della lira, fino ad arrivare sull’orlo del fallimento.

In un sistema più e meglio coordinato, le due esigenze indicate sopra –bilanci rigorosi e investimenti produttivisarebbero perfettamente conciliabili. Le forze più avanzate e moderne in Europa a questo puntano, ma l’oscurantismo becero dei vari sovranismi e populismi ignoranti e felici della propria ignoranza, puntano esattamente nella direzione contraria. Mentre a livello europeo, purtroppo, il mito (tutto germanico) del rigore del bilancio e dell’inflazione bassa ha finito per diventare un parametro difficilmente superabile. Tutti sappiamo che lotta ha dovuto fare Mario Draghi per imporre il Quantitative Easing in particolare ai tedeschi, timorosi (non del tutto in maniera ingiustificata) che quel sistema facesse pagare ai tedeschi il debito strabordante di Paesi come l’Italia.

In modo diverso, nei toni e negli accenti, ma (mi permetto di dire io, sperando di non sbagliare nella mia interpretazione delle loro affermazioni) analoghi negli obiettivi, esprimono questo concetto il professor Giulio Sapelli, su ‘Formiche.net del 30 novembre 2018, e il professor Mario Monti sul ‘Corriere della Sera del 29 novembre 2018. L’uno insistendo sulla necessità di fare investimenti produttivi (e quindi non certo quota 100 a reddito di cittadinanza) e l’altro, insistendo sul rigore nei bilanci ai fini di investimenti produttivi. Banalizzando, un po’ scherzosamente: l’uno dice di spendere quei soldi in investimenti produttivi e l’altro dice di non … sprecarli.
Del resto, e concludo, il professor Paolo Savona, l’uomo del cigno nero, dell’uscita dall’euro, ecc. parla di Ministero dell’economia europeo e di riscrittura del bilancio italiano.

Cito una frase molto chiara del professor Sapelli: «La manovra dell’attuale Governo italiano si annunciava come la cosiddetta fine del muro di Bruxelles, come disse Paolo Savona. Quella fine poteva e può essere l’inizio di una rinnovata Europa: quella dei fondatori, ossia sorretta dalle radici giudaico cristiane e dalla politica economica non della deflazione disgregatrice bensì dell’inclusione sociale fondata sul lavoro e sull’educazione. ‎Questo implica una politica di investimenti pubblici e privati da cui scaturisce una crescita fondata sull’elevazione del tasso medio di profitto per gli investimenti sia privati sia pubblici e conseguentemente per le nuove imprese pubbliche e private». Provate a parlare a Salvini di inclusione, sorvolo su Giggino!
Il professor Monti dice: «Lega e M5S sono le sole forze politiche che all’epoca non parteciparono al costo politico di portare il Paese fuori dalla crisi finanziaria con le proprie forze, né alla relativa impopolarità. Anzi, a partire da quell’anno crearono e in seguito hanno affinato le loro false verità. Allora è iniziata la loro ascesa e, contemporaneamente, il loro distacco dalla realtà».
Sarà un caso, ma lo dice anche Alexis Tsipras, che è passato nel fuoco della forzatura delle regole e ne ha pagate (o meglio le ha pagate il suo popolo) le conseguenze, e ci avverte di non percorrere la stessa strada.

E infine, e questo non è un caso, i due battaglieri contendenti –Di Maio e Salvinisembrano capire -sottolineo ‘sembrano’-, che andare lancia in resta contro l’Europa è suicida. Ma nessuno dei due se la sente di rinunciare ufficialmente alle proprie pretese, e quindi Di Maio urla che il reddito di cittadinanza parte subito e nulla si tocca, e Salvini contro-urla che domani mattina quattrocentomila, no cinquecentomila, anzi seicentomila ‘vecchi’ di 62 anni vanno in pensione e altrettanti giovani saranno assunti. Entrambi, a muso duro, non fanno un passo indietro, ma entrambi fanno due cose importanti. Parlano, o meglio borbottano, biascicano di una graduazione nell’inizio delle manovre, per cui entro il 2019 potrebbero essere molti di meno i pensionati e molti di meno i cittadini beneficati dalle schede non più stampate, ma solo in progetto di stampa di Di Maio. Ma, principalmente, entrambi firmano undocumento congiunto’ (ormai siamo alla paranoia, manco Churchill e Roosevelt!) in cuiaffidanoal bravissimo Giuseppe Conte (finora a stento invitato ai ‘vertici’ e nemmeno sempre) il compito di risolvere il problema con l’Europa, così entrambi non cederanno all’Europa, ‘brutta’, ‘sporca’ e ‘cattiva’, ma a Conte, bello profumato, dal baciamano che conquista, e ‘rispettoso’ (lui, non loro … che finezza!) dell’Europa con un comunicato che manco Andreotti, Rumor e Forlani insieme avrebbero potuto scrivere:

«Con il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte il nostro Paese riesce sempre ad affermare le proprie posizioni e priorità, a testa alta e con determinazione (sic!). E’ successo in questi giorni al G20 di Buenos Aires, dove Conte ha sostenuto in maniera impeccabile le linee guida della nostra azione di Governo: l’impegno sull’ambiente che va protetto e tutelato, il tema della sostenibilità, la lotta senza quartiere alle diseguaglianze sociali tramite misure di equità e il progetto per il rilancio di una nuova stagione di crescita. Sono i temi che ci stanno a cuore e rispetto ai quali il Presidente Conte ci rappresenta nel migliore dei modi ai massimi livelli, di fronte ai leader di tutto il mondo. Allo stesso modo il presidente del Consiglio si sta dimostrando il garante ideale per la nostra interlocuzione con l’Europa e vogliamo ringraziarlo perché porta avanti con grande determinazione lo spirito del Contratto di Governo. È cruciale in un momento così importante per il nostro Paese sapere di potersi affidare alle competenze e alle capacità di un presidente del Consiglio che, nell’interlocuzione – come gli piace questa parola! – con il presidente della Commissione europea Juncker e il Commissario Moscovici, sta spiegando in maniera encomiabile la dirompente (sic!) portata delle scelte per il cambiamento»

e con una conclusione reboante che nemmeno Don Chisciotte:

«Conte ha anche evidenziato puntualmente l’apertura del Governo a un dialogo franco e rispettoso con le Istituzioni europee, senza rinunce su (sic!) quel patto con gli italiani fondato su equità sociale, lavoro, crescita e sviluppo sostenibile che costituisce la stella polare della nostra azione. L’Italia si sta rialzando e in (sic!) tutti i tavoli, dall’Europa agli incontri con i maggiori partner internazionali, noi siamo nelle mani giuste, quelle del Presidente Conte»

Ometto gli squilli di tromba. Avanspettacolo, ma speriamo bene!

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.