giovedì, Ottobre 21

Europa e chiacchiere

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A proteggere le donne da giornate come quelle dell’allucinante bloody week end  appena trascorso, con omicidi a raffica in cui deboli di tutti i generi ed età hanno perso la vita sotto i colpi della barbarie, non sarà certo l’inserimento della parità di genere nella  nuova, sospirata legge elettorale.

La presa di posizione del partito trasversale delle donne suscita infatti qualche dubbio.  Per la sua variegata composizione intanto, che suggerisce l’idea di una tattica dilatoria, orchestrata dai soliti mammasantissima (uomini), di marca gattopardesca. La mala bestia nasce e vive in Italia da troppi anni per illudersi che possa essere abbattuta facilmente, e Matteo Renzi se ne sta rendendo conto giorno dopo giorno. Poi, c’è da dire che la percentuale 50/50 tra i generi nella legge elettorale non è prevista in nessuna architettura istituzionale europea, ivi compresi  paesi culturalmente pari al nostro e anche più indietro, nella valutazione dei parametri utili a individuare il livello di partecipazione femminile alla gestione del potere.

Insomma, temo che il percorso evolutivo delle coscienze non dipenda tanto dal numero di donne al posto del manovratore, quanto dalla maturità e capacità dei cittadini di esprimere una classe politica nuova e davvero in grado di chiudere capitoli obsoleti e logori adeguandosi alla parte, sicuramente maggioritaria nel paese, che non vede l’ora di ripartire.

Questo ci porta a tentare un ragionamento  di più ampio respiro.

In che misura la geografia politica italiana attuale rispecchia le idee e le opinioni del paese reale?  Mi spiego meglio. L’elettorato (residuo), se si votasse domani, avrebbe davanti a sé una gamma di scelta mai così confusa. Il centrosinistra, abituato ad affidarsi, sia pure spesso obtorto collo, al Partito Democratico, trova una compagine profondamente divisa in due, con la parte più legata ai valori della sinistra tradizionale che non perde occasione di mettere i bastoni tra le ruote a chi ha una visione del partito decisamente più moderna, ispirata ai grandi partiti socialisti e socialdemocratici europei. Sembra abbastanza chiaro che  l’elettore di sinistra vecchia maniera, allergico al rinnovamento, si riconoscerebbe con un certo sollievo in un raggruppamento che comprendesse, insieme ai bersaniani del Pd, la formazione di Niki Vendola e anche l’area dispersa  degli ex ingroiani e quella, letteralmente evaporata, che fu di Antonio Di Pietro.

Panorama ancora più intricato a destra, lato del parlamento da sempre carente di una forza di principi autenticamente liberali. L’eredità di Silvio Berlusconi, come tutti sanno, non è un eredità politica, ma semplicemente l’ enorme bacino di voti che da sempre decide le elezioni italiane, tetragono nel resistere a tutti i fallimenti clamorosi che, attraverso la Dc prima e Forza Italia poi, hanno portato il paese nelle misere condizioni economiche e culturali che sono sotto gli occhi di tutti.

C’è poi lo schieramento antieuropeo, formato dal Movimento a 5 stelle e dalla Lega, di recente inclini a prove tecniche di intesa. Queste due forze condividono il rifiuto dell’attuale scenario continentale con due partiti che sembrano voler scegliere di occupare le estreme di questo nuovo parlamento nel parlamento: Fratelli d’Italia, guidato dalla rampante Giorgia Meloni, inopinatamente scopertosi avversario dell’euro, e la Lista Tsipras, fautrice di un’ancora poco chiara alternativa di sinistra all’establishment europeo.

Come è facile intuire, la questione europea è d’importanza cruciale, soprattutto con i venti di guerra che aleggiano tra Russia, Ucraina e Crimea. Come bene evidenzia Enrico Cisnetto nel suo ultimo editoriale su “Terza Repubblica”, il governo Renzi ha il difficilissimo compito di scegliere una linea politica internazionale chiara, che accontenti il suo sponsor Obama  senza perdere di vista la dipendenza economica dell’Italia dalla fornitura di gas russo, e dunque dall’asse politico Merkel-Putin. Roba da statisti veri.

L’unica chance che ha da giocarsi Renzi (e a mio parere il nostro paese nella sua totalità) è riuscire a realizzare le riforme che ci tengono da sempre ai margini dello scenario economico e politico del continente, aumentando così il peso e l’autonomia delle decisioni italiane.  

Ma a quanto pare, ai sognatori e a chi sogna il ritorno all’Italia dei  comuni, questo interessa molto poco.

                

 

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