giovedì, Aprile 22

Europa divisa sull’Italia, per Moody’s rischio crescita zero

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E’  in atto – secondo fonti europee interpellate dall’Ansa – un confronto serrato tra due scuole di pensiero: chi vorrebbe aprire una procedura per mettere sotto tutela l’Italia e chi spinge per un approccio più politico  e più morbido  che prenda in considerazione l’impegno di Roma a realizzare le riforme. Questo secondo l’Ansa lo stato dell’arte in vista delle decisioni sulle leggi di bilancio dei Paesi Ue che la Commissione prenderà nella riunione straordinaria convocata per lunedì 24 novembre

L’Italia rischia una crescita zero nel 2015, a lanciare l’allarme  Moody’s, che nel suo “Global Macro Outlook report” prevede per il prossimo anno un’espansione del Pil fra –0,5% e +0,5% , stessa prospettiva per l’anno in corso, dopo che Moody’s un mese fa aveva indicato un -0,3% per il 2014 e un +0,5% per il 2015. Bene però, secondo l’agenzia Usa le riforme di Italia e Francia, che avranno un impatto positivo, anche se graduale. «Nel breve termine – scrive Moody’s – ci aspettiamo ulteriori aumento della disoccupazione nei Paesi più deboli dell’Eurozona, come Francia e Italia, che indeboliranno i consumi e prolungheranno la situazione di crescita molto bassa».

Per le economia del G20 Moody’s si attende una economia in crescita del 3% nel 2015 e nel 2016 dopo il 2,8% nel 2014. Per quanto riguarda l’ Europa gli esperti dell’agenzia indicano un Prodotto interno lordo (Pil) in crescita di circa l’1% l’anno prossimo e dell’1,3% nel 2016. Nel 2014 è previsto, invece, un Pil in progresso dello 0,7 per cento.

Non positive anche le notizie che arrivano dall’Istat, la produzione industriale , nella media del trimestre luglio-settembre 2014 la produzione industriale in Italia è diminuita dell’1,1% rispetto al trimestre precedente. Nella media dei primi nove mesi dell’anno la produzione è scesa dello 0,5% rispetto allo stesso periodo del 2013. Ancora più preoccupanti le stime di settembre, la produzione segna che un calo del 2,9%  su base annua (dato più basso da settembre 2013) e dello 0,9 rispetto al mese di agosto. In calo tutti i settori, l’energia (-3,6%), i beni di consumo (-3,3%), i beni intermedi (-2,8%) e i beni strumentali (-2,7%). Per quanto riguarda i settori di attività economica, a settembre 2014, i comparti che registrano i cali peggiori su base annua sono quelli della fabbricazione di apparecchiature elettriche e per uso domestico non elettriche (-12,8%), seguiti dalla produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (-10,1%) e dall’industria del legno, della carta e stampa (-7,0%). Gli unici settori di attività economica che registrano una crescita tendenziale – continua l’Istat – sono quelli della fabbricazione di computer, prodotti di elettronica ed ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi (+2,6%), della fabbricazione di prodotti chimici (+2,1%) e delle altre industrie manifatturiere, riparazione e installazione di macchine ed apparecchiature (+1,1%).   

Duro il commento dei consumatori sul dato Istat, per i Presidenti di Federconsumatori e Adusbef, Rosario Trefiletti e Elio Lanutti «una vera e propria tragedia che, però, non ci sorprende affatto, si tratta della  testimonianza concreta dei gravi ritardi e della grave sottovalutazione della questione occupazionale nel nostro Paese: senza un piano concreto di rilancio del lavoro, in grado di restituire futuri, prospettive e reddito ai cittadini, i consumi continueranno a scendere e così la produzione industriale». Secondo le due organizzazioni, «l’unica via per imprimere una ripresa reale e duratura passa attraverso lo stanziamento di fondi e l’impiego di tutte le risorse ricavate dai tagli agli sprechi, ai privilegi, agli abusi, dalla lotta all’evasione fiscale, e dalla vendita di parte delle risorse auree e dai fondi europei per: investimenti per la ricerca e lo sviluppo tecnologico, a partire dalla banda larga nelle telecomunicazioni; l’avvio di un piano strategico per lo sviluppo del turismo; l’attuazione di un allentamento del patto di stabilità che consenta la realizzazione di opere infrastrutturali di modernizzazione e messa in sicurezza (in primis per quanto riguarda l’edilizia scolastica). Inoltre, conclude il comunicato, è fondamentale evitare categoricamente l’incremento dell’Iva e delle accise sui carburanti previsto nella clausola di salvaguardia della L. di stabilità che, a regime comporterebbe ricadute di ben 842 euro annui a famiglia».

Più incoraggiante la previsione del Presidente di Confindustria Giorgio Squinzi che prevede un dato della produzione industriale a ottobre migliore rispetto a quello certificato dall’Istat «Personalmente credo che il dato di ottobre sarà migliore: stiamo a vedere» ha affermato Squinzi a margine dell’assemblea generale di Anima. Il Centro studi di Confindustria stima infatti un incremento della produzione industriale dello 0,4% in ottobre su settembre (-0,9% su mese).

Nel terzo trimestre del 2014 la produzione è diminuita dell’1,1% sul precedente, in ulteriore peggioramento dal -0,5% che si era registrato nel secondo trimestre e al -0,1% nel primo. Secondo il CsC, nel quarto trimestre si avrà una variazione congiunturale acquisita di –0,1% (-0,5% ereditato dal terzo). Questa dinamica è coerente con calo del Pil dello 0,2% nei mesi estivi (-0,4% la variazione acquisita per il 2014). Confindustria rinnova poi l’apprezzamento per la legge di stabilità ma allo stesso tempo invoca alcune migliorie: «il valore della manovra della legge di stabilità è nel nuovo modello proposto, che dovrebbe portare a uscire dalla spirale recessiva e a dare nuova fiducia che una lunga stagione negativa viene superata; questo accade solo con il rilancio degli investimenti – ha detto Squinzi – secondo il quale, però, alcune scelte come la mancata copertura al decreto Sblocca Italia certo non aiuta, come non aiuta – ha aggiunto Squinzi – la proposta sul credito d’imposta per ricerca e sviluppo, certo apprezzabile come scelta, ma punitiva nell’applicazione perché discrimina quelli che la ricerca la fanno sul serio”. Per gli industriali, poi, sono poche le risorse per favorire gli investimenti e assenti quelle per incentivare il rinnovo degli apparati produttivi, a partire dal rifinanziamento della legge Sabatini-bis».

Troppo poche secondo Squinzi, le imprese che esportano: «Nella mia visione l’Italia ha ancora troppo poche imprese che esportano, su un totale di quasi 4 milioni di imprese registrate, gli esportatori abituali nel 2013 sono stati poco più di 50 mila, secondo recenti studi e analisi sarebbero circa 75 mila le imprese potenzialmente esportatrici, che ancora non esportano, in larga parte proprio per le difficoltà strutturali del sistema di supporto, a partire dal sostegno finanziario ai servizi collegati alla scelta di aprire nuovi mercati». Questo scenario, secondo il Presidente di Confindustria , fa capire «come la nostra performance sia ancora troppo sottodimensionata, ma anche quali possibilità abbiamo per aumentare la competitività del nostro export».

Una cura choc per l’economia, lo chiede il Presidente di Unimpresa Paolo Longobardi , «Il calo della produzione industriale dimostra che c’e’ un disperato bisogno di una cura choc per l’economia italiana. La legge di stabilità per il 2015, peraltro non ancora approvata definitivamente dall’Unione europea e quindi suscettibile di modifiche peggiorative sui saldi, contiene alcune norme positive, ma non sufficienti per consentire alle imprese e alle famiglie di guardare con speranza al futuro,i dati dell’Istat ci dicono che la recessione è ancora viva e che l’uscita dal tunnel della crisi non è affatto vicina: al governo di Matteo Renzi chiediamo di nuovo un impegno serio volto ad abbattere la pressione fiscale perché solo con una riduzione drastica del peso delle tasse, l’Italia può sperare di ripartire».

Quanto costa la burocrazia alle piccole imprese? La bellezza di un euro ogni 10 minuti, 6 euro all’ora, 48 euro ogni giorno lavorativo, 11mila euro all’anno. Una spesa che arriva alla sbalorditiva cifra di 5 miliardi di euro. Questa la desolante fotografia scattata dalla Cna (Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Imprese) e presentata oggi a Roma A questo enorme costo si aggiunge – secondo la Cna -l’inadeguatezza del livello di informatizzazione della Pa giudicato dal 53% delle imprese in base a un recente sondaggio della Cna condotto su 2.400 aziende. In media, solo un’impresa su tre (meno del 30%) riesce a sbrigare più della metà delle pratiche per via telematica.

In calo anche il fatturato dell’industria manifatturiera tedesca a settembre. E’ quanto emerge dai dati diffusi da Destatis. Il fatturato è sceso dello 0,4%  a settembre, rispetto al calo dell’1% registrato ad agosto. Il fatturato interno è salito dello 0,3%, mentre il business con i clienti stranieri è scivolato dello 0,9% a settembre. Le vendite verso i paesi dell’area dell’euro sono scese del 2 per cento rispetto al mese precedente, mentre le vendite verso gli altri paesi sono scese dello 0.2 per cento.

Anno su anno il giro d’affari del settore manifatturiero è cresciuto dello 0,8 per cento a settembre. Le vendite sul mercato interno sono diminuite dell’1,1 per cento rispetto allo scorso anno. Gli ordini esteri, invece, sono aumentati del 2,8 per cento. Nel primi nove mesi del 2014 il fatturato nel settore manifatturiero è cresciuto del 2,9 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Giornata positiva per la Borsa di Milano che chiude in rialzo a + 0,85,  lo spread chiude in lieve calo a 152 punti base. Rendimento del decennale italiano scende al 2,35%

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