giovedì, Giugno 17

Europa: così uniti, così divisi 40

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«Credo profondamente che i miei figli vivranno negli Stati Uniti d’Europa», disse un giorno Pierre Bérégovoy, ex Primo Ministro di Francia, a Norman Lamont, ex Cancelliere dello scacchiere britannico. Al momento di questa dichiarazione, i due uomini ricoprivano ancora i rispettivi incarichi. Francia e Germania erano impegnate negli sforzi che poi sarebbero culminati nel Trattato di Maastricht, quello che -tra l’altro- ha creato l’euro e fissato le regole della cittadinanza europea. È stato un passaggio importante verso la fondazione dell’Unione europea come la conosciamo oggi. La Francia è stata il catalizzatore principale di questi sforzi, che hanno preso forma tramite una serie di compromessi e negoziazioni con la Germania e con la Gran Bretagna. Prima della riunificazione della Germania Ovest con la Germania Est, la prima era già diventata una grande potenza economica, e con la riunificazione ci si chiedeva che tipo di potere economico la Germania unita potesse diventare.

«L’Europa che ci viene proposta non è né libera, né equa, né efficace. Seppellisce lo stesso concetto di sovranità nazionale» ha dichiarato Philippe Séguin, importante deputato francese -e membro dell’Assemblea Nazionale, una delle due Camere del Parlamento- in un discorso pronunciato in occasione dell’apertura della campagna anti-Maastricht collegata a un referendum francese sul trattato, nel 1992. Séguin ha pronunciato il discorso dinanzi all’Assemblea Nazionale. La parte anti-Maastricht perse la consultazione e la Francia avrebbe scelto -e conseguentemente ratificato- il Trattato di Maastricht.

Il referendum francese sul Trattato di Maastricht è stato un punto cruciale nella storia dell’UE. La coppia franco-tedesca è considerata il principale ingranaggio della macchina europea. Il rifiuto del Trattato da parte del popolo francese avrebbe alterato il corso della cooperazione europea a un livello che nessuno oggi è realmente in grado di valutare.

In questo importante passaggio della storia europea due uomini hanno svolto un ruolo decisivo: si trattava di François Mitterrand, presidente francese, e Helmut Kohl, cancelliere tedesco. Le dichiarazioni dei due uomini, e il senso di ciò che alcuni dei membri delle rispettive amministrazioni hanno dichiarato in quel momento, fanno pensare che si fossero svolte animate discussioni relative al trattato di Maastricht, su tre temi principali:

1-Il ricordo ancora vivo delle due guerre mondiali del ventesimo secolo e la distruzione causata in Europa.

2-La guerra fredda che si avvicinava alla fine, mentre il trattato veniva costruito.

3-La riunificazione della Germania, e il ruolo della Germania, nella fase post guerra fredda, in Europa.

Questi fattori, prevalentemente di rango geopolitico e culturale, avevano poco a che fare con l’economia. Ma hanno prodotto conseguenze economiche in tutto il vecchio continente. E questo non vuol dire che l’economia dell’Europa post-Maastricht, non sia stata discussa durante i negoziati. Al contrario, ha svolto un ruolo importante nella preparazione del trattato. Eppure, il fatto che le ragioni di Maastricht, e quelle dell’euro, fossero piuttosto geopolitiche e culturali -anziché economiche- potrebbe spiegare perché il trattato non contiene sufficienti meccanismi di protezione in caso di gravi crisi finanziarie; questo ovviamente ha messo i futuri leader europei in condizione di dover improvvisare, nella scia della crisi finanziaria globale.

Mitterrand una volta ha detto che la politica governa il mondo, non l’economia. Anche se molti politici della sua generazione hanno dato l’impressione di condividere questa visione, oggi è facilmente contraddetta dalla natura de facto dei nostri tempi.

Sarebbe interessante sapere che cosa direbbero oggi Pierre Bérégovoy, François Mitterrand, Philippe Séguin, e Helmut Kohl sullo stato dell’Unione europea, e circa l’idea che sia la politica, e non l’economia, a governare il mondo. Ma Bérégovoy, Mitterrand, e Séguin sono scomparsi. Per quanto riguarda Kohl, è in pensione e non parla facilmente con i media. I suoi rari commenti concordano però tutti sull’urgenza di salvare l’Europa dalla crisi attuale. Nel 2012, in una rara dichiarazione pubblica, Kohl ha detto: «Dobbiamo preservare l’Europa e continuare a rafforzarla”, il che suggerisce che le sue opinioni circa l’Unione europea, e l’integrazione europea, non sono cambiate».

 

Un sistema unico per ventotto economie diverse

È importante non confondere il fatto che l’Unione europea sia un mercato di 500 milioni di persone con l’idea, fasulla, che l’Europa sia un’economia di 500 milioni di persone. Il numero “500 milioni” dovrebbe essere trattato e presentato con cautela. C’è una differenza tra l’essere un mercato unico e l’essere una singola economia. Questo infatti dovrebbe significare che 500 milioni di persone godono di una serie di libertà all’interno dell’UE – ad esempio la libera circolazione delle persone e la libera circolazione delle merci. Ciò è vero dal punto di vista delle aziende, che hanno accesso a potenziali dipendenti in tutta l’unione, e per i grossisti, che hanno accesso ai consumatori, senza barriere al commercio. Ma questi 500 milioni di persone vivono in ventotto diversi paesi, governati da altrettanti Stati membri.

Ognuno di questi stati ha una propria economia e un proprio sistema politico, il che significa che, all’interno dell’UE, ci sono diversi modelli economici. Una maggiore integrazione europea è vista dai suoi fautori come un modo per “dare una cornice” alle ventotto economie statali. Sempre secondo gli europeisti, questo porterebbe coerenza nell’Unione, e una migliore protezione dell’euro, che non è la moneta unica per tutti e ventotto gli stati, ma solo per diciotto di essi.

Inoltre, affinché l’Unione possa operare in modo efficiente, avrà senza dubbio bisogno di porre fine a qualsiasi eventuale rischio di concorrenza interna tra gli stati membri; dovrà invece indirizzare il grosso del suo potere competitivo, come una sola forza, a concorrere con altre potenze, per esempio i BRICS o gli Stati Uniti. Questo si ricava dalle parole dei leader europei, che fanno continuamente riferimento a un mercato unico di 500 milioni di persone in termini un po’ ambigui, che talvolta sembrano alludere a un’unica economia di 500 milioni di persone. Questi leader sono stati coerenti, nel cercare di interrompere la concorrenza fiscale all’interno dell’unione, per rafforzare la sincronizzazione politica.

Si parla di una sfida che non è solo rivolta all’obiettivo di armonizzare i modelli economici all’interno dell’UE, ma anche a quello di creare un modello economico unico per l’intera Unione. Questo diventa particolarmente difficile in presenza di una moneta unica, come accade nella zona euro.

L’euro è una moneta forte. Fornisce al mondo una sicura alternativa alla volubilità del dollaro statunitense. Ma, per i membri dell’eurozona, questo ha un prezzo. L’euro è stato infatti realizzato con una mentalità tedesca. La Germania ha accettato la moneta unica con una certa riluttanza, in principio, e a condizione che non potesse essere sottoposta a inflazione. La storia tedesca è stata segnata dalla miseria generata dall’iperinflazione. In paesi come la Francia, il passaggio all’euro ha rappresentato un salto significativo nella politica monetaria. Nel decennio prima del Trattato di Maastricht, la Francia ha svalutato il franco: nel 1981, 1982, 1983, e 1986. Essendo entrati nell’eurozona, paesi simili alla Francia, come Grecia, e Spagna, hanno acquisito un importante strumento nella lotta contro la recessione e la crisi economica, così come contro la svalutazione della moneta. Un analogo strumento è stato utilizzato di recente dagli Stati Uniti e dal Giappone per stimolare le rispettive economie. I paesi dell’eurozona possono svalutare la loro moneta unica solo se tutti d’accordo. Ma questo è quasi impossibile a causa delle dimensioni dell’unione e per via dei divergenti interessi economici. Svalutare l’euro servirebbe, per esempio, alla Francia, per aumentare le esportazioni, ma non alla Germania, le cui esportazioni sono principalmente prodotti premium, che rischierebbe uno sgradito scivolamento della sua economia in un’area di inflazione.

Le situazioni economiche dei vari Stati membri dell’Unione europea sono diverse. Il Regno Unito e la Germania, per esempio, stanno facendo meglio di Spagna, Italia e Francia. Ciascuno dei ventotto paesi ha i suoi punti di forza e debolezza. Ognuno ha i suoi problemi e le sue capacità. La realtà è che, in molti casi, curare un Paese significa farne ammalare un altro.

Secondo Eurostat, nel mese di novembre 2013, il tasso di disoccupazione della Germania è stato del 5,2 per cento, quello del Netherland del 6,9 per cento, e quello della Francia del 10,8 per cento, mentre quello della Spagna è stato del 26,7 per cento. Per l’UE 28, nel suo complesso, la percentuale era 10,9 per cento. Nello stesso mese, Eurostat ha dichiarato che i tassi di disoccupazione giovanile (per i lavoratori sotto i 25 anni di età) in questi paesi erano rispettivamente 7,5 per cento in Germania, 11,4 per cento nei Paesi Bassi, 25,6 per cento per la Francia, e 57,7 per cento per la Spagna. Il tasso di disoccupazione giovanile dell’UE 28, per lo stesso mese, è stato del 23,6 per cento.

I dati sopra riportati indicano diverse situazioni di disoccupazione all’interno dell’UE. In primo luogo, la Germania e i Paesi Bassi mostrano tassi di disoccupazione generale e giovanile al di sotto del tasso medio UE; La Francia ha tassi di disoccupazione generale e giovanile vicini all’aliquota UE; la Spagna ha tassi che superano entrambi i tassi europei, e di gran lunga. Ciò significa che, rispetto all’UE 28, nel suo insieme e come punto di riferimento, Germania e Paesi Bassi stanno facendo meglio in termini di disoccupazione; la situazione della disoccupazione francese riflette quella dell’UE nel suo complesso; e la Spagna si trova ad affrontare una situazione di gran lunga peggiore di quella della media dei paesi UE – ammesso che si possa parlare di medie tra contesti così disomogenei.

In altre parole, Germania e Paesi Bassi stanno facendo bene, anche se la disoccupazione deve sempre essere mantenuta il più bassa possibile. La Francia attraversa una situazione di disoccupazione che richiede un intervento. E la Spagna fronteggia una catastrofe. Il tasso di disoccupazione giovanile aumenta anche i rischi politici, in modo pesante. Così, Germania e Paesi Bassi hanno bisogno di fare una programmazione economica di natura diversa rispetto a quella di cui la Francia e la Spagna hanno effettivamente bisogno. E la Spagna ha bisogno di attuare misure drastiche per aggirare la situazione attuale, che è una bomba ad orologeria. Pertanto, la Spagna e la Francia devono scegliere politiche completamente diverse da quelle della Germania o dei Paesi Bassi.

La Spagna, in particolare, ha bisogno di salvare i suoi giovani dalla miseria della disoccupazione di massa. Nonostante tutto ciò, sono state imposte misure di austerità nella maggior parte dei paesi dell’Unione europea che ora attraversano la crisi economica; misure come il Patto di stabilità e di crescita, che impone agli Stati membri di mantenere i loro deficit di bilancio, se ne hanno, inferiori al 3 per cento del PIL e il debito pubblico entro il 60 per cento del Pil, senza distinguere tra i diversi paesi, con i loro problemi e le sofferenze dei loro popoli.

L’atteggiamento dei leader europei nei confronti del Patto di stabilità e di crescita è variato nel tempo. La Germania e la Commissione europea insistono religiosamente sulla sua applicazione. François Hollande, presidente della Francia, ha promesso che il suo paese avrebbe adempiuto ai criteri. Ma il primo ministro italiano, Matteo Renzi, lo ha indicato come il “Patto di stupidità”.

 

La sovranità degli stati membri in pericolo

Le misure di austerità hanno intensificato il dibattito sulla sovranità degli Stati, a causa dell’influenza sulla politica fiscale dei governi, e delle conseguenze di quest’ultima sul resto delle scelte politiche. Tale influenza può spingersi molto lontano. Ad esempio, il governo francese, che sta cercando di ridurre il deficit e di applicare drastiche misure di austerità, è nel mezzo di una polemica; si prevede che il suo budget militare venga ridotto, proprio mentre si sta svolgendo l’operazione militare Barkhane, nel Sahel – a seguito dell’operazione Serval nel Mali, e delle crescenti esigenze militari che si sono sviluppate negli ultimi anni.

Nel 2011 il primo ministro Georgios Papandreou ha dichiarato al parlamento che avrebbe sottoposto a referendum le misure di austerità richieste dall’Unione europea alla Grecia in cambio del piano di salvataggio. I leader dell’Unione europea, in particolare Merkel e Sarkozy, non hanno voluto permettere alla Grecia di indire il referendum, insistendo sul fatto che la questione sarebbe cambiata se la Grecia fosse rimasta nell’eurozona o meno. Papandreou ha annullato il referendum e si è dimesso. Gli è succeduto un funzionario non eletto, il signor Lucas Papademos, ex vice presidente della Banca centrale europea.

A questo punto la Grecia, il paese che ha inventato la democrazia, era guidata da un capo di Stato non eletto. La triste ironia del momento è stata amplificata dal fatto che questo stesso paese ha dato all’Europa il suo nome.

Nello stesso tempo, l’ex primo ministro italiano Silvio Berlusconi è stato posto sotto notevole pressione da parte dell’Unione europea affinché adottasse misure di austerità per il suo Paese, dato che l’Italia aveva sforato il tetto massimo degli oneri finanziari, perdendo la fiducia del mercato. E dopo che il parlamento italiano ha approvato le misure di austerità, Berlusconi si è dimesso. L’Italia è una democrazia parlamentare, e, come la Grecia, il primo ministro è a tutti gli effetti il capo dello stato, anche se viene nominato dal presidente della Repubblica. Di solito, il presidente nomina un primo ministro che gode del sostegno del parlamento. Tuttavia, dopo le dimissioni di Berlusconi, il Presidente Giorgio Napolitano ha nominato Mario Monti (ex commissario europeo) senatore a vita, e poi primo ministro.

Questi due episodi particolari hanno macchiato la storia della democrazia europea. Se ne parla, da parte di molti politici euroscettici, come della prova del fatto che l’Unione europea ha ampiamente danneggiato la sovranità delle nazioni. Ci si può chiedere che cosa avrebbe potuto dire Philippe Séguin se fosse stato ancora in mezzo a noi.

 

Traduzione di Valeria Noli @valeria_noli 

 

 

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