martedì, Ottobre 26

Europa – Cina: è crisi … di coppia Si parla apertamente di un deterioramento delle relazioni, di una ‘tensione strutturale’. E il piano per un nuova relazione è già pronto, si attendono solo le elezioni americane

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I rapporti tra Cina e Unione Europea si stanno raffreddando, anzi, quella che appare all’orizzonte ha tutta l’aria di una crisi (di coppia?).

Ieri il Ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas -la Germania è presidente di turno dell’Unione europea-, ha espresso al suo omologo cinese, Wang Yi, la preoccupazione per il rispetto dei diritti umani a Hong Kong e nei confronti della minoranza uiguro-musulmana della provincia di Xinjiang.
«Sapete che la nostra preoccupazione concernente gli effetti della legge sulla sicurezza non sono state dissipate», ha dichiarato Maas in una conferenza stampa congiunta a Berlino con Wang, che sta svolgendo un lungo tour diplomatico in Europa. «Noi vogliamo che il principio un Paese, due sistemisia pienamente applicato».

E proprio Hong Kong sembra essere al centro diquella che gli osservatori internazionali considerano una perniciosa crisi nelle relazioni tra la UE e la Cina. Si parla apertamente di un deterioramento delle relazioni, di una ‘tensione strutturale’.
La «repressione di Pechino ad Hong Kong potrebbe essere un punto di svolta nel modo in cui i Paesi europei vedono e rispondono alla Cina», afferma perentorio Noah Barkin, Senior Visiting Fellow del Programma Asia del the German Marshall Fund.
L’atteggiamento dei Paesi europei nei confronti di Pechino, sostengono gli osservatori, è cambiato nel corso degli ultimi mesi, e l’incontro di ieri a Berlino è particolarmente significativo, considerando che la Germania non solo marca la politica della UE, ma nei confronti di Pechino ha dimostrato nel passato una buona predisposizione, sia politica che economica.

Il Presidente Frank-Walter Steinmeier avrebbe fatto pervenire a Wang un messaggio che più o meno recita così: ‘la Cina sta facendo danni irreparabili a se stessa, prevediamo un ‘cambiamento negativo duraturo’ nelle relazioni dell’Europa con la Cina se non avesse invertito la rotta a Hong Kong’.

«Per un bel po’, abbiamo considerato tutte le questioni della Cina, che si trattasse di commercio, Hong Kong, 5G o Mar Cinese Meridionale, come questioni distinte. Ora si riconosce che la compartimentazione non è più adeguata, che abbiamo bisogno di una strategia globale», ha confidato a Barkin un diplomatico francese distaccato a Bruxelles.

Nuvole nell’orizzonte eurocinese che certamente preoccupano Pechino, considerando quanto la UE nell’equilibrio di potere globale possa fare la differenza a «seconda della misura in cui si inclina verso gli Stati Uniti o la Cina», sostiene il ‘The Diplomat’ in un intervento di Laurens Hemminga, e considerando che se è vero che gli Stati Uniti nello scontro frontale con il dragone sta corrodendo la sua forza e soprattutto la sua credibilità ai piani alti della business community globale, è altrettanto vero che la Cina deve riprendersi dai colpi bassi inferti dalla Casa Bianca, reinventarsi, e soprattutto costruire una credibilità internazionale dalla quale ancora è lontana, così come deve assestarsi dai colpi bassi alla sua economia. E’ di queste ore la notizia che Huawei nel 5G

La Cina resta una meta molto attraente per le aziende europee. Secondo un sondaggio dellaCamera di Commercio Europea in Cina, il 60% degli intervistati ha dichiarato che la Cina rimarrà una delle tre principali destinazioni per gli investimenti attuali e futuri. E questo malgrado la metà degli intervistati sia convintoche il contesto normativo peggiorerà nei prossimi cinque anni.
I
flussi di IDE europei in Cina sono diminuiti dopo il 2013, mentre l‘aumento degli investimenti cinesi nella UE dal 2012 è stato ingente e però accolto con ‘soddisfazione diffidente’. «Gli investimenti cinesi, spesso finanziati dalle banche statali nell’ambito di programmi governativi come Made in China 2025 e Belt and Road Initiative (BRI), sono stati visti come potenzialmente motivati politicamente e distorcenti il mercato», in quanto è particolarmente marcata la preoccupazione per il modello economico cinese guidato dallo Stato e nel contesto del quale preoccupano in particolare le limitazioni agli investimenti stranieri.

Sul fronte strettamente politico, i fatti di Hong Kong sono stati la goccia che ha fatto traboccare il vaso. La reazione ufficiale di Bruxelles non è stata urlata come quella degli Stati Uniti, ma certamente ha reagito con disincanto, con delusione. Altresì, la UE ha criticato apertamente la persecuzione degli uiguri. E proprio questo palesarsi, pubblicizzarsi della critica -che nel passato restava un sussurro a porte chiuse- che fa dire che probabilmente la UE sta rivedendo alcune delle sue posizioni del passato.

Bruxelles è ben consapevole che non si può prescindere dalla Cina, e tanto meno intende abbracciare la politica armata degli Stati Uniti nei confronti di Pechino. Nè è all’orizzonte una ‘guerra fredda’. Per la UE la Cina rimane un partner importante, sia per la cooperazione bilaterale che per affrontare questioni globali, a partire dal cambiamento climatico.

«Tuttavia, le relazioni UE-Cina sono chiaramente su una traiettoria discendente per ragioni che vanno oltre i recenti stimoli statunitensi e la diplomazia cinese impudica», sostieneThe Diplomat.

Ora si attende il mini-vertice in videoconferenza del 14 settembre tra la Cancelliera tedesca Angela Merkel, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel, il Presidente cinese Xi Jinping. Secondo Noah Barkin, le attese non sono particolarmente significative, le due parti sono consapevoli che passi avanti saranno molto difficili. C‘è poca speranza che si possa «sbloccare la situazione di stallo nei negoziati su un trattato per gli investimenti o aprire la strada a un accordo sulle altre aree di partenariato -clima e Africa -che Berlino stava spingendo». Aggiunge Barkin: «“La Cina non si sta muovendo”, mi ha detto un funzionario tedesco. “Dopo quello che abbiamo visto negli ultimi mesi, dobbiamo chiederci se possiamo ancora chiamarli partner».
L’Europa sta cercando di dotarsi di una nuova politica nei confronti di Pechino, maggiormente assertiva, lo farà lentamente, gradualmente, considerando quanto accadrà, annusando l’aria, soprattutto in direzione degli USA.

Se a novembre Donald Trump se ne tornasse a casa, certamente l’Amministrazione di Joe Biden sarà molto più dialogante con la Cina, e a quel punto, «potrebbe cambiare tutto in termini di cooperazione transatlantica sulla Cina», dice Noah Barkin, e come afferma ‘The Diplomat’, ci sarà «terreno fertile per il coordinamento degli USA con gli europei su questioni di interesse comune». A a quel punto la Cina non potrà più puntare su di rapporto svincolato tra i due, avrà meno spazio per giocare sugli antagonismi, e l’Europa molto più spazio di trattativa.

Parigi e Berlino, a nome e per conto di Bruxelles, secondo Barkin, punterebbero a una «azione più energica su diversi fronti. Primo, se Pechino non è disposta a uniformare le condizioni commerciali e di investimento aprendo il proprio mercato, l’Europa limiterà progressivamente l’accesso della Cina al proprio mercato. Il commissario UE Margarethe Vestager, il cui Libro bianco di giugno si è concentrato sulle distorsioni dei sussidi cinesi, ha offerto un assaggio della linea di indurimento in una recente intervista in cui ha sollevato dubbi sul fatto che le app di social media come TikTok rispettassero le norme sulla privacy dei dati dell’UE. In secondo luogo, ci si può aspettare un respingimento più concertato contro l’influenza, le interferenze e le operazioni ibride cinesi nel continente. Un rapporto del mese scorsodell’Australian Strategic Policy Institute sulle operazioni di reclutamento di talenti stranieri del Partito Comunista Cinese ha mostrato che quattro dei primi 10 Paesi target del PCC per il reclutamento erano nell’UE, con la Germania seconda solo agli Stati Uniti. La prossima potrebbe essere una campagna più ampia per aumentare leattività del PCC in tutta l’UE.
Vi è poi un terzo pilastro: una più stretta cooperazione con gli alleati democratici in Asia, nelle sfere del commercio, della connettività e della sicurezza».
L’altro fronte sul quale l’Europa (anche qui con il traino di Parigi e Berlino) giocherà, sarà quello Indo-Pacifico. L’intenzione, confermano le fonti diplomatiche di Barkin, non è contrastare la Cina in quell’area, ma «bilanciare l’influenza della Cina nella regione, rafforzando i legami commerciali e di connettività con Paesi come Giappone,Australia e India», senza trascurare la sicurezza, perché nell’ultimo periodo in particolare anche la UE sta iniziando a pensare che il contenimento della Cina deve essere condotto anche su questo fronte.

Il problema più fastidioso per la UE si porrebbe nel caso Trump venisse rieletto. In quel caso, afferma Noah Barkin, «tutte le scommesse sono annullate.In tal caso, i funzionari si aspettano che l’Europa sia costretta a un terrificante atto di bilanciamento tra due superpotenze ostili. Il termine ‘equidistanzanon sarebbe più un tabù».

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