lunedì, Ottobre 25

Europa a più velocità, è scontro Juncker-Szydlo

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«Ho constatato non senza sorpresa che per qualcuno l’idea di una Europa a diverse velocità marcherebbe una linea di divisione tra est e ovest come una nuova cortina di ferro. Ma non è questa l’intenzione»: a dirlo il presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker, secondo cui invece l’intenzione è quella di permettere che «chi vuole fare di più possa fare di più». Rimane sulle sue posizioni critiche la premier polacca Beata Szydlo: «I Paesi del V4 non saranno mai d’accordo a parlare di un’Europa a più velocità. La condizione che noi poniamo è l’unità. Non approveremo cambiamenti che possano portare peggioramenti a mercato unico o a Schengen». Ed ha aggiunto: «La dichiarazione di Roma avrà un senso solo se punterà al futuro e se sarà firmata da tutti».

Al termine del vertice di Bruxelles, dove ha avuto un colloquio con la cancelliera tedesca Angela Merkel in vista del 60esimo dei Trattati di Roma, il premier Paolo Gentiloni ha ribadito il suo pensiero: «Il messaggio da parte nostra sull’Europa a più velocità è molto semplice: non stiamo parlando di un’Europa ‘a’ la carte’, stiamo parlando di una realtà che è già in atto. E’ una direzione di marcia necessaria perché consente di fare passi in avanti a gruppi di Paesi, qualora ci sia tra loro un’intesa. Ma è una scelta che si fa nell’ambito dei Trattati, consentendo a tutti di aderire e senza alcuna logica di esclusione». E ha confermato che al prossimo vertice di Roma ci sarà l’indicazione di quattro grandi priorità con una prospettiva di dieci anni per il futuro dell’Europa: un’Europa della Difesa e della sicurezza nella gestione dei flussi dei migranti, della crescita e dello sviluppo sostenibile e del lavoro, un’Europa sociale e un’Europa che abbia un ruolo nel mondo di scambi e di mercato.

In Siria una unità di sminatori russi composta da 187 militari è al lavoro per bonificare l’antica città di Palmira dagli ordigni piazzati dai terroristi dell’Isis. Ad annunciarlo il capo del dipartimento generale operativo dello Stato maggiore russo, generale Serghiei Rudskoi. A inizio mese infatti la città è ritornata in mano dell’esercito siriano, che ha riconquistato per la seconda volta in un anno il sito archeologico patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Nel frattempo le truppe governative siriane hanno continuato la loro offensiva ad est della città «ampliando la zona di sicurezza verso nord e verso sud», dice Rudskoi, secondo cui «ora le truppe siriane controllano 15 chilometri di territorio lungo l’Eufrate e continuano la loro offensiva contro i terroristi sulla riva occidentale».

In Corea del Sud è stata la giornata della ex presidente Park Geun-hye, che è stata rimossa dalla Corte costituzionale che ha confermato all’unanimità (otto voti su otto) l’impeachment approvato il 9 dicembre dal parlamento. «La speranza è che la sentenza chiuda le divisioni nazionali», il commento della presidente della Corte Lee Jung-mi. Scontri di piazza si sono verificati a Seul, con due morti tra i manifestanti. Ora secondo la costituzione, nuove elezioni si terranno entro 60 giorni, con ogni probabilità il 9 maggio. L’ex capo delle opposizioni Moon Jae-in, sconfitto da Park nel 2012, sembra al momento il favorito.

In Afghanistan arriva il bilancio dell’attacco mercoledì di un commando dell’Isis al principale ospedale militare afghano di Kabul: almeno 50 i morti e di questi 38 sono membri delle forze di sicurezza e 12 civili. I feriti sono stati 91 di cui 61 appartenenti a esercito, polizia e forze speciali afghani.

Passiamo all’Africa, dove il Giappone ha deciso di terminare a maggio la missione delle forze di autodifesa nel Sud Sudan iniziata 5 anni fa. A dirlo alla stampa il premier nipponico Shinzo Abe. La durata della missione era stata estesa lo scorso novembre per altri 5 mesi per accelerare lo sviluppo di infrastrutture interne del paese, ma nelle ultime settimane sono aumentati i rischi di instabilità, causando un peggioramento delle condizioni di sicurezza.

Chiudiamo con la Svizzera, dove la Camera alta del Parlamento ha respinto l’iniziativa di un partito populista e di destra tesa a proibire l’uso del burqa. Il Consiglio di Stato, con un voto di 26 a 9 e quattro astensioni, ha detto no ad un disegno di legge che era già passato nella Camera bassa lo scorso novembre. Ora però alcuni parlamentari sono a lavoro su un referendum nazionale.

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