martedì, Ottobre 19

Europa a due velocità o sdoppiamento?

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Dunque, l’accezione dell’ ʹEuropa a due velocitàʹ va rivista…

Sicuramente è più corretto parlare di ʹsdoppiamentoʹ: è chiaro che siamo di fronte a due diverse realtà che compongo l’UE. Da una parte conosciamo quali istituzioni governano il mercato, gestito dai trattati; dall’altra, però, dovrebbe essere chiaro anche quali sono le istituzioni che governano politicamente l’UE. Per questo occorre ʹsdoppiareʹ la realtà europea: distinguere la realtà economica da quella politica, rendendo chiare le istituzioni che governeranno la futura Europa, garantendo meno confusione e più rappresentatività ai cittadini europei. Se creassimo più velocità, invece dello ʹsdoppiamentoʹ, andremmo verso una grande differenziazione dei vari Paesi, creando un forte divario fra i Paesi centrali e quelli periferici. Se non riusciremo ad intervenire rischiamo di far diventare l’Europa una sorta di Organizzazione internazionale che fornisce servizi ma che non ha nessun tipo di identità democratica. Proprio per questo motivo bisogna che l’Unione politica costruita intorno all’Eurozona abbia una sua identità democratica, che consenta ai cittadini di votare per il Governo che la gestisce,  perché  è importante che i cittadini abbiano il potere di incidere sulle scelte dell’Unione.

Molti sostengono che un’Europa ʹa due velocitàʹ porterebbe con sé il rischio di una Ue di serie ʹAʹ e di serie ʹBʹ. Secondo lei, così come è stata proposta dalla Merkel, la nuova Europa potrebbe mettere in difficoltà i Paesi economicamente più deboli e più dipendenti dall’Eurozona?

Probabilmente il concetto di Europa ʹa due velocitàʹ può essere facilmente travisato, portando con sé la paura di una divisione tra Paesi di serie ʹAʹ e di serie ʹBʹ: i Paesi di serie ʹAʹ sarebbero quelli del Nord, economicamente più forti, e il blocco intorno alla Germania. Io ritengo che queste siano più paure ʹgiornalisticheʹ, nel senso che la situazione dell’UE è molto più complessa e fluida rispetto a questa schematica divisione fra categorie ʹAʹ e ʹBʹ: la Francia, ad esempio, è difficile collocarla in una di queste due categorie.  La questione principale da affrontare è la necessità di dare all’UE delle istituzioni che consentano il funzionamento del mercato, come è avvenuto fino ad ora, e portino avanti la politica europea: se continuiamo a non agire sarà la sola realtà economica a determinare la classificazione fra Paesi ʹAʹ e ʹBʹ, cosa che al momento è già sotto gli occhi di tutti. È evidente che la Germania, che è uno dei Paesi più grandi dell’UE, con un milione di abitanti e con un’economia molto forte, ha il sistema politico e più stabile capace di indirizzare e influenzare il comportamento degli altri Paesi. Se rimaniamo in questa logica andremo verso una classificazione gerarchica dei Paesi, lo ʹsdoppiamentoʹ servirà proprio per evitare la divisione fra i Paesi più forti e quelli più deboli.

Come inciderebbe questo nuovo assetto europeo nella realtà dei singoli Stati?

Dovremmo stabilire, innanzitutto, quali sono le politiche pertinenti all’Unione Europea senza togliere nessun potere alla democrazia nazionale, perché l’intento di un’unione politica europea non è quello di svuotare la democrazia dei singoli Paesi. Non saranno moltissime le politiche che saranno di pertinenza dell’Ue, ma queste dovranno essere sostenute da risorse adeguate: se si condivide la moneta bisogna condividere un minino di unione fiscale, utilizzando le risorse nei Paesi dell’UE che si trovano in difficoltà. Nel momento in cui vi sarà, ipoteticamente, un’unione fiscale, le risorse dell’intera unione verranno utilizzate là dove ce ne sarà più bisogno: è logico che se i Paesi del Sud Europa sono attanagliati da un alto tasso disoccupazione giovanile, parte delle entrate fiscali comuni saranno utilizzate per migliorare questa situazione; se, invece, gli Stati del Nord vedranno un maggior flusso migratorio parte delle entrate fiscali verranno spese per sostenere la loro politica di accoglienza.

La fiscalizzazione europea fa parte del programma del nuovo Presidente Macron. Non tutti, però, sembrano d’accordo su questo punto…

Macron ha posto di nuovo il problema di dare all’Europa una capacità fiscale: siccome gli altri Paesi dell’Est Europa, gelosi della loro identità nazionale, non vogliono far propria tale politica, è evidente che questa trasformazione andrà fatta all’interno dell’Eurozona, la quale si dovrà dare delle risorse fiscali in grado di tenere in piedi un bilancio. Questo vuol dire che gli Stati membri dell’Eurozona dovranno rivedere la loro struttura fiscale poiché il peso fiscale verrà trasferito dalle capitali nazionali alla capitale europea. Si apre un processo di ridefinizione della fiscalità nazionale: una parte delle tasse che si paga andrà allo Stato nazionale, mentre un piccola percentuale andrà direttamente a Bruxelles. La paura e lo scetticismo difronte alla fiscalizzazione europea comprende alcuni Paesi del Nord, fra cui la Germania, poiché dovrebbe assistere alla distribuzione delle risorse economiche europee: possiamo fare l’esempio del nostro Paese, in cui le regioni del Nord, essendo più ricche, hanno dato più contribuiti fiscali, gran parte dei quali sono stati trasferiti al Sud che ha gestito male le risorse economiche dello Stato, beneficiando di un sostegno indiretto da parte del Nord. Ovviamente in Europa ci sono i modi per ovviare a tutto questo, in più la Germania deve uscire in qualche modo dal suo egoismo nazionale: non si tratta di spostare finanziamenti dagli Stati ricchi del nord agli Stati poveri del Sud, si tratta di costruire un bilancio comune per gestire le diverse problematiche che attanagliano in diversi modi i Paesi europei. Nessun Paese sarà obbligato a far parte di questo sistema fiscale, ovviamente ci sarà totale libertà di scelta e la possibilità di rimanere nel mercato unico europeo.

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