domenica, Settembre 19

Euro-Mediterraneo: ripensare il ‘vicinato’ Intervista a Emanuela Claudia Del Re, docente di Sociologia dei Fenomeni Politici del Medio Oriente presso l’Università ‘Niccolò Cusano’ di Roma

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Non va dimenticato poi che la riaffermazione delle identità etniche a seguito dei conflitti, assolutamente legittima, continua a promuovere il concetto che le società multietniche e multiculturali siano quantomeno difficili da gestire. Vi sono tensioni tra Serbia e Kosovo, all’interno di Bosnia Erzegovina e Macedonia, tra Serbia e Croazia che riemergono a tratti e che sono basate spesso su questioni ideali, gestite da leaders che agiscono anche sulla base degli andamenti degli scenari internazionali e che devono soddisfare le aspettative di elettori spesso isolati dal mondo, oppressi da situazioni locali di marginalità. Dell’isolamento è responsabile di certo anche l’Unione Europea, che continua a tenere le popolazioni dei Balcani, con età media molto bassa, in un limbo. Ritengo che la stabilità nei Balcani sia raggiunta sulla carta per quanto riguarda gli accordi e l’enorme macchina che muove interessi, cooperazioni, iniziative comuni. Sono preoccupata del fatto, però, che da una prospettiva locale, i micro-conflitti sempre presenti – dall’uso della lingua sui cartelli stradali, alla discriminazione nell’accesso a posti di lavoro per questioni di appartenenza etnica e altro, al ruolo ideologico di capi religiosi in società multi-religiose come la Bosnia, ad esempio – costituiscono un rischio reale.

Si è diffusa da un po’ di tempo l’idea che i Balcani siano sull’orlo di una guerra, che nessun Paese della regione sarebbe in grado di affrontare. Certamente continuare a parlare di macro-aree (Grande Albania, Grande Serbia ecc.) non ha senso. Il controllo periodico operato sui Balcani occidentali sugli stati di avanzamento per l’integrazione nell’UE ha un senso perché tiene i Paesi della regione orientati verso l’UE, ma è ora di passare dal controllo alla vera cooperazione, riconoscendo il rapporto di interdipendenza. Le minacce alla stabilità dei Balcani sono il populismo, il discorso politico semplificato, le politiche contro la pluralità che portano all’estremismo. Si deve diluire tutto questo in un più ampio bacino – come l’UE – per favorire una vera stabilità, e puntare sulla società civile. L’Italia ha il merito di aver sempre visto nell’integrazione dei Paesi balcanici nell’UE il fattore determinante per la loro stabilizzazione, peraltro sostenendo la Macroregione Adriatico-ionica presentata nel 2014 sul modello della Regione del Mar Baltico e della Regione del Danubio, comprendente Albania, Bosnia Erzegovina, Croazia, Grecia, Italia, Serbia, Slovenia e Montenegro. L’UE invece non dimostra coerenza e sta a guardare mentre altri attori come Turchia e Russia cercano di acquisire maggior peso nell’aera. Non ci si rende conto che il ritmo degli accadimenti è accelerato oggi, e ogni lasciata è persa.

L’Italia potrebbe determinarsi non solo come attore della cooperazione, ma come protagonista della mediazione tra Adriatico e Balcani occidentali? E come ‘ponte’ strategico dell’UE tra Africa e Medio Oriente?

Non è banale ribadire che la posizione geografica e la storia dell’Italia la rendono un attore privilegiato nei rapporti con il Mediterraneo meridionale e il Medio Oriente, anche perché non sempre il Paese sembra esserne consapevole o comprende che si tratta di una grande opportunità. Gli effetti positivi del dialogo con queste regioni sono evidenti: maggiore sicurezza, aree di influenza economica ma anche sociale (pensando alle diaspore) con diffusione di valori e buone pratiche (per esempio nell’ambito della piccola imprenditoria e altro). È uno scambio bi-direzionale: gli immigrati albanesi in Italia, ad esempio, hanno dato grande contributo sociale e economico fin dal famoso sbarco del 1991, così come la presenza di Italiani in quegli anni portò occasioni di scambio e di know-how.

Non possiamo non considerare che si tratta di investimenti strategici di fondamentale importanza, ma Africa e Balcani non possono essere considerati priorità strategica solo per la questione dei flussi migratori, o solo per la questione della prossimità e degli interessi economici (molto significativi).  Credo che l’Italia si presenti come attore forte in questo momento per quanto riguarda gli accordi bilaterali, ma più debole sul piano dei rapporti multilaterali, dove subisce il peso del suo ruolo all’interno dell’UE.

Le forme di mediazione italiana si esplicano soprattutto nel sostegno a modelli, come le Macroregioni, sebbene la visione non appare ‘attualizzata’ a mio parere perché mancano strumenti politici che ormai dovrebbero essere considerati imprescindibili se non prioritari nel quadre generale, come il ruolo e il coinvolgimento di attori come le diaspore o le società civili – con i loro patrimoni di esperienze e conoscenze –  ancora considerati settori a parte. L’Italia è protagonista in moltissimi ambiti anche in tavoli di dialogo informali (ad es. QUINT per i Balcani). Non vi è dubbio che l’Italia sia un gigante nei Balcani, anche se i politici a volte non sembrano riconoscerlo.

Per quanto riguarda l’Africa, di certo l’Italia, che intrattiene rapporti commerciali con molti Paesi per più di 40 miliardi e mezzo di euro, potrebbe agire da mediatore soprattutto per quanto riguarda alcuni ambiti come le migrazioni e la sostenibilità economica, sociale e ambientale. Ha organizzato nel 2016 una conferenza ministeriale con delegazioni di 52 Paesi africani. E’ chiaro che se l’Italia facesse maggiormente ‘sistema’ come da anni viene chiesto soprattutto da chi lavora sul terreno a vario titolo, compresa me, credo che potrebbe accrescere di molto la sua capacità di influenza. Le buone pratiche, la tradizione di cooperazione allo sviluppo, la serenità dei rapporti diplomatici su più piani, i programmi innovativi come il Migration Compact, che pur non perfetto costituisce un esempio di strategia importante.

Pesa molto in tutto questo la gerarchia delle priorità. La cosiddetta ‘crisi’ delle migrazioni tra le altre cose ha portato a un ripiegamento su se stessi di molti Paesi, tra cui per certi versi anche l’Italia. Il problema del locale/globale mai come ora sta declinando spesso in locale contro globale. E’ proprio per questo che si devono rivedere le priorità e tornare a puntare su una visione strategica, ad esempio concentrando l’attenzione sull’Africa, che in questo momento è terra di conquista della Cina, del Brasile, dei Paesi del Golfo, non a caso. Alla domanda se l’Italia può agire da mediatore tra UE e Africa, Medio Oriente, Adriatico, rispondo di sì, ma dovrebbe essere consapevole di essere in grado di farlo.

La politica del ‘profilo basso’ che fino ad ora è stata la parola d’ordine per quasi tutta la nostra diplomazia, ha pagato fino a un certo punto, perché ha permesso che la nostra reputazione sul terreno come popolazione fosse per lo più positiva e non percepita come aggressiva. Però è proprio questa reputazione che ora dovrebbe essere utilizzata come risorsa per far sì che l’Italia fosse maggiormente protagonista dei negoziati, perché è capace di comprendere e dar voce non solo all’UE e ai suoi membri, ma anche ai Paesi africani, del Medio Oriente e dei Balcani, riuscendo a mediare promuovendo un linguaggio comune a partire dal rispetto delle istanze e dell’identità di ciascun attore. L’Italia lo saprebbe fare – se lo volesse.

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