mercoledì, Dicembre 8

Euro 2020: Azzurri in formato Panem et circenses La distanza dalla realtà, l’uso platealmente politico dell'evento, l'emozione. Chiamare questi ragazzi e la loro vittoria ad esempio di una Italia che risorge mi sembra eccessivo. Emotivamente sì, ma i Paesi non progrediscono con l’emotività

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Euro 2020: «Siamo entrati in un’altra epoca», «I campioni siamo noi», «Gioia bellezza e lacrime, grazie azzurri», «L’Europa è nostra», «Azzurri ci avete fatto gioire», «Vittoria in nome dell’amicizia», e infine «Allo sport riesce ciò che alle altre forme organizzate del nostro vivere sociale non riesce più. Forse perché è l’ultimo rifugio autorizzato dell’epica, che dunque accetta e pretende una retorica nel linguaggio, o magari perché non si consuma compiendosi come ogni cosa oggi, ma dura dilatandosi nella memoria dei gesti mirabili, senza esaurirsi con la fine del match, sopravvivendo oltre lo spazio televisivo» (E. Mauro!). E poi ricevimenti al Quirinale, ricevimenti a Palazzo Chigi con discorso di una retorica mai vista, giro in città su pullman scoperto.
Ora vi aspetterete che commenti che per un premio Nobel non accade nulla del genere. No. Non è questo il punto.
Ciò che mi colpisce sono altre due cose: la distanza dalla realtà, l’uso platealmente politico (della politica della peggior specie) che di ciò si sta facendo.

Cerchiamo un momento di mettere i piedi in terra. La squadra italiana ha vinto: è un dato. Può avere convinto o no, non importa. Ma importa, e cominciamo a mettere le punta delle dita dei piedi in terra, come si è vinto, perché non sarà questo l’ultimo episodio. E dunque serietà vuole che, passata la sbornia, ci si domandi come ripetere il risultato, e invece, ora siamo tutti bravissimi, superiori a tutti.
Ma bisognerà pure domandarsi chi e come ha vinto. Una truppa di ragazzi, simpaticissimi certamente, amici tra di loro certamente … dicono, ma anche ragazzi viziati, abituati a guadagni immensi, impensabili per una persona normale nelle loro condizioni, perfino un po’ infantili nella immediata telefonata alla mamma! Ma le condizioni di cui parlo sono quelle culturali: anche quelle contano. Il nostro Paese, ci si affligge ogni giorno a dirlo, ha fame di competenze: queste sono le competenze?
Eh sì, perché il messaggio è micidiale: non occorre studiare, fare sforzi, mettersi in gioco, si può diventare milionari e famosi molto facilmente. Certo, anche i calciatori faticano, sudano, soffrono, si allenano. Ma chiamarli ad esempio di una Italia che risorge mi sembra eccessivo. Emotivamente sì, non sono così stupido da negarlo, anzi. Ma i Paesi non progrediscono con l’emotività.
Anche perché i contenuti sono quelli che sono e che ho già descritto con molto poco entusiasmo. Il contenuto è una squadra di persone che si inginocchia contro il razzismo se lo fanno gli altri, una squadra in cui c’è chi comunque non lo farebbe, una squadra in cui si confonde il razzismo con il nazismo.
Attenti. Se questi sono il modello del nostro futuro, temo ci sia poco da stare allegri.
Ma certo, l’aspetto emotivo ha giocato e gioca e giocherà un ruolo molto importante. Ma, appunto, un ruolo politico.
Perché, al di là di tutto quanto ho detto, colpisce, e colpisce come una frustata, vedere il modo, al solito rozzo, superficiale, approfittatore con cui la politicasi è gettata sull’evento, mettendo a tacere le tante altre cose importanti delle quali non si parla.

Improvvisamente, dalla sera alla mattina, l’Italia è diventata un Grande Paese‘, dai destini luminosi, quella Italia che fino a ieri era sull’orlo del baratro, arretrata, stanca e … con una modesta squadra di calcio, guidata da uno che afferma che il calcio è più importante della scuola!
E una parte della politica, quella dei vertici subito, l’altra vedremo, ha colto al volo il momento: il momento di cercare e trovare facilmente un consenso cieco, ma entusiasta.

Mi spiace doverlo dire, ma Sergio Mattarella non assomiglia non è assomigliato per nulla al Sandro Pertini di molti anni fa. C’era troppo studio nel suo viaggio a Londra, nel suo entusiasmo al gol. Peccato, perché quello che forse è uno dei migliori Presidenti della Repubblica, in quei momenti ha fallito il suo compito, accarezzando il ‘popolo’ per il suo verso. E poi, dando onorificenze immediate a tutti. Cioè rinunciando, deliberatamente, alla razionalità e alla misura.
Lo stesso, anzi, peggio, si deve dire per Mario Draghi, che ha cercato, artatamente, di ‘scendere’ verso il popolo accarezzandolo per il suo verso, con un discorso retorico e non suo. Pronunciato, certo, bene, ma anche visibilmente poco partecipato: si vedeva la fatica di ‘scendere’.
Ma, ripeto, ciò che conta è l’uso politico che si è fatto e si sta facendo di questa vicenda, che finisce per essere spogliata anche del fascino di poter dire “tiè, vi abbiamo battuti!” ai ‘compassati’ inglesi, che rifiutano la medaglia del secondo posto!

È un fatto, però, che nell’evidentestudiopolitico dell’uso di questo evento da parte di Mattarella e di Draghi (gli unici, mi perdonerete, ai quali riconosco la lucidità della scelta) lo scopo è quello di usarne per galvanizzare il Paese, per unirlo in uno sforzo collettivo, che prescinde dalle posizioni politiche. Scelta giusta nel momento storico ed economico in cui siamo, ma pericolosissima in termini sociali e politici.
Lavoriamo tutti insieme, sì, ma … senza tenere conto delle differenze di potere e di funzioni? Senza tenere conto delle differenze di preparazione? Senza tenere conto della gestione occulta del potere che c’è in quegli atteggiamenti e in quegli atti, che sembrano chiedere di non tenere conto non solo delle differenze di cultura e di ceto (e già sarebbe grave in un Paese come il nostro e con il nostro ceto politico) ma anche, e forse principalmente, di quelle di diritti e doveri. Panem et circenses?

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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