martedì, novembre 20

EULEX e il futuro del Kosovo La missione EULEX si avvia verso la fine: le Autorità kosovare sono pronte a navigare da sole?

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Il prossimo 14 giugno scadrà ufficialmente il mandato della European Union Rule of Law Mission in Kosovo, conosciuta anche come EULEX. La missione, dipendente dall’Unione Europea e non dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, ha avuto inizio nel 2008 e, nell’arco di dieci anni, si è occupata di aiutare il giovane Paese balcanico a sviluppare dei propri organi di giustizia capaci di far fronte alle sfide dell’area.

Dopo la Guerra del Kosovo del 1999, a cui pose fine l’intervento della NATO, l’ex-regione della Serbia a maggioranza albanese ed islamica venne posta, con la risoluzione 1244 dell’ONU, sotto il controllo della United Nations Interim Administration Mission in Kosovo (UNMIK).

Nel febbraio del 2008, il Kosovo si dichiarò indipendente in maniera unilaterale, seguendo la via che, in passato, aveva portato alle sanguinose guerre che avevano dilaniato la vecchia Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia. La situazione era molto rischiosa: da un lato c’era la situazione interna, dove kosovari albanesi e kosovari serbi continuavano ad odiarsi e non mancavano episodi di violenza; dall’altro lato c’era la situazione internazionale, con la Comunità Internazionale che si divideva sul riconoscimento del nuovo Paese. Anche all’interno della stessa Unione Europea, non tutti i Paesi furono concordi nel riconoscere una dichiarazione di indipendenza unilaterale; inoltre, ovviamente, la Serbia si oppose da subito in maniera netta alla nascita del nuovo Stato kosovaro, sostenuta in questo da Russia e Cina. La questione della legittimità della dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo, d’altronde, resta ancora controversa e divide l’ambiente del Diritto Internazionale.

Proprio nel 2008, in concomitanza con l’entrata in vigore della nuova Costituzione del Kosovo, ci fu il passaggio di consegne di molte competenze dalla UNMIK al Governo di Priština e alla nuova missione voluta dalla UE, la UELEX, appunto.

La missione, che era stata lungamente pianificata (le prime bozze risalgono a due anni prima della partenza, aveva il compito di affiancare il Governo kosovaro nella gestione della Giustizia e nel guidarlo nella formazione di un sistema giudiziario in grado di tenere conto dei problemi della pluralità etnica e religiosa del Paese (oltre ad albanesi e serbi, infatti, in Kosovo vivono numerose comunità turche, bosniache, greche, gorani e rom). Inoltre, nel Paese era molto forte il problema della corruzione, diffusa a livello endemico, della tratta di esseri umani e del traffico di armi e groga.

In un primo momento, l’opposizione della Serbia alla missione EU fu netta: le Autorità di Belgrado, infatti, oltre a non riconoscere la dichiarazione di indipendenza kosovara, ritenevano EULEX uno strumento degli europei per interferire con i propri affari. Nel 2010, però, venne aperto un dialogo tra le parti che portò, nel 2013, ad un accordo per la normalizzazione delle relazioni tra Serbia e Kosovo: il ruolo principale, nell’ambito di questa azione di normalizzazione, è stato svolto proprio dalla EULEX.

La missione, nel corso degli anni, ha visto impiegati sul territorio kosovaro, circa tremiladuecento effettivi, tra personale giuridico e di polizia, per poco meno di due terzi provenienti dalla UE, per poco più di un terzo locale. In principio avrebbe dovuto terminare nel 2012, ma, a più riprese, UELEX è stata prorogata per far fronte ad una situazione che le istituzioni del Paese non erano ancora mature per gestire da sole. Dopo i due bienni iniziali, gestiti da responsabili francesi (Yves de Kermabon, fino al 2010, e Xavier Bout de Marnhac, fino al 2012), la missione è stata prorogata per tre volte e la sua guida è passata per le mani del tedesco Bernd Borchardt (fino al 2014), dell’italiano Gabriele Meucci (fino al 2016) e della greca Alexandra Papadopoulou, attualmente a capo della missione: proprio la Papadopoulou, ha firmato, assieme al Presidente kosovaro, Hashim Thaçi, il documento che pone fine alla missione.

Già negli ultimi due anni, secondo gli accordi tra la UE e il Governo di Priština, i poteri di UELEX erano stati fortemente ridotti in favore degli organi di Giustizia locali: i processi penali svoltisi dopo il 2016 sono stati gestiti da giudici kosovari, ad eccezione di casi eccezionali in cui il Consiglio Giudiziario kosovaro non autorizzasse i membri di EULEX a partecipare alle indagini. Il ruolo di EULEX, invece, è rimasto centrale nella lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione, oltre che nella mediazione nel dialogo tra Belgrado e Priština. L’ultimo biennio, dunque, ha visto il graduale passaggio di consegne da le EULEX al sistema giudiziario kosovaro.

La missione UE è stata anche oggetto di forti critiche da parte dell’Opinione Pubblica kosovara. È opinione abbastanza diffusa, infatti, che i membri di EULEX abbiano tendenzialmente ignorato quei casi che coinvolgevano personalità importanti del mondo politico ed economico: la missione, insomma, avrebbe fallito sul campo della lotta alla corruzione. Nonostante una visione abbastanza negativa da parte dell’Opinione Pubblica kosovara, nel 2016 le Autorità di Priština, supportate dal giudizio di voci provenienti dal mondo accademico (locale ed internazionale), hanno ritenuto prematuro far terminare la missione: la presenza internazionale nel Paese è stata considerata fondamentale per accompagnare le Istituzioni locali verso una maturità che, in quel momento, non sembravano avere.

Questa volta, però, la missione è giunta davvero alla fine e il prossimo 14 giugno la gestione di tutti i casi sarà definitivamente in mano alle Autorità kosovare che dovranno dimostrare di essere in grado di gestire un Paese multietnico e multi confessionale, al centro di forti traffici illegali gestiti da organizzazioni criminali e gruppi terroristici. La fine della missione EULEX, però, non significherà la fine della presenza internazionale in Kosovo: sul territorio resta operativa la KFOR (Kosovo Force), la missione NATO che, presente nell’area fin dal 1999, mantiene nel Paese circa cinquemila militari e duemila civili provenienti da trentuno Stati.

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