sabato, Ottobre 16

Eugenio Scalfari il “panopinionista” field_506ffb1d3dbe2

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eugenio scalfari

“Quando qualcuno ha fama di essere un Napoleone, vince anche le sue battaglie perdute”

R. Musil “L’uomo senza qualità”

 

Chi se la sentirebbe di tenere una bella conferenza sulla “Corazzata Potemkin” senza aver visto il film di Ejzenštejn (né quello di Fantozzi), oppure di scrivere un saggio sulla “Critica Kantiana” senza aver letto una riga  delle tre “Critiche”, o ancora, più banalmente, arbitrare una bella partita di rugby senza sapere altra regola di quello sport se non che i passaggi si effettuano all’indietro? Nessuno? È logico, le persone normali non hanno la scienza infusa, e sin da piccoli ci hanno insegnato che pontificare su materie e argomenti che non si conoscono, non è bello, né socialmente utile, né opportuno, né intelligente, e soprattutto il risultato è assai noioso.

Invece, curiosamente, a taluni è concesso parlare di tutto, anche di ciò che non conoscono, senza incorrere nel biasimo dell’uditorio, che di fronte alla castroneria, se la riconosce, fa finta di non sentire, infila la testa sotto la sabbia, si volta dall’altra parte, cambia discorso. Si sa, qui da noi i tuttologi abbondano, siamo un popolo di esperti anche nelle materie sconosciute. Se poi si è dei tuttologi riconosciuti, apprezzati, venerati e venerabili, se si è stati compagni di scuola, anzi di banco, di Calvino, se si parla con il Papa, se si scrive di filosofia e si frequentano i salotti buoni del potere, dell’economia, del giornalismo, della politica e della cultura, allora la boiata è consentita.

Sto parlando di Eugenio Scalfari, il grande saggio dalla barba bianca, quello che ha sempre parlato e saputo, capito e scritto tutto della politica e dell’economia nazionali ed internazionali, il guru del giornalismo italiano, il quale, alla veneranda età di novant’anni, ha ritenuto opportuno dare alle stampe un articolo nel quale esprime alcune sue valutazioni sulla storia della musica. Avete capito bene: un articolo mu-si-co-lo-gi-co di Eugenio Scalfari (ne sentivamo la mancanza) in cui sintetizza il suo pensiero (se così si può chiamare): gli esiti li potrete valutare voi stessi.

L’occasione gli è stata fornita dalla presentazione di un libro di Enzo Restagno. In essa sintetizza la storia della musica in maniera del tutto personale, tanto sorprendente quanto comica. Ebbene, nel numero dell’Espresso uscito il 4 luglio, nella rubrica “Vetro soffiato” curata personalmente dal Nostro, compare il pezzo intitolato “Se la musica annuncia il futuro” che, come detto, è la presentazione di un libro di Restagno.

Dopo svariate righe di banalità superficiali piene zeppe di nomi che sembrano messi lì senza alcun ordine o più probabilmente per caso (tanto per far vedere quanti autori conosca chi scrive), arrivano le prime illuminatorie indicazioni: “Schönberg e Stravinsky e più il secondo che il primo, non ignoravano il passato”. Il nostro cuore si riempie di gioia ad apprenderlo, anche perché mai avremmo immaginato che due grandi innovatori potessero avere una chiara coscienza storica (che è poi quella che consente la vera comprensione dell’arte), che nasceva, ovviamente, da una profonda conoscenza della musica del passato.

Siamo solo all’inizio, naturalmente la lettura è avvincente e vogliamo saperne di più. Apprendiamo che “la storia che è alle loro spalle comincia dalla Grande Fuga di Bach”. Ecco la seconda sorpresa: quale sarebbe questa “Grande Fuga” di Bach da cui comincia tutto? Ce n’è una in particolare tra le tante? In che tonalità? È preceduta da un  preludio? E perché comincia tutto da lì? Non ci sono stati anche i secoli precedenti? Dall’invenzione della scrittura musicale a Bach ci sono quasi mille anni: passano inosservati?

L’articolo continua con queste parole: “Poi c’è Beethoven, tutto mirabile nelle sue composizioni ma non tutto fertile per ispirare il futuro”. Impossibile condividere la parziale infertilità beethoveniana nella ispirazione del futuro ma prendiamo atto. Poi ancora: “Schubert proseguì il Beethoven classico. Fu un grande, Schubert, ma non fa parte di questo filone della storia. Ne fa parte invece Chopin soprattutto nei quartetti e nei pochissimi concerti che scrisse” .

Tralasciando il povero Schubert che non si sa perché non debba far parte di questo filone della storia (ovviamente il filone dell’innovazione), apprendiamo che i quartetti di Chopin ne fanno parte: quali quartetti? Chopin non ha composto alcun quartetto! Questo è un grande risultato musicologico, la discussione su opere inesistenti! Solo una mente illuminata e competente come quella di Scalfari poteva cambiare le sorti dell’Umanità donandogli la celebrazione di opere inesistenti: i quartetti di Chopin!

Continuando: “Ne fa parte Mahler, tra quelli che cercarono soluzioni nuove con l’incanto dell’arte e aprì la strada al vero innovatore: si chiama Debussy”. A parte che tra Mahler e Debussy c’erano soltanto due anni di differenza, è difficile sostenere che ci fossero grandi affinità tra i due compositori, ed è sorprendente che non venga spiegato su cosa sia basata tale opinione oggettivamente peregrina. In conclusione leggiamo: “Non bastano due o tre geni per formare la cultura d’una generazione. Questo fin qui è mancato. Abbado, forse, ma purtroppo se ne è andato troppo presto e lo rimpiangiamo.”

Questa affermazione finale è una delle più inaspettate ed incomprensibili: cosa vuol dire formare la cultura di una generazione e a quale generazione si riferisce? E che c’entra Abbado, che era direttore d’orchestra ma non compositore, tra i possibili innovatori della composizione musicale. Tirarlo in ballo non sarà stata la ricerca di un “facile” consenso sull’onda emotiva della recente dipartita del Maestro?

Sia chiaro! Si possono anche esprimere opinioni giornalistiche su argomenti nei quali non si abbia una conoscenza completa. In fondo “non è necessario essere galline per capire se un uovo è fresco” (chi lo diceva, Ingrid Bergman, forse, in un vecchio film?), ma se si vuole scrivere con competenza bisogna informarsi ed approfondire, è difficile improvvisare e soprattutto è necessario verificare. Sempre che non si abbia una scarsa considerazione per i propri lettori, tanto da immaginarli, comunque, più ignoranti di chi scrive.

Tra l’altro, caro Scalfari, ha dimenticato di inserire un sacco di nomi, fondamentali per la completezza del suo originale e personale articolo; ma non se ne preoccupi: potrà farlo in una prossima occasione magari dedicando un elaborato monografico a qualche importante figura musicale tipo, che so, il Pisendel (Johann Georg).

 

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