mercoledì, Aprile 21

EU, fondi all’Africa: la merce di scambio europea per bloccare gli sbarchi Nuovi finanziamenti all’Africa per gestire i migranti. Una mossa che è già fallita in passato

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L’arrivo di milioni di rifugiati in Europa è diventato negli ultimi anni la spada di damocle dell’Unione Europea che arranca nel trovare una politica comune nella gestione dei flussi migratori. L’unità sulla carta dell’Europa fatica a rispecchiarsi in un approccio condiviso dell’accoglienza. Una politica maldestra e poco organizzata che ha visto il crescere di xenofobia e populismo in tutto il Continente, aggravando la già pesante crisi migratoria.

La profonda crisi istituzionale si è resa ancora più evidente la scorsa settimana, quando l’Italia si è rifiutata di far attraccare una Ong carica di profughi, l’ Aquarius, al porto di Lampedusa facendo ricadere la responsabilità sulla ‘più vicina’ Malta. Bruxelles ha deciso quindi di correre ai ripari, adottando una narrativa che negli ultimi mesi si è alzata più e più volte dalle ale populiste di tutta Europa: ‘aiutiamoli a casa loro’. Già, l’Europa, pressata su tutti i fronti da un’Unione sempre meno unita e sempre più pronta a far prevalere nazionalismi ed interessi individuali, ha deciso di incrementare la spesa in Africa di più del 20% nei prossimi sette anni, ovvero ad un minimo di 36 miliardi di euro.

Come riporta il ‘The Guardian’, molte preoccupazioni sono state espresse in merito all’uso lecito di questi fondi, che si pensa possano essere usati più per addestrare la guardia costiera libica a respingere le imbarcazioni che a finanziare progetti di sviluppo a medio-lungo termine. Ed è proprio la Libia ad essere una delle grandi sfide di sicurezza politica che l’Europa, e soprattutto l’Italia, devono affrontare. Il caos istituzionale, a seguito dell’uccisione di Gheddafi nel 2011, ha fatto piombare Tripoli in una lotta tra gruppi tribali rivali.

Uno studio condotto dal think-tank Eunpack ha evidenziato le molte crepe della gestione europea della situazione libica. Attraverso interviste locali e reports, la ricerca ha sottolineato «la problematica mancanza di una valutazione degli schemi di controllo ed impatto della risposta dell’Unione Europea alla situazione in Libia», concludendo, inoltre, come «l’aver appaltato la gestione delle migrazioni alle autorità libiche e il drammatico aumento delle persone in custodia nei centri di detenzioni libici sta alimentando un’economia criminale di sfruttamento e traffici». Allo stesso tempo, un altro studio finanziato dalla stessa Unione Europea descrive l’inefficienza e gli scarsi risultati ottenuti nell’addestramento di forze di polizia locali in Niger e Mali, due Paesi confinanti con la Libia.

Secondo Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, «Se si vuole gestire le migrazioni ed impedire future minacce, in particolare il terrorismo, c’è un posto dove bisogna investire tutti gli sforzi politici, economici e diplomatici, e quel posto è la cintura del Saleh e del Corno d’Africa»

I fondi destinati ad uno ‘sviluppo di emergenza’ pongono molte domande su come sia possibile sollevare e modellare la struttura economica-sociale di un Paese sottosviluppato con azioni di corto respiro. L’Europa non è infatti nuove a questi incrementi di budget per l’Africa per arginare i fenomeni migratori, travestiti da fondi allo sviluppo.

Già nel 2015, allo scadere dell’operazione italiana ‘Mare Nostrum’, seguita poi dalla missione ‘Triton’, durante un discorso sullo Stato dell’Unione, il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker aveva annunciato la fondazione dell’EU Emergency Trust Fund for Africa (Eutf), fondo mirato ad aiuti allo sviluppo.

A fine 2017, una Ong europea, la Global Health Advocates, grazie a numerose interviste ad attori civili, organizzazioni non governativi ed associazioni sul luogo aveva di fatto smascherato i falli di un fondo volto più a pulire le coscienze dell’Europa che non a puntare su politiche di sviluppo locali.

La lunga politica dell’assistenzialismo Occidentale a Paesi sottosviluppati è risultata in tutta la sua fragilità e inutilità proprio nell’Eutf. Secondo il rapporto, i 3 miliardi di budget messi a disposizione sarebbero stati usati per mettere un freno al fenomeno migratorio con una totale mancanza di controllo su come venivano effettivamente spesi questi soldi.

Dal rapporto emerge inoltre la totale assenza di una cooperazione tra la società civile africana ed il comitato operazionale di tale fondo, a cui i Paesi africani partecipavano solo come membri osservatori. Lo studio evidenzia come parte del budget destinato a settori come l’educazione e la sanità è stato in realtà riallocato a spese per la sicurezza, con l’intento di bloccare le partenze illegale di migranti. Una politica che già in Libia ha portato ad un aggravarsi della condizione dei migranti, sempre più maltrattati, spesso torturati, dalle forze di Polizia locale, che sotto l’egida di un’Europa che vede ma non parla, costringono migliaia di persone a vivere in condizioni disumane.

Proprio a riguardo, Claude Moraes, membro del partito laburista a Londra, ha testimoniato l’orrore dopo aver ispezionato il centro di detenzione di Tariq al-Siqqa, vicino Tripoli, nel maggio scorso, riporta il ‘The Guardian’. «C’erano donne che erano state vittime di numerosi stupri. Altre erano prostrate sul pavimento in condizioni orribili, traumatizzate, impossibilitate a parlare»

L’annuncio di nuovi fondi per l’Africa arriva proprio a pochi giorni dal ‘Patto tra Emmanuel Macron e Giuseppe Conte, l’intesa tra Italia e Francia per l’istituzione di hotspot in tutta l’Africa, da cui però è rimasta fuori la Libia. Già, perché Macron ha ritenuto che la situazione in Libia fosse troppo instabile per poter aprire centri di identificazione, e di voler gestire la situazione in autonomia. Tuttavia, va ricordato come la Francia sia stata in prima fila nella decisione di deporre Gheddafi, alimentando dunque l’attuale caos libico, e di come l’Italia debba dunque fare i conti con una Tripoli sempre più nodo fondamentale per la rotta mediterranea.

Ancora una volta dunque, i fondi europei ‘allo sviluppo’ africano appaiono come un goffo tentativo di salvare il salvabile, arginando un fenomeno che ha evidenziato, come nel recente incontro tra Francia ed Italia, la disunità di un Europa che fatica a chiamarsi unita e che utilizza le sue debolezze nella questione immigrazione come merce di scambio per l’allocazione di fondi ad uno sviluppo africano su cui non ha mai veramente investito.

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