lunedì, Aprile 12

Ettore Scola, mancavi tu!

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Non è esattamente una valle di lacrime, che ci è dinanzi, ma uncimitero che scoppia di vita‘ sì. La definizione la rubo a Federico Fellini -che l’aveva dedicata a Roma- per consolarmi all’atto di contemplare un pantheon che ormai è riempito e che chiude per sempre.
L’appello è terminato.
Quei nomi, meritoriamente su lapide, hanno sommosso la nostra giovinezza. L’hanno incantata o stupita, amareggiata o addolcita a seconda dei tanti spiriti del tempo, ma soprattutto l’hanno resa fortunatissima. Al punto che questo epitaffio collettivo mi appare concepibile soltanto se associato a quella piccola generazione di spettatori a cui appartengo, dal principio degli anni Cinquanta fino al termine dei Sessanta. Non la precedente, perché i settantenni di oggi furono annebbiati dal fumo delle rivolte; non la generazione successiva, perché gli attuali quarantenni vivranno i cascami di un genere ormai dissolto, se non spento.
Al loro stesso modo, io avrò rimpianto l’epoca di Jean Renoir e di Marcel Carné, di un cinema che adoravo ma che dovevo riesumare in certi cineclub ormai sigillati o il mercoledì sera, se Gary Cooper permetteva, in televisione.
Invece la nostra Italia delle arti drammatiche, quella che aveva saputo conquistare, con sfacciataggine, un dopoguerra esaltante e da lì dominare il mondo (il mondo!), quella sarebbe stato il nostro Paese. E a me non sarebbe mai interessato nulla che taluno fosse comunista o che talaltro si mostrasse liberale.
Cosa poteva contare una appartenenza politica dinanzi al valore complessivo di una squadra di assoluti fuoriclasse? Meno di zero, perché insieme, tutti loro, da Roberto Rossellini e Vittorio De Sica sino a Ettore Scola (adolescente quando nelle sale escono ‘Roma città aperta’ e ‘Ladri di biciclette‘) sapevano scrivere, narrare e interpretare l’eterno sentire della vita umana. Non solo i fasti o le miserie della sua realtà, non già un popolo o una Nazione liberi e poveri, bensì l’origine e il destino di vincitori e di perdenti che abitano il mondo. Qualsiasi angolo di mondo, non un suo scorcio geografico e dialettico.
Siamo felici, credo, di aver goduto di questa opportunità irripetibile, di questo pazzesco coincidere di idee, di opere e di immagini. Tutte per noi! Tutta la cinematografia di cui ci sentivamo fieri ovunque andassimo.
I volti naturali dei migliori attori, le loro voci sempre riconosciute, le loro origini avventurose o paesane, nobili o popolane che fossero, le guasconate e le monellerie che si spegnevano per rispetto a registi e ad autori illustri di cui Ettore Scola sarà ultimo erede. Capace com’era di intendere e di apprendere le minime pieghe del gesto, i segreti, l’inarresa umiltà di chi maiuscolo era davvero, di chi per troppa gloria non faceva che applicare l’estrema ratio della dissimulazione.
Per questa sua sapiente fortuna, Scola accede, buon ultimo, al Tempio dell’Eccellenza. Vi accede e richiude il portone dietro di sé. L’appello è concluso.
La memoria delle arti avrà il suo bel daffare per non disperdere titoli, premi e riconoscimenti che quel favoloso trentennio di spettacolo ebbe a collezionare. E finalmente potremo tutti noi, con serenità, stimare le differenze a scapito nostro, e perché no, anche rimproverare loro di non aver trovato il tempo di trasmetterci le arti che pure possedevano. Forse non ebbero la voglia, o il tempo, di salire in cattedra; forse avrebbero troppo sofferto dinanzi alla crescente superficialità del mestiere. Va a sapere…
E così, ciascuno per nostro conto, abbiamo dovuto reinventare i piccoli talenti di uno studio senza gran metodo, di una emulazione senza archetipi. Tanto valeva, imparagonabili pur se degni, l’ambizione di seguire un sentiero battuto, di deviarlo con qualche colpo di genio e di consegnare intatta, a chi vorrà leggerla dopo di noi, la storia del teatro e del cinema d’Italia.
E allora, tra poco, il Pantheon riaprirà ai visitatori; a loro racconteranno, per nomi e per cognomi, la nostra splendida gioventù.

 

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