sabato, Luglio 24

Etnonazionalismo, il caso asiatico Giappone e Corea del Sud: quando identità nazionale equivale a identità etnica

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Nell’analizzare l’attuale fermento che caratterizza lo scacchiere asiatico e il suo orizzonte politico-ideologico, dall’India sino al Paese del Sol Levante, il lessico giornalistico e accademico è dominato da un termine: ‘nazionalismo’.

Occorre però chiarire esattamente a quale ‘declinazione’ di questo concetto – tutt’altro che univoco – si stia alludendo, nel momento in cui si fa riferimento ad alcune realtà della sfera asiatica.

Nell’esperienza storica dell’Occidente europeo, infatti, a partire dall’origine degli Stati-Nazione sino all’afflato imperialista che ha caratterizzato l’epoca coloniale e il periodo delle due guerre mondiali, il concetto di ‘nazionalismo’ si delinea fondamentalmente come un costrutto politico e in secondo luogo territoriale.

Per comprendere invece la peculiarità del nazionalismo così come si è espresso, e come si esprime tutt’ora, in Paesi come il Giappone e le due Coree (che insieme alla Cina si trovano sempre più al centro dell’attenzione internazionale, a causa dell’intensificarsi delle tensioni che intercorrono tra i rispettivi governi), occorre riferirsi a un nazionalismo su base essenzialmente etnica; che trova cioè il suo fondamento iniziale in una concezione di omogeneità etnica.

Il sentimento condiviso di unità e orgoglio nazionale, e lo stesso senso di identità collettiva, non hanno dunque origine tanto da una concezione di omogeneità politico-territoriale; quanto dalla profonda convinzione dell’esistenza di una comune discendenza di sangue considerata come ‘pura’, da cui, conseguentemente, non può che scaturire un senso di assoluta specificità culturale, linguistica e, in ultima istanza, geografica.

Nonostante la stampa occidentale alluda spesso ad Abe Shinzo, Primo Ministro giapponese, e a Park Geun-hye, Presidente della Corea del Sud, come a ‘neo-nazionalisti’, il termine è per lo più utilizzato in riferimento alla linea politica che contraddistingue le rispettive amministrazioni, entrambe caratterizzate da una forte tendenza ultraconservatrice, condita da un revanchismo nostalgico e sciovinista.

Nonostante non si possa affermare che, al momento, l’esistenza di tendenze conservatrici e filo-militariste sia un problema che non esista tra i giapponesi e i vicini sudcoreani; non si può dire tuttavia che vi sia necessariamente una correlazione diretta tra tali tendenze e la concezione di un’identità nazionale che esalta l’unicità dell’identità etnica.

Se si prende l’esempio della Corea del Sud, è possibile infatti riscontrare come, storicamente, l’etnonazionalismo abbia rappresentato non solo il principale strumento di riscatto nei confronti dell’occupazione colonialista giapponese, ma anche uno dei fattori che permise di superare il trauma della Guerra di Corea e di indirizzare gli sforzi collettivi verso la realizzazione del grande miracolo economico degli anni ’60. L’esaltazione della propria specificità culturale ed etnica fu infatti funzionale al processo di affrancamento del Paese dall’eredità del colonialismo nipponico, durato 35 anni (sino alla resa del Giappone nel 1945).

Attraverso la rivalutazione di aspetti della cultura tradizionale coreana (nel tentativo, cioè, di recupero di un’identità pre-coloniale) che avevano corso il rischio di essere assimilati, se non del tutto cancellati, durante il periodo dell’occupazione, vennero infatti gettate le basi per una rinnovata indipendenza e unità nazionale. L’importanza di un’identità nazionale come base imprescindibile per la realizzazione di un’indipendenza nazionale, costituì il motivo ideologico portante delle politiche culturali del Governo sudcoreano per tutto il periodo post-bellico.

Quello stesso senso di orgoglio nazionale e di appartenenza a una collettività, i cui valori condivisi vanno oltre quelli del singolo individuo, fu anche il fattore che permise l’abbattimento delle dittature militari e la realizzazione, alla fine degli anni ’80, del primo vero Governo democratico.

Nel caso del Giappone, che condivide con la Corea una concezione ‘mitostorica’ delle proprie origini (che esalta la discendenza ininterrotta del popolo giapponese da un antenato divino), è presente la medesima forte concezione di identità etnica e culturale condivisa, la cui estremizzazione condusse il Paese del Sol Levante verso una politica imperialista ed espansionista, attraverso il progetto della cosiddetta Sfera di co-prosperità della Grande Asia orientale (per certi versi simile alle aspirazioni pangermaniste della Germania del Terzo Reich), elaborato negli anni ’40 del Novecento, che avrebbe unito tutti i popoli asiatici sotto l’egida del Giappone Imperiale.

Il tentativo di creazione di una grande Nazione panasiatica guidata dal ‘Grande Giappone’, assume senso alla luce di tutto il sistema ideologico che faceva da sostrato a questa visione. Il sentimento nazionalista era infatti fondato e alimentato dall’identificazione pressoché sacrale tra il popolo e la persona dell’Imperatore, simbolo della Nazione e Capo supremo delle forze armate, espressione diretta della discendenza divina dell’intero popolo giapponese. Questa concezione era alla base di quella costruzione ideologica di stampo ‘politico-spirituale’ nota come shintoismo di Stato, che venne utilizzata per giustificare la sacralità della missione del Giappone (il ‘Paese degli dèi’) come ‘guida’ di tutte le Nazioni asiatiche.

A tutt’oggi, caduto (almeno formalmente) il mito della natura divina dell’Imperatore (dunque delle origini sacre del popolo giapponese), nonostante le riforme politiche ed economiche e l’ingresso del Paese tra le moderne Nazioni industrializzate; alcune espressioni del ‘nazionalismo etnico’ nipponico non sono ancora state sradicate, come ad esempio il persistente senso di estraneità (se non di vera e propria discriminazione razziale) nei confronti degli indigeni di etnia Ainu (nonostante siano stati formalmente riconosciuti come popolo autoctono del Giappone), il cui status rende problematica la concezione di ‘omogeneità etnica’ giapponese; o come l’estrema valorizzazione dell’armonia di gruppo e del senso del dovere verso la collettività a scapito dei desideri del singolo, che investe ogni ambito della società, dalla famiglia, alla scuola, fino al contesto lavorativo.

Non risulta dunque difficile comprendere la rilevanza di alcune questioni, come quella delle visite da parte di Abe Shinzo e di altri politici giapponesi al santuario Yasukuni (visto dai vicini asiatici come un’apologia del Giappone imperialista), o come quella delle ‘comfort women’ (donne asiatiche di origine prevalentemente cinese e coreana, impiegate come schiave del sesso per l’esercito nipponico durante la seconda guerra mondiale) e le ripercussioni che esse possono realmente avere sulle attuali relazioni diplomatiche tra Corea del Sud e Giappone (al momento tutt’altro che distese) e sugli stessi equilibri regionali, già scossi da dispute territoriali di lunga data per la definizione di alcuni confini territoriali nel Mar del Giappone e nel Mar Cinese Orientale. Lo stesso Presidente americano Barack Obama si è detto preoccupato dalla piega che stanno prendendo i rapporti tra Tokyo e Seoul, la cui alleanza trilaterale con Washington costituisce uno dei capisaldi della strategia statunitense di ribilanciamento della Cina nel quadro regionale dell’Asia-Pacifico.

Tanto il Primo Ministro Abe che la Presidente Park non sembrano però al momento intenzionati ad ammorbidire la propria posizione su tematiche che rappresentano tutt’altro che mere questioni di principio o dei semplici ‘strascichi’ ideologici del secolo passato. Esse costituiscono il tessuto endemico non solo del senso delle rispettive identità nazionali, ma anche della natura stessa dei rapporti tra il Giappone e la Corea del Sud.

 

 

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