venerdì, Luglio 30

Etiopia: dal Tigray al Sudan il passo potrebbe essere breve Le forze armate federali di Abiy Ahmed si sono ritirate dal Tigray dopo 8 mesi, ma la guerra è tutt'altro che finita. Nel frattempo la diga GERD e le terre di al-Fashaga potrebbero essere al centro di una nuova guerra, con il Sudan che potrebbe vedere in campo anche l'Egitto

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Lo scorso 21 giugno l’Etiopia ha tenuto le elezioni generali. I risultati al momento non sono ancora disponibili, probabilmente ci vorranno alcuni giorni. I risultati provvisori erano attesi per il 27 giugno, ma a seguito di quello che il Consiglio elettorale nazionale dell’Etiopia (NEBE) ha descritto come un errore di programmazione, i risultati definitivi sono stati rimandati a oggi 1 luglio, informano le agenzie. Il NEBE nelle scorse ore ha dichiarato di aver iniziato ad annunciare i risultati elettorali verificati di alcuni collegi elettorali, e che, a meno che non vi siano ragioni importanti per ritardare i risultati, il Consiglio renderà pubblici i risultati dopo aver superato la corretta procedura di verifica.
Nei giorni scorsi era uscito il
rapporto della missione di osservatori elettorali dell’Unione africana. «Niente ha distratto dallo svolgimento credibile delle elezioni», ha affermato il team di circa 60 osservatori guidati dall’ex Presidente nigeriano Olusegun Obasanjo. Insomma, nonostante alcuni problemi, il processo di voto è stato ordinato e pacifico. Gli osservatori hanno monitorato  249 seggi elettorali in tutto il paese sul totale di quasi 50.000 seggi, per circa 38milioni di etiopi che si sono registrati per votare (su una popolazione di circa 110milioni).
Secondo le previsioni,
il Primo Ministro Abiy Ahmed e il suo partito, il Prosperity Party,dovrebbero vincere le elezioni.
Quando i risultati ufficiali saranno disponibili, i parlamentari nazionali eleggeranno il Primo Ministro e il Presidente.


In attesa dei risultati elettorali, in Tigray, nei giorni scorsi, è successo l’inatteso.
Dopo una settimana di avanzata, le forze del Tigray People’s Liberation Front (TPLF) hanno ripreso il controllo della capitale, Macallè (persa nel novembre scorso). Poche ore dopo, il Governo di Addis Abeba ha proclamato il cessate il fuoco unilaterale e le forze del premier Abiy Ahmed -che aveva sempre rifiutato ogni richiesta di tregua pervenuta nei corso di questi 8 mesi, da Nazioni Unite, Stati Uniti ed Europa- insieme agli alleati eritrei, hanno lasciato la città.

Nelle ultime ore, i tigrini sono entrati nella città di Shire, circa 140 km a nord-ovest, secondo i funzionari delle Nazioni Unite, a Axum, Adwa e Adigrat, e hanno ora il controllo della maggior parte della regione, ha affermato l’organizzazione di ricerca International Crisis Group.
Il portavoce dei ribelli Getachew Reda ha dichiarato a ‘Reuters‘ che i combattenti del Tigray avrebbero «distrutto il nemico» entrando in Eritrea e nella regione etiope di Amhara -le cui milizie hanno sostenuto le forze governative. «Dobbiamo assicurarci che il nemico non abbia più la capacità di minacciare la sicurezza del nostro popolo», ha detto Reda.
Il cessate il fuoco proclamato da Addis Abeba appare quanto meno sospetto. Il generale Bacha Debele, parlando con i giornalisti ad Addis Abeba, ha affermato che l’Esercito etiope ha lasciato Mekelle, la capitale del Tigray, perché la città «ha cessato di essere il centro di gravità capace di rappresentare una minaccia per la Nazione e il governo federale», e che l’Esercito etiope «ha bisogno di prepararsi per altre minacce oltre al TPLF».
William Davison, analista di Crisis Group, parlando con ‘The Guardian‘ ha dichiarato: «Èpossibile che siano stati sopraffatti dagli eventi sul campo mentre si preparavano a modificare la strategia», ha affermato facendo riferimento alle forze armate del governo federale. «Lo sforzo per pacificare il Tigray non stava andando come previsto… Gli sviluppi sul campo di battaglia si sono allineati con la crescente pressione internazionale su Abiy e sul suo governo per costringerli a cambiare tattica».


Cosa succederà nelle prossime settimane è difficile dirlo. Non sembra credibile che Abiy sia disponibile a mettere fine al suo tentativo di chiudere i conti con il TPLF e dichiararsi perdente.
Il Primo Ministro Abiy utilizzerà il suo mandato elettorale per avviare colloqui con i ribelli o andrà avanti con la ricerca della vittoria sul campo di battaglia? Sono molti quelli che ritengono che TPLF, ottimamente riorganizzato, si stia preparando per una guerra lunga e brutale e che Abiy non abbia alcuna intenzione di aprire un dialogo, così come al momento non sarebbe interessato al dialogo il TPLF.
La strategia di Abiy, sostengono alcuni analisti, potrebbe essere quella di bloccare il Tigray, negando alla regione potere e forniture, così da corrodere con il tempo il TPLF, e intanto usare questa ‘pausa’ per riorganizzarsi, militarmente e politicamente.

Davison, sempre al ‘The Guardian‘, ha dichiarato: «Sembra che ci sia uno sforzo in corso per continuare a fare pressione sui leader del Tigray, il che renderà ancora di più il Tigray ingovernabile. Ad esempio, c’è effettivamente un blocco aereo e stradale nella regione e ci sono carenze di carburante e denaro, nonché interruzioni di energia e telecomunicazioni mentre le truppe etiopi in ritirata hanno saccheggiato l’attrezzatura internet satellitare delle Nazioni Unite».

Uno dei motivi per i quali Abiy non può, se anche volesse, abbandonare il tentativo di riprendere il controllo della regione ‘ribelle’ è che un cedimento nel Tigray sarebbe un segnale per tutte quelle aree del Paese che, proprio a seguito della guerra nel Tigray, hanno iniziato ribellarsi a Addis Abeba. La crisi interne che potrebbero far deflagrare il Paese sono oramai troppe. Alta tensione in Afar, nel nuovo Stato regionale di Sidama e nella regione dell’Oromia. Causa le tensioni sociali le elezioni non si sono potute tenere in alcune parti delle regioni di Amhara, Somalia, Oromia, Harari, Benishangul-Gumuz.
A ciò si aggiunga il fatto che l’Etiopia è di fattoimpigliata in una serie di crisi anche esterne che di giorno in giorno si fanno più complesse e pericolose, mettendo a rischio anche la stabilità della regione. Una di queste crisi è aperta con il Sudan. Non a caso, l’affermazione del generale Debele che le forze federali devono essere pronte ad affrontare altre ‘minacce’, si ritiene sia riferita al Sudan.


Etiopia e Sudan, i due più grandi Paesi del Corno d’Africa, sono bloccati in una pericolosa situazione di stallo su al-Fashaga, riporta Crisis Group. Al-Fashaga è una fascia di fertile terra di confine da cui Khartoum ha sfrattato migliaia di contadini etiopi nel dicembre 2020. Gli scontri tra le truppe dei due Paesi hanno causato decine di vittime tra combattenti e civili.
Le fragili transizioni politiche in entrambi i Paesi sono a rischio se la controversia esplode a causa di incidenti o errori di calcolo. Il rischio è quello di una guerra che nessuno dei due Paesi può permettersi, e non solo, c’è il pericolo molto concreto che un conflitto più ampio attiri sul terreno di scontro alleati regionali -attirando l’Egitto (a favore di Khartoum) e l’Eritrea (a favore di Addis Abeba)-, il che potrebbe destabilizzare ulteriormente il Corno d’Africa.

A metà dicembre 2020, mentre l’Etiopia era impegnata nella guerra nel Tigray, il Sudan ha preso il controllo della fertile terra di confine di al-Fashaga, ignorando un accordo relativamente amichevole sull’uso della terra che aveva governato l’area per più di un decennio e sfrattando migliaia di agricoltori, per la gran parte appartenenti al secondo gruppo etnico più grande dell’Etiopia, gli Amhara. In risposta, l’Etiopia ha schierato forze federali e miliziani. Gli scontri che ne sono seguiti hanno provocato morti, sia tra i sudanesi che tra gli etiopi, e ora il rischio di un’escalation pare concreto.

Etiopia e Sudan hanno litigato per decenni sui 260 km quadrati di confine di al-Fashaga, una regione che gli etiopi chiamano Mazega, spiega Crisis Group. Khartoum sostiene che l’area, che si trova a cavallo della frontiera orientale dello Stato granaio del Sudan, il Gedaref, e dei confini occidentali delle regioni etiopi di Amhara e Tigray, appartiene ufficialmente al Sudan secondo le mappe dell’era coloniale redatte più di un secolo fa. Ma i suoi confini non furono mai chiaramente delimitati.
Nel 2007, il Presidente sudanese Omar al-Bashir e il Primo Ministro etiope Meles Zenawi, hanno concordato una formula di cooperazione in base alla quale i cittadini etiopi e sudanesi potevano coltivare la terra, mentre la demarcazione veniva rinviata a data successiva non specificata.
In tutti questi anni di cooperazione, migliaia di etiopi si spostavano ogni giorno attraverso il confine indefinito ad al-Fashaga come braccianti agricoli. Oltre all’accordo Bashir-Meles, numerose altre intese sull’uso del suolo e sulla vendita dei raccolti a livello statale, distrettuale e locale hanno sostenuto la cooperazione. Forse più influenti in questa cooperazione sono state le politiche macroeconomiche dei rispettivi Stati. L’Etiopia ha offerto agli agricoltori di al-Fashaga, in particolare agli etiopi ma anche ai sudanesi, incentivi per vendere i raccolti ai suoi uffici di marketing, rendendo più redditizio per loro fare affari in Etiopia. In Sudan non esistevano tali incentivi. Per almeno un decennio, i contadini sudanesi ed etiopi hanno vissuto fianco a fianco in relativa armonia, entrambi preferendo vendere i loro prodotti in Etiopia.

Nessuna delle due parti sembra pronta a fare marcia indietro, in parte perché entrambe sanno che le loro opinioni pubbliche sono contrarie al compromesso.
Addis Abeba ha arruolato le forze di Amhara nella sua campagna militare contro la leadership espulsa della regione settentrionale del Tigray in Etiopia. Gli Amhara sono una componente elettorale chiave per il nuovo partito di governo del Primo Ministro Abiy Ahmed e, per non mettere a repentaglio tale sostegno, la sua Amministrazione insiste affinché le truppe sudanesi si ritirino da al-Fashaga prima dell’avvio di qualsiasi negoziato.
I capi militari del Sudan hanno usato la discussione per rimarcare il loro nazionalismo: vogliono che l’Etiopia non solo riconosca la sovranità del Sudan sull’area, ma anche accetti l’immediata demarcazione del confine e la risoluzione simultanea di tutte le principali controversie tra Addis Abeba e Khartoum, inclusa quella sulla Grande Diga rinascimentale (GERD). All’inizio di aprile, Khartoum ha alzato la posta chiedendo la rimozione delle truppe etiopi dalla missione di pace delle Nazioni Unite ad Abyei, al confine del Sudan con il Sud Sudan.
La crescente pressione del Sudan su Addis Abeba potrebbe aggravare le crepe interne in Etiopia, dove gli sforzi di Abiy per centralizzare il potere hanno alimentato l’opposizione tra gli etno-nazionalisti di varie parti del Paese.

La ‘guerra per al-Fashaga‘, sottolineano da Crisis Group, è sorta sullo sfondo delle crescenti tensioni regionali che coinvolgono non solo l’Etiopia e il Sudan, ma anche l’Eritrea e l’Egitto.
In un primo momento, i cambi di leadership in Etiopia (Abiy è diventato Primo Ministro dell’Etiopia nell’aprile 2018, annunciando una significativa perdita di potere federale per il TPLF) e Sudan (il Primo Ministro sudanese Abdalla Hamdok è stato nominato nel settembre 2019 alla guida del governo di transizione, dopo il rovesciamento di Bashir nell’aprile dello stesso anno), avevano portato a una fioritura delle relazioni tra i due Paesi. Le relazioni tra Addis Abeba e Khartoum prosperarono, ma per breve tempo. Dopo la cacciata di Bashir, i nuovi leader del Sudan hanno elogiato Abiy per il suo ruolo nella transizione del loro Paese, intervenendo per allentare le tensioni tra i manifestanti militari e civili. Le relazioni tra Abiy e Hamdok erano, dunque, inizialmente ottime.
Successivamente, i legami si sono deteriorati. Gli osservatori affermano che il cambiamento nelle relazioni tra Abiy e Hamdok in particolare è in parte dovuto alla mancanza di comunicazione tra di loro. Sottolineano il disprezzo di Abiy per gli sforzi dell’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (IGAD), un blocco regionale attualmente presieduto dal Sudan, per aiutare a risolvere il conflitto del Tigray.
L’evoluzione, poi, delle relazioni dell’Etiopia con l’Eritrea crea ulteriori complicazioni per il Sudan. Precedentemente allineato con l’Egitto, che vedeva come un contrappeso all’Etiopia, il Presidente eritreo Isaias Afwerki ha stretto quella che sembra essere una solida alleanza con Abiy. Le forze eritree hanno svolto un ruolo centrale nella campagna militare di Addis Abeba contro la leadership estromessa dal Tigray, tutti membri del TPLF, che l’Eritrea considera il suo vero nemico storico. Ma pezzi dell’establishment militare sudanese mantengono legami con figure di spicco del TPLF.
La più grande fonte di attrito tra Etiopia e Sudan è, però, la Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD). Le tensioni sono aumentate mentre la struttura si avvicina al completamento. L’Etiopia intende riempire il serbatoio per la seconda volta a luglio e agosto, il culmine della stagione delle piogge. Se gestito in modo cooperativo, il GERD potrebbe produrre elettricità a basso costo per il Sudan e regolare il flusso d’acqua per aumentare l’irrigazione, ridurre le inondazioni -che hanno danneggiato il Sudan nel 2020- e migliorare la produzione di elettricità dalle dighe del Nilo Azzurro del Sudan. Ma il Sudan non è convinto che tali suoi interessi effettivamente vengano soddisfatti. Cerca assicurazioni da Addis Abeba sulla gestione dei giacimenti e sulle procedure di sicurezza. Ad esempio, teme che, in assenza di un accordo sui termini per il riempimento e la gestione del progetto, la sua diga di Roseires a valle possa essere inondata.
Se le tensioni dovessero aumentare su al-Fashaga, il Sudan potrebbe decidere di dare sostegno alla resistenza del Tigray, il che avvelenerebbe ulteriormente le relazioni non solo tra Sudan ed Etiopia, ma anche tra Sudan ed Eritrea. Allo stesso modo, Khartoum potrebbe scegliere di sostenere le milizie etniche Gumuz, nella regione di Benishangul-Gumuz, dove si trova GERD. Abiy ha già accusato il Sudan e l’Egitto di fornire tale sostegno.

Anche le relazioni dell’Etiopia con l’Egitto hanno raggiunto il punto più basso, e anche in questo caso, la causa è la diga.
Quasi completamente dipendente dal Nilo per l’approvvigionamento idrico, l’Egitto teme che un’enorme diga sul più grande affluente del fiume riduca il flusso a valle. I colloqui tra Etiopia, Sudan ed Egitto su come riempire e far funzionare la diga non stanno procedendo e il Cairo accusa Addis Abeba di usare i negoziati per guadagnare tempo. Addis Abeba, da parte sua, sostiene che il Cairo abbia avviato esercitazioni militari con Khartoum nel novembre 2020 e marzo e maggio 2021 come parte di una campagna per fare pressione sull’Etiopia in fatto di GERD. Dopo che il 2 marzo il Sudan ha firmato un accordo di cooperazione militare con l’Egitto, il Ministero degli Esteri etiope ha accusato le forze armate sudanesi di agire come un «cavallo di Troia per i nemici dell’Etiopia», presumibilmente un riferimento all’Egitto. Queste accuse, a loro volta, hanno fatto infuriare Khartoum.

E poi c’è il fronte interno, che per altro si intreccia con quello esterno.
Abiy non può inimicarsi gli Amhara, sono essenziali nel sostegno al suo governo. Dopo aver sostenuto l’intervento federale nel Tigray, le milizie di Amhara, con il sostegno del governo regionale di Amhara, hanno di fatto annesso quella che considerano la storica terra di Amhara nel Tigray, la parte occidentale della regione al confine con il Sudan che si estende dal nord di Amhara al sud dell’Eritrea, così come un pezzo di South Tigray Zone. I nazionalisti dell’Amhara sostengono che l’area fosse popolata prevalentemente da parlanti amarico e che l’incorporazione dell’area nel 1992 in quello che in seguito divenne il Tigray fu il risultato dell’ingegneria demografica e degli espropri di terre da parte dei ribelli divenuti governanti del TPLF.
Le rivendicazioni sulla terra di Amhara non si fermano qui. Alcuni Amhara affermano anche la proprietà di al-Fashaga e hanno progetti sulla zona di Metekel, che si trova a ovest di Amhara ed è anche il sito GERD. Difendendo la posizione assertiva di Amhara, gli attivisti sostengono che i civili di Amhara stanno subendo un ‘genocidio’ per mano di fazioni armate di gruppi dominanti nelle regioni etiopi con consistenti minoranze Amhara.

Abiy sembra riluttante o incapace di rimuovere le fazioni di Amhara dal Tigray occidentale, per tanto è probabile che non possa concedere alcun che a Khartoum su al-Fashaga per evitare di sconvolgere gli Amhara, come detto essenziali per mantenersi al potere. In più, non può permettersi di apparire debole accettando quella che molti etiopi considerano un’aggressione sudanese. Nè può permettersi di far passare l’idea che l’Egitto stia cercando di mantenere la sua egemonia nel bacino del Nilo destabilizzando l’Etiopia.

Per il Sudan al-Fashaga è importante per svariati motivi. Intanto, potrebbe rafforzare la sua influenza nei negoziati GERD. Dal punto di vista economico, l’acquisizione di redditizi terreni agricoli potrebbe aiutare il Paese a rilanciare l’industria agricola rinfrancando la sua economia in difficoltà. Il Paese deve affrontare problemi economici strutturali che sono un’eredità dell’era Bashir, tra cui un regime di sovvenzioni paralizzanti e un mucchio di debiti di circa 60 miliardi di dollari che ha gravemente limitato l’accesso a prestiti e finanziamenti. L’inflazione vertiginosa e la scarsità di pane, acqua ed elettricità hanno causato pesante tensione sociale, manifestazioni di massa contro l’assenza di servizi di base e la gestione dell’economia da parte del governo. Secondo alcuni diplomatici, il Sudan potrebbe cercare di affittare parte della terra che ha sequestrato ad al-Fashaga agli Stati arabi del Golfo per la coltivazione come parte del suo piano di ripresa economica assolutamente necessario. A complicare ulteriormente il quadro, i diplomatici affermano che un certo numero di alti ufficiali militari sudanesi ha interessi economici nell’area.
Anche la politica interna gioca un ruolo. L’establishment militare guidato da Abdel Fattah al-Burhan -che è, di fatto, capo di Stato essendo Presidente del Sovrano Consiglio- è in conflitto con la componente civile del governo di transizione per plasmare il futuro del Sudan. La competizione ha contribuito alla posizione assertiva delle forze armate al confine, una posizione che ha molto sostegno popolare. Burhan ha usato la crisi per enfatizzare le sue credenziali ‘patriottiche’, presentandosi come un difensore aggressivo degli interessi sudanesi su al-Fashaga.
Molte sono le motivazioni del Sudan nello scontro con l’Etiopia, ma la più importante resta GERD. Il ripristino del controllo sui terreni agricoli contesi sembra essere stato in parte un’escalation nelle tattiche negoziali del Sudan e un tentativo di ottenere influenza sull’Etiopia nelle discussioni sulla diga.
Per altro, il Sudan è consapevole che la sua immagine internazionale -che ha appena iniziato a riprendersi dai 30 anni di misfatti di Bashir- potrebbe soffrire perché si è invischiato in un conflitto interstatale. I principali donatori, comprese tutte le importanti istituzioni finanziarie internazionali, stanno esaminando attentamente l’Amministrazione nella speranza di vedere più fondi spesi per lo sviluppo e meno per il bilancio militare. Questo ‘controllo’ è stato visto come la chiave per il ritiro del Sudan dai conflitti in Libia e Yemen, rispettivamente nel 2019 e nel 2020. Un ritorno al conflitto diretto o per procura nella regione, potrebbe minare i progressi del Sudan per scrollarsi di dosso lo status di Stato paria e potrebbe mettere a repentaglio gli sforzi per garantire i tanto necessari investimenti esteri. Né è chiaro se il Sudan possa permettersi il costo di una guerra di confine considerata la già fragile situazione economica.
Tuttavia, finora, gli attori esterni non sono riusciti a persuadere Khartoum ad ammorbidire la sua posizione. Anzi, il Sudan ha iniziato a consolidare il controllo di al-Fashaga con la rapida creazione di infrastrutture militari e commerciali: accanto a nuove strade e ponti costruiti dai militari e avamposti militari recentemente fortificati, il governo sudanese ha incoraggiato i cittadini a tornare nell’area e ha iniziato ad addestrare i giovani e altri residenti dello Stato di Gedaref a coltivare su quei fertili terreni. Khartoum ha fornito fondi per un programma di microfinanza destinato a sostenere i nuovi agricoltori nella coltivazione della terra ad al-Fashaga.

La propaganda del governo di Addis Abeba mostra di tirare dritto sulla strada della Grand Ethiopian Renaissance Dam, assicurando che il riempimento della diga proseguirà come previsto, indipendentemente da qualsiasi intervento esterno. Il che non fa che alimentare il nervosismo da Khartoum a Il Cairo, dove l’establishment starebbe non da oggi valutando l’ipotesi di un attacco contro la cocciutaggine etiope, magari limitato e funzionale solo a costringere Abiy a negoziati seri sulla diga, o magari cogliendo al volo un azzardo, fosse pure un incidente di frontiera ad al-Fashaga. A colpi di testa il premio Nobel per la Pace 2019 non è nuovo, dal Tigray al Sudan il passo potrebbe essere breve.

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