sabato, Dicembre 4

Etiopia tra rischio di genocidio e scenari di ‘fine guerra mai’ Con i tigrini alle porte della capitale, mentre il governo di Abiy è ampiamente screditato all'interno e all'esterno e i vertici del Tigray e degli Oromo rischiano di perdere il sostegno pubblico se la crisi umanitaria continua a metastatizzare, tre sono gli scenari che si possono prospettare. Ecco quali

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La guerra in Etiopia sta prendendo di mira i civili: tigrini che vivono ad Addis Abeba e dintorni in particolare, e addirittura personale ONU e delle ONG che da anni lavorano al servizio del popolo etiope. E’ una lotta per il potere tra il Primo Ministro Abiy Ahmed e il Tigray People’s Liberation Front (TPLF) -che ha dominato la politica per tre decenni fino a quando Abiy è entrato in carica, nel 2018, limitandone il potere- e ora la guerra ha avuto una drammatica escalation, è entrata in una nuova fase, e sembrerebbe arrivata, dopo un anno, all’ultimo miglio.
Un ultimo miglio drammatico con, come possibile finale, il genocidio. E la notizia arrivata ieri circa il fatto che il governo etiope ha stabilito le condizioni per possibili colloqui di cessate il fuoco con i leader del TPLF, dopo giorni di sforzi diplomatici internazionali volti a fermare l’intensificarsi delle ostilità, è ancora da vedere se davvero è un segnale a favore di una soluzione politica o se è solo tattica di Abiy, magari per sfruttare il cessate il fuoco per guadagnare tempo per riorganizzarsi, riarmarsi e rafforzare le sue forze, come alcuni ipotizzano. Il portavoce del Ministero degli Esteri Dina Mufti ha detto ai giornalisti ieri che una delle condizioni per possibili colloqui -che ha sottolineato non sono stati concordati- sarebbe che il TPLF si ritiri dalle regioni di Amhara e Afar al confine con il Tigray. Più precisamente: «primo, ferma i tuoi attacchi. In secondo luogo, lascia le aree in cui sei entrato», appunto Amhara e Afar, «Terzo, riconoscere la legittimità di questo governo». Ha poi subito aggiunto: «non fraintendete, non è detto che sia stata presa la decisione di avviare negoziati». Condizioni dure e dettate ancora più duramente, specialmente se si considera il corollario del «non è detto che sia stata presa la decisione di avviare negoziati». Il portavoce del TPLF Getachew Reda aveva già detto chiaramente che ritirarsi da Amhara e Afar prima dell’inizio dei colloqui è «an absolute non-starter».

I raid contro i tigrini sono aumentati nell’ultima settimana, da quando il governo ha dichiarato lo stato di emergenza.
A fine settembre l’espulsione di sette funzionari umanitari delle Nazioni Unite, sostenendo che si stavano intromettendo negli affari del Paese, poi, in questi giorni, l’arresto, da parte dal governo federale, di nove membri del personale ONU e 70 camionisti che dovevano portare aiuti umanitari nella regione settentrionale del Tigray. Altri funzionari erano stati arrestati e poi rilasciati nei giorni scorsi. E’ di questi giorni il fermo di un cooperante italiano, e prima ancora decine di arresti di missionari e laici salesiani. Il tutto mentre non si contano più gli arresti tra i tigrini di Addis Abeba.Quella che è in atto da giorni è una feroce repressione di massa contro tigrini e sospetti sostenitori delle forze tigrine, il Fronte di liberazione del popolo del Tigray. Ad essere preso di mira è il gruppo etnico del Tigray, con perquisizioni domiciliari a raffica e l’arresto di uomini, donne, sacerdoti e operatori religiosi, piuttosto che funzionari di partito, indistintamente, persone che vengono prelevate dalla Polizia nelle case, sul posto di lavoro, per le strade.

La guerra in Etiopia sta «minacciando di trasformarsi in una guerra di tutti contro tutti, su scala più ampia, perché i leader di entrambe le parti hanno deciso raddoppiare» gli sforzi «in nome della sua fine. Ciò probabilmente porterà a un collasso irreversibile dello Stato, che avrebbe anche conseguenze a livello regionale. Sembra che l’Etiopia stia raggiungendo una fase in cui non può salvarsi», non da sola, almeno, afferma, dalle colonne di ‘Foreign Policy‘, Seifudein Adem, etiope di nascita e formazione, e ora docente di Global Studies alla Doshisha University.
Il rischio del collasso dello Stato è prospettato da non pochi osservatori, e, a dire il vero, non da ora, bensì fin dall’inizio, nel 2020, di questo conflitto.
Il rischio è insito in quella che è l’Etiopia e nella motivazione stessa alla radice di questo conflitto.
L’Etiopia è una moltitudine di etnie. Gwynne Dyer, giornalista indipendente e storico militare, afferma «l’Etiopia è ora ufficialmente una repubblica federale, ma i suoi confini sono ancora quelli dell’impero multinazionale governato dai cristiani che fu costruito dai conquistatori di Amhara tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Quattro delle sue 80 lingue hanno più di 5 milioni di parlanti ciascuna, e un terzo della popolazione è musulmana. Il compito principale di qualsiasi governo etiope è sempre stato quello di tenere insieme questo selvaggio miscuglio di gruppi etnici e religiosi, e la forza o la minaccia della forza ha sempre svolto un ruolo importante in questo compito».
Lo scontro tra il Tigray e Addis Abeba è uno scontro etnico e di ‘idea’ di Nazione.

Cameron Hudson, senior fellow dell’Atlantic Council’s Africa Center, si spinge oltre alla preoccupazione circa il crollo dello Stato, per dire a chiare lettere quanto in tanti da settimane sussurrano: «mentre i diplomatici internazionali e gli etiopi-americani si affannano per lasciare il Paese, il rischio di un genocidio sponsorizzato dallo Stato, e persino di un collasso dello Stato,rimangono scenari spaventosamente reali che avranno conseguenze catastrofiche per il Paese, la regione». Prosegue e precisa: «l’uso dilagante di discorsi odiosi e disumanizzanti fa pensare che il Governo potrebbe incitare al genocidio come parte del suo ultimo disperato sforzo di difesa per salvare se stesso».

Hudson richiama i «rastrellamenti di massa dei tigrini che vivono ad Addis Abeba e dintorni», i quali potrebbero essere l’ultimo «sforzo disperato» di Abiy «per scoraggiare l’attacco imminente tenendo in ostaggio un intero popolo». Il Primo Ministro Abiy Ahmed sta preparando la capitale, Addis Abeba, una delle città più importanti dell’Africa e capitale diplomatica del continente, per l’ultimo tentativo di difesa contro un attacco lampo per mano dei ribelli del Tigray, la «posizione finale e sanguinosa nella guerra che ha combattuto».

«Il quadro di riferimento alla base del conflitto in Tigray sono le visioni contrastanti di due gruppi -le élite Amhara e Tigray- sulla direzione futura dell’Etiopia», afferma Seifudein Adem. «Le élite tigrine vogliono mantenere il federalismo etnico, una struttura amministrativa introdotta da Meles Zenawi, che dal 1991 al 2012 è stato l’ultimo sovrano tigrino dell’Etiopia (il Fronte di liberazione popolare del Tigray è rimasto il partito dominante al governo fino al 2018). La formula ha permesso praticamente a tutti i principali gruppi etnici, grandi e piccoli, compresi gli Amhara (27 per cento della popolazione etiope), gli Oromo (34 per cento) e i Tigrini (6 per cento), di godere di una certa autogoverno e autonomia». Il governo nazionale guidato, per 27 anni, delle élite dei tigrini è stato considerato repressivo da gran parte delle altre etnie, ed è stato cacciato nel 2018, in particolare per gli sforzi degli Oromo. E’ dopo questa cacciata che, Abiy Ahmed, un Oromo, assume il potere.
Si arriva ai giorni nostri.
Le élite Amhara si oppongono al federalismo etnico, perchè, secondo loro, mina l’unità dell’Etiopia. Tigrini, Oromo e altre etnie vedono con sospetto «l’apparente disgusto del governo per il federalismo etnico, lo considerano un tentativo di ripristinare o consolidare l’amharizzazione -l’omogeneizzazione culturale dell’Etiopia a immagine dell’Amhara- e, con essa, il privilegio di Amhara». Le «élite del Tigray (così come i nazionalisti Oromo) sono fermamente convinti di volere più autonomia regionale e rappresentanza al centro, non meno». E così, un Primo Ministro oromo, Abiy, guida la fazione di Amhara nella battaglia contro le élite del Tigray.
Adem parla di ‘élite’, ma queste esprimono di fatto il sentire delle loro etnie, o quanto meno se ne fanno scudo nella lotta per il potere. Così si può semplificare,
come fa Abdirashid Diriye Kalmoy, docente presso il Dipartimento di Sociologia dell’Ibn Haldun University e editorialista di ‘Daily Sabah‘ «da un lato ci sono somali, oromo, tigrini,afari e altri che bramano il riconoscimento, la libertà e l’autonomia», all’altra «gli amhara,decisi a proteggere il presunto glorioso passato imperiale dell’Etiopia e la storia. Quindi, la politica etiope contemporanea ruota principalmente attorno ai sostenitori del decentramento e a coloro che chiedono la ricentralizzazione, alle persone che lodano il passato storico e alle persone che vedono il passato con dolore, stigma e trauma». Sono «posizioni politiche profondamente radicate e inconciliabili. Si basano su narrazioni di rimostranze etniche e riconoscimenti da un lato e un presunto passato storico glorioso che deve essere salvaguardato e protetto dall’altro».


L’Etiopia «non è riuscita a superare è la sua diversità culturale, religiosa ed etnica. Come molti Stati-Nazione post-coloniali, anche l’Etiopia non è riuscita a risolvere il puzzle della diversità etnico-tribale. La storia dell’Etiopia è stata sostanzialmente equiparata alla storia imperiale amhariana, marginalizzando di conseguenza i retaggi storici e il senso di identità dei popoli cusciti e nilotici e molti altri. I governi successivi non sono riusciti ad accogliere le diverse eredità storiche e il senso di identità e l’autostima comunitaria delle nazionalità etniche». Ed è stato così anche per l’ultimo governo, quello di Abiy.
All’inizio del conflitto, afferma
Cameron Hudson, «Abiy ha promesso una limitata ‘operazione di legge e ordine’ contro un numero selezionato di leader del Tigray che avevano sfidato il suo governo attraverso un impegno incrollabile per un sistema anacronistico a base etnica che hanno messo in atto durante i loro oltre 20 anni di governo autocratico». Aveva affermato che la campagna sarebbe stata una breve operazione chirurgica con «obiettivi chiari, limitati e raggiungibili». Abiy e i suoi sostenitori avevano calcolato che il Tigray, considerato l’ultimo ostacolo alla mossa unilaterale del primo ministro di ricostruire l’identità e il carattere dello Stato etiope, poteva essere domato nel giro di poche settimane. Hanno calcolato malissimo.
Abiy, inoltre, probabilmente non aveva mai creduto che i tigrini si sarebbero adattati alla sua politica rinunciando al sistema su base etnica, e così «fin dall’inizio del suo mandato ha iniziato a indebolire i loro legami con lo Stato e garantirsi che perdessero potere. Sono stati quegli sforzi per trattare i tigrini come i tigrini hanno trattato la maggior parte dei gruppi etnici etiopi durante il loro periodo al potere che hanno creato la profezia che si autoavvera. Abiy sta ora lottando per sopravvivere».
Ma con la maggior parte dei migliori combattenti e delle migliori ‘teste’ dell’Esercito etiope provenienti dal Tigray, «
il governo ha lentamente visto il suo schiacciante vantaggio strategico eroso sul campo di battaglia contro una forza di riserva più abile nel combattimento dell’insurrezione e chiaramente più motivata da una lotta letteralmente per la sua sopravvivenza. La risposta del Governo alle proprie carenze tattiche e al morale basso è stata quella di condurre una battaglia asimmetrica non solo contro le forze di difesa del Tigray, ma più in generale contro il popolo del Tigray». Da qui, il passaggio a unamentalità genocidariaè stato breve e quasi automatico. E Hudson ricorda il recente rapporto congiunto delle Nazioni Unite e dell’ente per i diritti umani dell’Etiopia che denuncia «l’uso diffuso della violenza sessuale come elemento centrale della strategia di guerra del governo»; il blocco degli aiuti umanitari al Tigray da parte del governo che ha messo 900.000 civili a rischio di carestia e ha costretto i combattenti del Tigray a espandere la loro lotta nelle vicine regioni di Amhara e Afar nel tentativo di rompere l’assedio. Poi ci sono «sforzi simili per usare come capro espiatorio tutti i tigrini, guidati dalle dichiarazioni del primo ministro e dei media statali».
Se anche il genocidio sarà risparmiato, è chiaro che quando la guerra finalmente sarà consumata, dell’Etiopia già malamente unita resterà ben poco se non nulla. «L’Etiopia, il secondo Paese più popoloso del continente e baluardo della regione strategicamente importante del Corno d’Africa, si sta facendo a pezzi», scrive oggi sul ‘New York Times‘, Awol Allo, docente di diritto presso la Keele University, in Inghilterra, e esperto di Etiopia. «Il sistema federale a baseetnica del Paese, che ha resistito per quasi tre decenni, potrebbe andare in frantumi».

Si ritorna così al rischio del collasso dello Stato quanto mai reale. «Il nazionalismo etnico e i sentimenti sono così radicati da tutte le parti che l’Etiopia sembra incapace di sopravvivere a questa guerra in corso in una forma completa», afferma Kalmoy. «Diverse eredità storiche, differenze linguistiche, culturali e visioni distinte dello Stato -insieme a rimostranze di lunga data o complessi di superiorità in alcuni segmenti della società- hanno essenzialmente trascinato i popoli etiopici in diversi sensi di appartenenza e identità. La vera politica a somma zero nel Paese ha anche generato identità, programmi e interessi etnici che si escludono a vicenda che sono diventati inconciliabili». Da quando è iniziata la guerra in corso, «l’Etiopia come Nazione ha ricevuto un duro colpo alla sua politica. Il tessuto che teneva insieme le persone era lacerato in modi inimmaginabili. I linguaggi nazionalistici da tutte le parti, la retorica, le metafore genocide utilizzate da tutti i politici e le piattaforme di social media sature hanno inferto un duro colpo al senso di unità dell’Etiopia». Un sentimento, per altro, già messo a dura prova nel corso di questo anno di guerra da una campagna brutale, che ha visto pulizia etnica, violenza sessuale e omicidi di massa, atrocità, perpetrate principalmente dall’Esercito etiope, dalle truppe eritree e dalle milizie loro alleate, infiammando le divisioni e aggravando la polarizzazione.

Ora, con i tigrini alle porte della capitale, mentre il governo di Abiy è ampiamente screditato all’interno e all’esterno e i vertici del Tigray e degli Oromo rischiano di perdere il sostegno pubblico se la crisi umanitaria continua a metastatizzare, tre sono gli scenari che si possono prospettare, secondo Abdirashid Diriye Kalmoy. «Primo, il governo sta mobilitando ogni cittadino maschio capace per unirsi alla guerra e fermare l’avanzata dei ribelli. Questo potrebbe davvero dare un’ancora di salvezza all’attuale governo e quindi respingere i ribelli e cambiare le dinamiche militari sul campo. Tuttavia, respingere i ribelli dalla capitale non si tradurrà in un’Etiopia pacifica. In una guerra con circa 1 milione di combattenti e 150.000 vittime, l’Etiopia dovrà ancora affrontare terribili minacce alla sicurezza e alla stabilità. Ciò potrebbe portare a una lunga guerra come nel caso della Siria.
La seconda possibilità è che i
ribelli catturino Addis Abeba e caccino dal potere l’attuale governo. Ciò è molto probabile, date le loro recenti conquiste militari e la rapidità con cui hanno sfondato le linee difensive dell’Esercito etiope. Tuttavia, questo scenario non porterebbe pace e stabilità in Etiopia: il ritorno al potere del TPLF ad Addis Abeba sarebbe violentemente respinto dall’intera regione di Amhara e questo non sarebbe gradito anche dalla maggioranza degli Oromo e dei Somali. Il Paese potrebbe trasformarsi in una terra ingovernabile come nel caso della Somalia degli anni ’90, dove diversi gruppi ribelli si sono rivolti l’uno contro l’altro dopo aver cacciato il governo. In questo caso, il TPLF dovrà scendere a compromessi, ma dubito che ciò accadrà data la loro vittoria militare e il senso di vendetta nella guerra. L’Etiopia sarà ancora instabile e vulnerabile.
Nel terzo scenario,
i ribelli riterrebbero di aver indebolito militarmente il governo e di aprire un corridoio umanitario per il Tigray, fermando così la loro avanzata verso la capitale. Con un governo centrale indebolito, la regione del Tigray potrebbe tracciare la propria secessione e indipendenza, e questo potrebbe creare un effetto domino in tutto il Paese. Ciò porterebbe a un’inevitabile balcanizzazione dell’Etiopia lungo linee etniche». Sarebbe questo la disintegrazione del vecchio impero etiope. E se, come sostengono alcuni osservatori, l”Etiopia può sopravvivere pur perdendo il Tigray, la disintegrazione totale del Paese sarebbe un disastro quasi illimitato. 

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