giovedì, Ottobre 21

Etiopia: potrebbero non volerci 5 anni perchè Abiy distrugga il Paese e se stesso Scorsa settimana Abiy Ahmed ha prestato giuramento, promettendo 'un nuovo inizio' per l'Etiopia, e iniziando così un nuovo mandato di cinque anni. Prima azione da premier confermato: una nuova offensiva contro gli insorti nel Tigray

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In Etiopia la guerra civile si aggrava mentre il governo etiope lancia una nuova offensiva contro gli insorti nel Tigray. La regione del Tigray è da quasi un anno l’epicentro di una guerra civile etnica. E dopo un cessate il fuoco durato mesi, il Fronte di liberazione del popolo del Tigray afferma che il Governo etiope ha lanciato una nuova offensiva contro di loro.

Un funzionario del governo ha detto a Eyder Peralta, corrispondente di ‘NPR‘, uno dei pochi giornalisti rimasti sul terreno, al quale proprio in queste ore sono state confiscate le attrezzature, «in questo momento stiamo combattendo una guerra per il cuore dell’Etiopia, per tenere insieme questo Paese. «Questa è una guerra tra i nuovi governanti dell’Etiopia e i suoi vecchi, che erano basati nella regione del Tigray, nel nord dell’Etiopia. E l’Etiopia è enorme. È un Paese di 115 milioni di persone. Questa guerra è iniziata nella regione del Tigray, ma ora si è estesa a sud e ad est negli Stati vicini. Centinaia di migliaia di etiopi sono sfollati in quelle nuove regioni e il governo ha istituito di fatto un blocco nei luoghi controllati dai ribelli», ha detto Peralta.
Una dichiarazione dell’ufficio degli affari esteri del Tigray ha affermato che centinaia di migliaia di «combattenti regolari e irregolari» etiopi hanno lanciato un assalto coordinato su diversi fronti. Ha incolpato le forze etiopi e quelle della regione di Amhara, dove gran parte dei recenti combattimenti si sono verificati dopo che le forze del Tigray hanno ripreso gran parte della loro regione a giugno, afferma ‘
Associated Press‘. La portavoce del Primo Ministro Abiy Ahmed, Billene Seyoum, ha affermato che «il Governo etiope continuerà a contrastare la distruzione, la violenza e le uccisioni(delle forze del Tigray) nella regione di Amhara e altrove». «Le nostre forze non hanno altra scelta che difendere la loro gente».

Scorsa settimana Abiy Ahmed ha prestato giuramento davanti a decine di migliaia di sostenitori esultanti, promettendo un nuovo inizioper l’Etiopia, e iniziando così un nuovo mandato di cinque anni, dopo tre anni già trascorsi al governo. In cui è passato dall’essere Premio Nobel per la Pace a pària globale,prendendo a prestito un titolo di ‘CNN.

L’inflazione è arrivata al 34%, il debito pubblico è schizzato a 30 miliardi di dollari, questa è quella che una volta era una delle economie in più rapida crescita del mondo. Secondo gli osservatori ora è in condizioni di ‘sopravvivenza’.

Lo scoppio delle guerra nella regione settentrionale del Tigray, oltre a portare il Paese al disastro economico, ha di fatto incendiato il mosaico etnico dell’Etiopia. «La violenza su base etnica nelle regioni di Benishangul-Gumuz, Somali, Oromia, Afar, Amhara e Southern Nations suggerisce che l’ideologia politica originale di Abiy delmedemer‘ -espressione amarica per significare un ‘incontro al di là dell’identità etnica’- ha fallito. I fatti sul campo dimostrano che una risposta militare da sola non sarà sufficiente per affrontare queste crescenti minacce alla sicurezza e il livello di sfollamento che hanno generato», afferma Cameron Hudson, senior fellow di Atlantic Council’s Africa Center.
«Come parte del suo ‘nuovo inizio’, Abiy ha promesso un nuovo Parlamento -il 94% del quale è controllato dal suo Partito della Prosperità- così come la nomina di nuovi Ministri presso i Ministeri delle Finanze, della Difesa e della Pace,da gruppi di opposizione, in una mossa inventata dal suo ufficio comeimpegno per l’inclusività‘. Ma nell’attingere a stretti alleati ed ex subordinati, la mossa ha spinto molti a vedere invece il cambio di personale come stile piuttosto che come sostanza, un tentativo deliberato di riaffermare il controllo sui ministeri chiave coinvolti nello sforzo bellico prima di una nuova offensiva intesa a raggiungere una vittoria totale», offensiva che secondo alcuni rapporti sarebbe iniziata in questi giorni.

Abiy, nei giorni del giuramento, per placare gli oppositori interni e i critici internazionali ha promesso di convocare un tavolo didialogo politico nazionale‘, che a suo dire affronterà le carenze associate alla sua visione originale di ‘medemer’. Ma nulla fa credere «che il dialogo altererà sostanzialmente il tentativo fallito di creare uno Stato etiope unitario e smantellare il sistema di federalismo etnico che sta al centro dell’attuale crisi dell’Etiopia. Con la sua più forte opposizione che rischia di essere esclusa da quel dialogo -in particolare i gruppi armati del Tigray e dell’Oromia, che sono stati etichettati come organizzazioni terroristiche- c’è motivo di mettere in dubbio la sincerità di qualsiasi processo di riconciliazione che non coinvolga le rimostranze specifiche che hanno portato i nemici di Abiy a prendere le armi».

Abiy dovrà anche sforzarsi di ricostruire le relazioni con la comunità internazionale «prima che attori come gli Stati Uniti si attengano alle misure punitive che hanno minacciato da tempo. Con l’espulsione all’inizio di questo mese di sette funzionari di alto livello delle Nazioni Unite (ONU) dall’Etiopia per motivi –etichettati dallo stesso segretario generale delle Nazioni Unite come infondati- di ingerenza negli affari interni del Paese, Abiy si è invece messo in rotta di collisione con i Paesi che hanno messo in dubbio la legittimità di quella decisione e hanno chiesto il reintegro dei funzionari. Se non rispetta le richieste di riportare i funzionari delle Nazioni Unite, è difficile immaginare che gli Stati Uniti non indicheranno i collaboratori di Abiy tra i destinatari delle sanzioni introdotto il mese scorso. Ma è ancora più difficile immaginare che Abiy si arrenda pubblicamente a questo punto di fronte alla pressione internazionale dopo aver ignorato così tante vie di fuga per evitare misure punitive.
Il continuo blocco umanitario del suo governo al Tigray, al di là delle diffuse violazioni dei diritti umani che hanno spint
o il governo degli Stati Unitiad aprire un’indagine sul genocidio, significa che qualsiasi riconciliazione nazionale deve essere preceduta da mediazione, costruzione della pace, giustizia e responsabilità per tutte le trasgressioni di l’anno scorso. A giudicare dal trionfalismo delle osservazioni di Abiy, sembra uno scenario improbabile. Poiché la stagione delle piogge termina questo mese, alimentando i timori di una nuova massiccia offensiva del governo, è probabile che la situazione sul terreno nel Tigray peggiori più che migliorare. Con il peggioramento della già disastrosa situazione umanitaria e dei diritti umani, anche le relazioni estere dell’Etiopia peggiorano».

Eppure con la vittoria elettorale che ha ottenuto, la vasta maggioranza parlamentare e l’apparente mandato a guidare il Paese, Abiy avrebbe ora parte del capitale politico di cui potrebbe aver bisogno per iniziare a uscire dall’angolo in cui si è ficcato.
Il come, secondo
Cameron Hudson, in qualche modo è proprio la comunità internazionale che glielo ha suggerito, quando i tre membri africani del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, gli hanno suggerito che «potrebbe costringere il Parlamento compiacente a revocare le designazioni terroristiche contro il Fronte di liberazione del popolo del Tigray (TPLF) e il Fronte di liberazione dell’Oromo, un primo passo essenziale verso colloqui per il cessate il fuoco e l’eventuale dialogo politico. È anche completamente in suo potere revocare il blocco del Tigray e salvare fino a un milione di vite.
Per aiutarlo in questo percorso,
l’Unione africana ha recentemente schierato un’ancora di salvezza sotto forma del suo nuovo inviato del Corno d’Africa, l’ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo. In privato, i funzionari etiopisembrano aperti a una soluzione africana al loro problema decisamente africano: sembrano avere fiducia nella capacità di Obasanjo di tenere a bada le potenze occidentali, mentre offrono ad Abiy un modo salva-faccia per allentare la tensione, arrivando al punto di invitarlo per stabilire un backchannel al TPLF». Funzionari a parte, il problema resta Abiy.

L’appello di Abiy per ‘un nuovo inizio’, afferma Hudson, fa pensare che almeno il Primo Ministro sia consapevole del fatto che l’Etiopia è in un punto pericoloso della sua storia. «Sebbene continui a incolpare e punire coloro che gli si oppongono, dobbiamo sperare che si renda conto che più della stessa guerra, divisione etnica e violazioni dei diritti umani produrranno solo più degli stessi scarsi risultati per l’economia e le sue relazioni estere. Abiy ha ancora la possibilità di essere all’altezza dello spirito del Premio Nobel per la pace che ha ricevuto nel 2019 per aver fatto pace con la vicina Eritrea. Vediamo se può fare lo stesso all’interno del suo Paese».

La nuova offensiva, la risposta del suo ufficio a tale offensiva considerata come inevitabile, depone contro la possibilità che Abiy possa cambiare direzione.
L’Etiopia rischia a questo punto una guerra civile generalizzata e uno scontro con Etiopia e Sudan, ovvero il fallimento dello Stato. Tutto ciò attribuibile a un Primo Ministro che, come sostiene Alex de Waal, direttore esecutivo della World Peace Foundation e Professorial Fellow presso la London School of Economics «si crede destinato a ricreare i mitici giorni di gloria dell’impero etiope» e sta andando verso l’autodistruzione sua e del suo Paese

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