sabato, Luglio 31

Etiopia: perchè l’ONU dovrebbe intervenire in Tigray In una recente intervista, il Presidente ruandese Paul Kagame ha chiesto l'intervento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, unitamente a un coinvolgimento degli Stati Uniti

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La situazione in Tigray si aggrava di giorno in giorno; l’Etiopia, Paese che fino a poco tempo fa era considerato il ‘gigante emergente’, sia dal punto di vista politico-diplomatico, sia dal punto di vista economico, oggi rischia di essere all’origine di una crisi regionale molto perniciosa.

Così, negli ultimi giorni, dall’Africa si è levata forte la richiesta di un intervento del Consiglio di Sicurezza ONU. Infatti, in una recente intervista, il Presidente ruandese Paul Kagame ha chiesto l’intervento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, unitamente a un coinvolgimento degli Stati Uniti, escludendo che da sole Etiopia e Unione Africana possano risolvere una situazione oramai tanto complessa.
Forte del suo essere Presidente di un Paese che nel 1994 ha vissuto un genocidio (quello contro la sua popolazione tutsi),
Kagame di fatto sostiene che quello che si sta consumando nel Paese è qualcosa di molto simile a un genocidio.

Mehari Taddele Maru, professore a contratto presso il Migration Policy Center del Robert Schuman Center for Advanced Studies dell’Istituto universitario europeo, sintetizzando l’intervento di Kagame, spiega quali sono le ragioni che giustificherebbero e che, anzi, richiederebbero l’intervento del Consiglio di Sicurezza ONU: carattere internazionale del conflitto; emergenza umanitaria; costo elevato per gli interventi umanitari; rischio di genocidio; rischio di destabilizzazione dell’area.

«La probabile presenza di forze armate eritree nel Tigray rende la guerra un conflitto sia civile che internazionale, e quindi di competenza delle Nazioni Unite. Le truppe eritree sono state implicate in uccisioni e nel rimpatrio forzato di rifugiati eritrei, anche attraverso l’incendio dei campi profughi di Shimelba e Hitsats. Secondo l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, circa 15.000-20.000 rifugiati eritrei sono scomparsi», afferma Mehari Taddele Maru.
Per quanto sia Addis Abeba che Asmara neghino la
presenza delle forze armate eritree a fianco dell’Esercito federale etiope, la loro presenza è data per certa da settimane, confermata da svariate fonti. Ma il carattere internazionale del conflitto non è dato solo dal coinvolgimento dell’Eritrea. Sono coinvolti il Sudan e l’Egitto, a fianco del Tigray People’s Liberation Front (TPLF), se non con uomini sul campo, con supporto politico evidente, e Emirati Arabi Uniti, che insieme all’Arabia Saudita avevano supportato il Primo Ministro Abiy Ahmed nell’accordo di pace con l’Eritrea, nuovamente a fianco del premier. Per altro, i combattimenti si sono già spinti fino a coinvolgere il Sudan. Il rischio paventato da molti osservatori locali e non solo è che il conflitto coinvolga altri Paesi della regione e che si trasformi in una guerra per procura. Il clima è favorevole a questa ipotesi, considerando il livello di scontro al quale è arrivata la vicenda relativa alla controversa Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), e considerando che per molto tempo l’Etiopia è stata considerata una forza stabilizzatrice nel Corno d’Africa, anche per essere importante partner degli Stati Uniti per la sicurezza regionale. Una Etiopia destabilizzata porterebbe caos nella regione.

Seconda regione sostenuta da Maru è l’emergenza umanitaria. Il Tigray «sta affrontando una possibile carestia, con 2,3 milioni di persone che necessitano di aiuti di emergenza. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari riferisce che 5 milioni di persone – il 67% della popolazione della regione- hanno bisogno di assistenza. Si dice che le forze del Governo federale etiope ostacolino l’accesso agli aiuti e all’acqua pulita. Ci sono anche rapporti sulla deliberata distruzione di negozi e mercati»

«In terzo luogo, con un massimo di due milioni di persone sfollate interne, il Tigray rappresenta un onere significativo per le risorse umanitarie del mondo in un momento in cui il loro bisogno in Africa orientale non è mai stato così alto, a causa del COVID-19, dell’infestazione di locuste e dell’insicurezza alimentare. L’apparente riluttanza del Governo etiope a consentire alla comunità internazionale di fornire un accesso umanitario rapido, incondizionato, illimitato e sostenuto a tutte le parti del Tigray ha peggiorato una situazione disastrosa.

In quarto luogo, alcuni rapporti delle Nazioni Unite e quelli di altre organizzazioni nel Tigray indicano possibili gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra e altri aspetti del diritto internazionale umanitario. Ci sono anche segnalazioni di ciò che potrebbe costituire la pulizia etnica e il genocidio guidati dallo Stato, così come un numero elevato di presunti stupri. Decine di migliaia di tigrini che prestano servizio nei settori del mantenimento dellapace, della sicurezza, dell’Esercito, della Polizia e dell’intelligence in Etiopia sono stati licenziati e in alcuni casi arrestati.

Quinto, l’Etiopia è così consumata dai combattimenti nel Tigray che non è più una fonte di stabilità regionale e sembra rinunciare al suo ruolo di pacificatore regionale. Le tensioni sulla sicurezza e le controversie sui confini si stanno moltiplicando nella regione, principalmente tra Etiopia e Sudan, Kenya e Somalia, con una crisi legata alle elezioni in Somalia e negoziati sulla Grand Ethiopian Renaissance Dam che aumentano il rischio di guerre per procura. Anche la fragile transizione politica in Sudan potrebbe essere destabilizzata.

A peggiorare le cose, il ritiro delle forze etiopi dalle missioni di mantenimento della pace in Somalia, Sud Sudan e Sudan quasi certamente aumenterà l’instabilità. In particolare, la partenza delle truppe etiopi dalla Somalia, dove l’Unione Africana ha condotto la sua missione di mantenimento della pace AMISOM, potrebbe favorire Al Shabaab, movimento legato ad al-Qaeda, per un rientro in scena nel Paese».

«Quando uno Stato non riesce a prevenire o alleviare le atrocità all’interno del suo territorio(come genocidio, crimini contro l’umanità o crimini di guerra), o se lo Stato stesso è l’autore principale di tali atti, l’ONU non deve restare a guardare», conclude Maru. «Dopo tutto, solo il Consiglio di sicurezza può sfidare con successo l’ostruzione deliberata di un governo agli aiuti umanitari.

Per questi motivi, il Consiglio di sicurezza deve affrontare immediatamente la situazione nel Tigray. Dovrebbe adottare una risoluzione volta ad alleviare le sofferenze nella regione attraverso una forte azione internazionale e a convincere il governo etiope a riportare la pace nella regione.

In concreto, la risoluzione dovrebbe istituire una commissione di monitoraggio e verifica con il mandato di negoziare, osservare, monitorare, verificare e riferire sulle condizioni nel Tigray. Gli obiettivi dovrebbero essere la cessazione immediata e definitiva delle ostilità; distribuzione rapida, incondizionata e sostenuta di aiuti a tutte le parti del Tigray; il ritiro completo di tutte le forze armate e gruppi esterni; e un accordo di cessate il fuoco che può portare a una risoluzione pacifica del conflitto nel Tigray».

Secondo alcune fonti non verificate, le dichiarazioni di Paul Kagame nel corso dell’intervista a Herbert Raymond McMaster per ‘Battlegrounds: The Fight To Defend The Free World‘ dell’Hoover Institution, sono l’indicazione che Kagame punterebbe a proporsi al Consiglio di Sicurezza ONU come mediatore. L’ostacolo più evidente è rappresentato dal fatto che Kagame ha forti legami politici con il TPLF, legami che risalgono agli Anni Novanta, e notoriamente è rimasto molto vicino al Tigrayan People’s Liberation Front. Difficilmente Abiy accetterebbe di sedersi al tavolo con un amico di lunga data del suo avversario e che per di più si propone come mediatore dopo aver ufficialmente di fatto fatto propria l’accusa di genocidio ai danni del Tigray. Resta il peso della proposta.  

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